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Intervista a Patti Smith

di Michele Manzotti
  Patti Smith
Data di pubblicazione su web 22/09/2009  

«Grazie Firenze, neanche nel mio paese ho avuto così tanto affetto». Patti Smith, la riconosciuta poetessa del rock, ha così ringraziato la città per l’accoglienza ricevuta in quattro giorni di permanenza, in occasione del suo concerto in piazza S. Croce, dal titolo I Was in Florence. Un momento per ricordare il tour italiano del settembre 1979 con le tappe di Bologna e Firenze. Ma quella del capoluogo toscano ebbe una valenza tutta particolare: settantamila persone, secondo le cronache del periodo, affollarono lo stadio comunale non solo per assistere a un concerto, ma per riappropiarsi della città attraverso la musica dopo l’atmosfera degli anni di piombo. Un avvenimento che diede il via al cosiddetto nuovo rinascimento fiorentino, un decennio in cui la cultura giovanile esplose a tal punto che lo scrittore Pier Vittorio Tondelli disse che trovarsi a Firenze voleva dire essere al posto giusto nel momento giusto.

 

Anche per Patti Smith il concerto fu importante e lo ha ricordato durante  l’incontro con i giovani musicisti vincitori della manifestazione Rock Contest, organizzato durante la sua presenza fiorentina. «Alla fine del concerto del 1979 ­ ha spiegato ­ chiesi ad alcuni spettatori nelle prime file di salire. Avevamo appena suonato My generation degli Who: ho dato a uno il microfono, a un altro la chitarra, un altro ancora si è messo dietro la batteria. In pratica a loro e ad altri ho detto: è tutto vostro, suonate. Anche se non erano i migliori musicisti del mondo, bene, quello era il futuro!»

 

E per lei quale sarebbe stato il futuro?

 

«Avevo davanti a me una folla di settantamila persone, tanto che quello diventò il concerto più importante della mia storia musicale. Era anche un segnale che qualcosa dovesse cambiare e decisi di smettere per un po’ con i concerti. Anche per questo motivo avevo chiamato gli spettatori sul palco».

 

In questi giorni ha programmato un giro per varie zone della città cantando con la sua chitarra, come mai?

 

«Ad inizio carriera volevo parlare agli esclusi dalla società dominante, considerati diversi per razza, sesso o politica. Oggi siamo tutti esclusi  dai governi o dalle multinazionali, ora io voglio parlare a tutti. Così voglio suonare per strada. Inoltre io ho cominciato così e quindi mi è sembrato giusto tornare alle mie radici in una città che mi ha dato tanto».

 

Oggi le nuove generazioni di musicisti sono alle prese con problemi legati alla crisi della discografia. Cosa ne pensa, anche facendo un paragone con trenta anni fa?

 

«Con la tecnologia di oggi c’è la possibilità di fare un album completo a casa vostra. Non solo, con internet, potete comunicare il vostro lavoro a milioni di persone. Ai miei tempi era già tanto pubblicare un singolo in vinile. Ma è importante sapere cosa si vuole fare: io lavoravo in una libreria e non avrei mai pensato di vivere con la musica. Se i giovani vogliono fare soldi cantando, io non so dare consigli. Però è fondamentale che rimangano loro stessi, a costo di prendere decisioni che agli altri non piacciono, come mi è capitato tante volte. Quando mi pronunciai contro la guerra in Iraq, la mia musica fu bandita dalle radio».

 

Oltre ai concerti e alle sue esibizioni per strada, è stata allestita anche una mostra di foto in bianco e nero scattate da lei a partire dal 2000. Come nasce l’approccio a questa forma di espressione?

 

«Guardo alle mie fotografie più come a oggetti che immagini. Esse racchiudono molto di più di un attimo, qualcosa di molto prezioso, qualcosa che forse non potrò più rivedere. Sono entusiasta e davvero orgogliosa di presentare i miei lavori a Firenze. È una città che ha un passato artistico importante, una città di grandi artisti ma anche di grandi allievi. Io qui mi sento uno di loro e ho la sensazione che i miei maestri siano dappertutto».



 



Patti Smith


 
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