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Un omaggio alla signora del Tanztheater

di Gabriella Gori
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Data di pubblicazione su web 18/07/2009  

L’emozione è stata forte e il ricordo perdura in chi era presente al Teatro Nuovo di Spoleto per la prima italiana di Bamboo Blues. Lo Stück (pezzo) di Pina Bausch andato in scena al 52 Festival dei Due Mondi dopo la scomparsa della coreografa tedesca che ha lasciato questo mondo con elegante e discreta signorilità.

Un mondo a cui ha dedicato tutta se stessa per rappresentare non questo o quell’avvenimento storico ma la condizione umana considerata in sé senza estraniarsi dalla realtà e non scambiando mai − come diceva Eugenio Montale − “l’essenziale con il transitorio”. 

Questo in fondo il “lascito” di Pina, un munusculum di senecana memoria donatoci da un’artista deceduta ad appena sessantanove anni eppure ancora e per sempre viva nei suoi capolavori e nei volti dei “danzattori” del Tanztheater Wuppertal. La splendida compagnia fondata e diretta dalla Bausch dal 1973 e considerata l’emblema del TanzTheater. Un nome composto che lei ha utilizzato per segnalare la distanza tra il suo “teatro dell’esperienza”, la sua “danza della vita” e i moduli espressivi della coreutica classica e moderna, mettendo a punto un nuovo modo di far parlare il corpo e una precisa e inconfondibile poetica. Un credo a cui non è estranea la lezione di Kurt Jooss, il divulgatore delle teorie della danza espressionista, l’insegnamento di Antony Tudor, “il maestro del balletto psicologico”, e l’esempio di Josè Limon, il “coreografo umanista”, che hanno fornito alla Bausch abiti critici e criteri espressivi adatti a un teatrodanza “impegnato” che mette in scena il vissuto degli interpreti, rompe l’illusione scenica, si colloca sulla scia che da Pirandello a Kantor, passando per Brecht e Beckett, scardina tutte le certezze di questa modalità espressiva e, grazie a Pina, incontra la danza.

Una danza capace di ‘dare corpo’ all’alienazione, all’incomunicabilità, all’incomprensione tra i sessi, alla crudeltà della civiltà contemporanea, che diventa “comportamentale”, i suoi adepti “danzattori” e la musica un “contrappunto” per creare spettacoli in cui la forma del cosiddetto balletto si trasforma in rappresentazione ordinaria di un tema servendosi della parola, di vesti e arredi quotidiani. Ecco allora i capolavori degli anni Settanta/Ottanta come Blaubart, Café Müller, Kontakthof, Arien, Keuscheitslegende, 1980, Bandoneon, Walzer, Nelken, Ahnen, in cui la “chorea” bauschiana è essenziale e al tempo stesso “tragicomica” per la presenza di sofferenza ed ironia. Due elementi che lasciano trasparire lo sguardo acuto e dolente di una coreografa che denuncia le storture della contemporaneità e salva gli aspetti positivi in poderosi pezzi che sfuggono a qualsiasi classificazione per essere in sostanza un teatro coreutico della quotidianità. E riferendoci sempre a Montale quando dice che “un artista porta con sé  un particolare atteggiamento di fronte alla vita e una certa attitudine formale a interpretarla secondo schemi che gli sono propri”, Pina ha poi imboccato una strada che ha piegato la visione ‘stuckiana’ a rappresentare spaccati di varia umanità culturale perché in fondo, anche per lei, vale il detto terenziano “homo sum: humani nihil a me alienum puto” (sono un uomo: non ritengo che mi sia estraneo niente che appartenga all’uomo). Questa celebre sentenza esprime infatti l’humanitas bauschiana anche dell’ultima fase creativa che, iniziata con Viktor del 1986, un lavoro su Roma e la romanità, continua in creazioni dedicate alla scoperta dell’uomo al di là di differenze religiose, razziali, sociali, ideologiche, fra cui vale la pena di ricordare il brasiliano Agua, l’ungherese Wiesenland e citare l’ultimo ispirato al Cile.

