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La musica e i cinque sensi

di Paolo Patrizi
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Data di pubblicazione su web 01/09/2009  

«Un’autentica esaltazione dei cinque sensi», recita – spiegandone perfettamente la morale, ma soprattutto la strategia di marketing – il sottotitolo che accompagna cartelloni e opuscoli del Tuscan Sun Festival. Dunque, una manifestazione che alle gioie della musica – sua asse portante, ma non esclusiva – abbina quelle della letteratura, della fotografia, della gastronomia e in cui l’udito è sollecitato non meno della vista, dell’olfatto, del palato. In questa prospettiva, una recensione della mera componente sinfonico-cameristico-vocale (e per giunta circoscritta, come in questo caso, a due sole delle sei serate in cui si articolava l’edizione di quest’anno) rischia di offrire un ritratto non solo parziale, ma infedele: perché certe scelte che in un “normale” festival di musica risulterebbero discutibili qui trovano un’inoppugnabile raison d’κtre.

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Fondato nel 2003 dall’agente musicale Barrett Wissman – che con il fiuto dei grandi imprenditori americani intuì come la medievale Cortona, meta privilegiata del turismo anglofono com’è nel destino delle cittadine d’arte toscane, poteva trasformarsi nel palcoscenico ideale per la parata di strumentisti e cantanti della propria agenzia – il Tuscan Sun Festival in questi sette anni si è gradualmente trasformato. Se all’inizio si trattava di un’occasione unica per scoprire, nel cuore dell’estate, grandi artisti del panorama internazionale poco conosciuti in Italia (ha rappresentato una delle rare occasioni per ascoltare cantanti come la Fleming e Hampson, ed è da qui che è esploso un fenomeno pianistico come Lang Lang), oggi la dimensione è quella della kermesse ludica e sincretica, in cui azzardare programmi eterogenei con la presenza di grandi nomi apparentemente lontani dalla musica (quest’anno Anthony Hopkins, che peraltro, come si vedrà, alla dimensione musicale è tutt’altro che estraneo). Il “festival del sole”, insomma, si è fatto via via più solare, come ribadisce la cascata di girasoli – simbolo della manifestazione – che adorna il palcoscenico del Teatro Signorelli, sede deputata delle serate (ma la manifestazione sfrutta anche altri splendidi luoghi cortonesi): o, se si vuole, è diventato meno sensibile agli interessi del musicofilo italiano (che, tra i grandi dell’agenzia Wissman, attende ancora di ascoltare almeno Bryn Terfel) e più attento a quelle contaminazioni tra grande musica e grande show reclamate dal pubblico americano che villeggia a Cortona.

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In questa prospettiva, la serata mozartiana incentrata sulla nuova starlet Danielle de Niese, australiana di nascita e statunitense per formazione, è uno spaccato illuminante di antropologia canora. Saporito frutto della civiltà del DVD, assurta a notorietà grazie a un paio di produzioni (un’Incoronazione di Poppea e un Giulio Cesare a Glyndebourne) costruite attorno alla sua fisicità catturante, la de Niese ha offerto un “Mozart Show” sbarazzino e furbetto, accattivante e – nell’apparente spontaneità di occhi sgranati e boccacce monelle – costruito al millimetro. Tanta abilità di confezione potrà lasciare indifferenti quanti restano ancorati a una visione più “umanistica” del concerto vocale, ma qui siamo nel campo della soggettività. Anche talune perplessità d’ordine stilistico lasciano il tempo che trovano (in un genio universale come Mozart lo stile è un fatto relativo): semmai, ci si può rammaricare per un Exultate, jubilate sottratto a qualsiasi afflato religioso – non a caso proposto, limitatamente all’Alleluja, anche come bis – e per un’aria di Ilia risolta con un pathos più manierato che vissuto (certi sospiri ansimanti sembrano mutuati da Cecilia Bartoli), tra l’altro a scapito della dizione. Sono invece un dato più oggettivo la relativa esiguità del peso vocale, il timbro gradevole ma non tale da imprimersi nella memoria dell’ascoltatore, una coloratura precisa ma – almeno nella virtuosistica aria Al desio – sgranata senza particolare personalità (si tratta di una misconosciuta pagina alternativa delle Nozze di Figaro, composta per l’occasionale sostituzione della ben più affascinante Deh, vieni, non tardar). Restano la musicalità corretta e la simpatia marpiona, oltre all’ottimo supporto offertole dalla Brussels Chamber Orchestra, che nelle parentesi strumentali della serata (tra l’altro l’Adagio in Mi maggiore per violino e orchestra, in cui il direttore Michael Guttman si è rivelato brillante solista) ha saputo imporsi per elasticità agogica e ricchezza dinamica. Quando però, nel concerto del giorno dopo, si è ascoltato il soprano Maija Kovalevska è apparso evidente il divario tra le attrattive vocali limitate della cantante australiana e quelle privilegiate (ma pure al servizio di un autentico temperamento) della lettone; o anche, a dirla fuori dai denti, la differenza tra una cantante di costruzione e una cantante “vera”.

