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Il racconto dell'amore e dell'odio

di Gabriella Gori
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Data di pubblicazione su web 02/07/2009  

La Blanche Neige di Angelin Preljocaj è uno dei fortunati casi in cui si realizza la perfetta consonanza tra le tre “dimensioni” - prescrittiva, rappresentativa, ricettiva - che sottintendono l’operazione artistica e il risultato è un prodotto di indubbio valore estetico ed etico. In scena in prima nazionale al Teatro Regio di Parma con il Ballet Preljocaj per il ParmaDanza 2009,  il “balletto narrativo” del coreografo franco-albanese – come lui lo ha definito - è uno spettacolo che per questa rara triplice compresenza incontra il favore di pubblico e critica inserendosi nella tradizione della “transcodificazione” danzata di un testo letterario e legittimando la trascrizione coreografica di una favola fino ad oggi trascurata.

Una riscoperta che rifugge da letture “moderne” o psicanalitiche come in alcune versioni di Giselle, Lago dei cigni, Bella Addormentata, per dare vita a un nuovo “classico” della letteratura ballettistica in cui la classicità risiede nella capacità ‘oraziana’ di coniugare ars (tecnica) e ingenium (talento) e di realizzare il perfetto equilibrio tra contenuto, forma e ricezione. E cioè tra la dimensione prescrittiva, afferente al credo poetico ‘preljocajano’, la dimensione rappresentativa relativa alla modalità espressiva e la dimensione ricettiva legata al grado di godimento del pubblico. Un pubblico che al Regio di Parma non lesina applausi e sigla il successo di Biancaneve, già premiata ai Globes de Cristal 2009.                                          

In merito ai principi estetici che improntano la pièce è lo stesso Preljocaj a spiegare che Blanche Neige nasce dal “desiderio” di allestire, dopo “coreografie molto astratte”, un balletto narrativo in cui la drammaturgia è sostanzialmente fedele alla fiaba dei Grimm ed è rispettato il ruolo del “coreoautore” onnisciente che consegna allo spettatore un plot leggibilissimo e caratterizza la sua mise en danse con uno sfarzoso décor firmato da Thierry Leproust, ricercatissimi costumi di Jean Paul Gautier e una colonna sonora con i fiocchi. Un medley sulle nove Sinfonie di Mahler che ‘duetta’ con il bel “contemporaneo accademico” di Preljocaj interpretato da corpi forgiati alla severa scuola del codice classico e alla rigorosa disciplina del codice contemporaneo. Una riuscita contaminazione che conferma la sapienza coreutica di questo coreografo di “scuola francese” e la sua capacità di realizzare uno spettacolo che funziona sotto ogni punto di vita  e in ogni sua parte. In questa versione coreografica di Biancaneve non manca nulla della fiaba ‘grimmiana’ e neppure del sotteso messaggio della vittoria del bene sul male e dell’amore sull’odio, di conseguenza lo spettatore è portato a soffermarsi su particolari scelte registiche, scenografiche e costumistiche che si basano sull’evidente contrasto tra il chiaro e lo scuro, tra il barocchismo di certi abiti e la semplicità di altri, tra claustrofobiche dimore principesche o minerarie da una parte e ambientazioni bucoliche o nemorali dall’altra.

Tutto parte dall’atmosfera plumbea del Prologo con la morte di parto della regina, la madre di Biancaneve, che tornerà a soccorrere la figlia quando la matrigna le fa ingurgitare a forza la mela avvelenata. L’apparizione della noverca è invece preceduta da una scena corale in cui si misura tutta la maestria di Preljocaj nel muovere le ‘masse’, in questo caso i cortigiani vestiti di chiaro con giustacuori e stivali che eseguono “danze figurate” di stampo moderno/contemporaneo e danno inizio alla vicenda. Il coup de théâtre si ha però con l’arrivo di Emma Gustafsson, la matrigna. Una sexy e seducente dark lady circondata da due atletiche ballerine, “i gattacci neri”, che si ammira in un enorme specchio, calato sul proscenio, e prefigura le sue malefatte a danno della dolce Biancaneve, la giapponese Nagisa Shirai. Una figura salvifica con indosso una leggera e morbida tunica bianca che lascia scoperte ampie parti del corpo e si contrappone, anche metaforicamente, alla ricercatezza e rigidità dell’abito della matrigna, stretta nella morsa di un aderente corpetto con tanto di gorgiera, cuffia e corona. Una femme fatale che ammalia per la sua spudorata bellezza e mette in ombra la virginale “puella” che a corte incontra il suo lui, Sergio Diaz. Un principe alto, biondo, di pelle ambrata, di cui si innamora nel primo pas de deux e con cui scopre le gioie dell’amore nel secondo. Un liricissimo duetto ambientato in un petroso locus amoenus abitato da novelli “figli dei fiori” che danzano la gioia di amare e di amarsi. Ma il male e l’odio incombono ed ecco allora la scena decisamente teatrale dei guardiacaccia che aspettano Biancaneve per ucciderla ma, colpiti dalla bontà della fanciulla, strappano il cuore ad un cervo e lo consegnano alla matrigna mentre la figliastra trova rifugio fra i sette nani. Un gruppo di ‘alpinisti-minatori’ che scalano una gigantesca parete rocciosa agganciati a delle corde ed entrano ed escono da oscuri loculi in una sequenza di grande impatto visivo e prospettico. Con sapiente dosaggio registico Preljocaj passa poi alla scena in cui la matrigna con violenza inaudita caccia in gola alla fanciulla la mela in un corpo a corpo che vede soccombere Biancaneve e trionfare la regina, sempre più strega con il seguito dei malefici gatti che fa uscire a suo piacimento da un gigantesca gabbia nera.  

In ogni fiaba che si rispetti però il lieto fine è d’obbligo e se l’incantesimo è rotto dal bacio del Principe e dal risveglio della fanciulla, che danza con lui un inteso passo a due, altrettanto magistrale è la punizione riservata alla noverca, condannata come in un infernale girone dantesco a ballare sui carboni ardenti mentre densi vapori dissolvono il “meraviglioso” fiabesco di Preljocaj e consegnano alla letteratura ballettistica un bell’esempio di coreografia narrativa del terzo millennio.

 

Biancaneve
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