Bamboo blues, uno  Stück  del 2007, nasce dopo vari soggiorni della Bausch con la compagnia in India. Definito “un ipnotico mosaico di immagini nel quale si fondono gli aspetti tradizionali e quelli contemporanei” del continente asiatico, il pezzo è privo di accenti folkloristici e tra echi di mercati, visite a templi e scuole di danza, feste tradizionali, suoni, colori, profumi, rende omaggio con garbo e rispetto ad una cultura e un popolo millenario e riservato. 


Diviso in due parti, è infarcito di poetici assoli femminili e maschili intervallati da corse, incontri e tenzoni amorose su letti mobili di canne di bamboo. Sete fruscianti mosse dal vento fanno da fondale, mentre lunghi teli di stoffa sono srotolati, arrotolati, sollevati, avvolti intorno a corpi maschili e femminili, in un’atmosfera pregna di cardamomo che ci trasporta nel magico e misterioso mondo dell’India di ieri e di oggi. Quell’India a cui è dedicata nella seconda parte una serie di video-proiezioni sonore con le immagini di eroi indiani, delle danze chau in sontuosi costumi, delle piantagioni, delle foreste, dell’elefantino Ganesch, a cui corrisponde l’emozionante esibizione di Shantala Shivalingappa. La ballerina indiana che con mirabile grazia fonde la Bharata Natyam, la danza classica indiana, e il morbido e fluido linguaggio espressivo del Tanztheater di Pina Bausch. Una performance a cui fanno eco il “contrappunto” sonoro del pop dei Talk Talk britannici, del rok post minimalista di Micheal Gordon e del sound dei 4Hero, in uno spettacolo aperto e chiuso da un gruppo di danzatrici ruminanti in stupendi abiti da sera e con i capelli sciolti che, dopo aver ballato, si adagiano sul proscenio come tigri del Bengala, ammiccano al pubblico e alla fine ritornano con il loro incedere da dive di Bollywood. E proprio la donna è il filo rosso di Bamboo Blues con la sua presenza salvifica quando amoreggia o balla la danza di Pina, una danza che fa venir in mente Isadora Duncan per l’esigenza primordiale di dare corpo alle emozioni e ai sentimenti con un movimento privo di codici di riferimento e inserito in uno spazio che asseconda e non condiziona le sue potenzialità.  

Ma Pina a questa amata figura non risparmia neppure una sferzata di graffiante ironia quando Cristina Morganti ‘in rosso Valentino’ dice “ho sognato di volare e volavo, volavo e stiravo”, “volavo e pulivo, volavo e davo il cencio” in un esilarante effetto di straniamento che beffardamente ribadisce un temuto destino da colf. E l’ironia di Pina ma questa volta di tutt’altro genere ritorna quando un garzone del “Pronto Pizza” su internet prende le ordinazioni di lasagne in una sorta di globalizzazione mangereccia che fa sorridere e riflettere. Certo in questo Bamboo Blues mancano le contraddizioni e le miserie del paese del Mahatma Gandhi e forse non c’è lo spessore di precedenti stücke ma quello che Pina offre a piene mani è un senso di leggerezza e di bellezza, un inno alla vita, alla danza, all’amore, percepiti come antidoti alla barbarie e alla morte.

Questa donna pluripremiata con la sua esile ed emaciata figura, i lunghi capelli, gli espressivi occhi azzurri, l’eleganza dei modi, l’innato desiderio di danzare, che lo stesso cinema ha voluto per sé in Pina di Wim Venders, E la nave va di Federico Fellini, Parla con lei di Pedro Almodoár, resta e resterà nella storia del teatro di danza del Novecento.

La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, non solo per la danza “orba di tanto spiro”, e non stupisce che al Teatro Nuovo di Spoleto nei dieci minuti di applausi ininterrotti il pubblico, contravvenendo alle leggi di natura, aspettasse di vedere riapparire la “signora del Tanztheater”. Una presenza ravvisata nei volti dei sedici protagonisti che con grande compostezza di fronte al dolore l’hanno salutata con una laudatio funebris che sicuramente Pina avrebbe apprezzato.

 

 

Bamboo Blues
cast cast & credits
 

Pina Bausch
Pina Bausch in
Café Müller




 
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