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Tuttavia lo spazio per la Kovalevska è stato residuale, andando a inserirsi in una serata miscellanea, molto eterogenea, in cui al giovane promettentissimo soprano è stato concesso – bis a parte – un solo momento, ancorché di gran rilievo: la scena della lettera dall’Eugenio Oneghin. La Kovalevska l’ha affrontata con la grinta delle interpreti drammatiche più che liriche (si è perfezionata con Mirella Freni ma, per quanto riguarda il personaggio di Tatjana, il modello sembra piuttosto la Guleghina o la prima Rysanek) e una vocalità voluminosa e timbratissima di soprano lirico-spinto. Con simili caratteristiche un’aria come O mio babbino caro risulta assai meno probante: ma se in un Gianni Schicchi integrale una Lauretta di voce tanto sontuosa e accento così poco adolescenziale apparirebbe fuori luogo, all’interno di un bis la verosimiglianza psicologico-vocale conta poco. Più che altro interessa che la voce possa sfoggiare tutte le sue carte: ed è puntualmente accaduto.

La star della serata era però Anthony Hopkins, vero mattatore dell’edizione di quest’anno, nell’insolita veste di musicista. Dopo aver donato al pubblico il monologo di Prospero dalla Tempesta (e la plasticità con cui modella il verbo shakespeariano è anch’essa molto musicale), il grande attore è sceso in platea per ascoltare l’esecuzione di due suoi brani: Stella Aria (tratta dal film Slipstream) è gradevolmente prevedibile nella sua dichiarata natura di colonna sonora, mentre August, per pianoforte e orchestra, appare invece all’ascolto una pagina orecchiabile ma di architettura articolata, che rivela nell’Hopkins compositore ben più di un generico mestiere. La classe di Jean-Yves Thibaudet, prestatosi in veste di guest star a questo cammeo pianistico, è stata ovviamente un plusvalore preziosissimo. Il resto del concerto, un’escursione tra il classicismo di Haydn (il Concerto in Do maggiore per violoncello e orchestra), di Mozart (l’ouverture da Così fan tutte) e del Beethoven della Prima Sinfonia, appare meno interessante. Carlo Montanaro è direttore di mimica istrionesca e capace di scherzare col pubblico (cosa che gli americani in vacanza a Cortona gradiscono molto), ma non riesce a dipanare la matassa stilistica d’un programma così ambiziosamente impaginato, anche perché i Sinfonici del Maggio Musicale Fiorentino – nati da una costola dell’illustre complesso del Teatro Comunale – danno l’idea di affrontare la serata cortonese con una spensieratezza un po’ vacanziera. E Nina Kotova, alla sua rentrée dopo un’assenza forzata (era in dolce attesa), ha affrontato il cimento violoncellistico con gli esiti incerti che hanno tutti gli strumentisti quando restano inattivi per troppo tempo. Aspettiamo che si rimetta in carreggiata: è la madrina del Tuscan Sun Festival dalla prima edizione.

Tuscan Sun Festival 2009

Concerto "Tutto Mozart"
cast cast & credits
Concerti
cast cast & credits



 

 

 


 

Carlo Montanaro
Carlo Montanaro


 

 

 

 


 



 
 
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