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Ricordo di Ivan Della Mea

di Maurizio Agamennone
  Ivan Della Mea
Data di pubblicazione su web 15/06/2009  

Per chi ha, oggi, almeno cinquanta anni, Ivan Della Mea è stato la voce della giovinezza, del furore, dell’entusiasmo e della speranza e, anche, della percezione che si potesse essere gruppo, grande gruppo, e condividere la possibilità di profonde trasformazioni del vivere associati. 

E pensare che non era per niente una bella voce: ruvida, certe consonanti fortemente arrotate e altre clamorosamente sibilanti, non sempre intonata, con una forte tendenza verso una scansione sillabica troppo squadrata. Ma aveva un flatus epico unico, irripetibile, e perciò irresistibile… e nessuno ha mai percepito le scivolate nell’intonazione, né gli altri vizi.

Anzi, che proprio lui, senza grandi studi musicali alle spalle, senza grandi capacità strumentali, con un passato faticoso di molti e umili lavori, riuscisse a scrivere canzoni che poi sono rimaste nell’epica sociale e politica di almeno un paio di generazioni, era la palese dimostrazione della possibilità che il sogno utopico si potesse effettivamente realizzare, che ognuno potesse fare musica, ognuno potesse esprimersi liberamente, e che il gruppo potesse aggiungere saperi, energia ed emozioni all’invenzione e all’azione individuale.

È stato autore di un’innodia entusiasmante, efficacissima, che, perciò, diventava rapidamente esperienza condivisa, durante i cortei, le manifestazioni,  i picchetti, ma anche nell’intrattenimento di gruppo, quando si stava insieme e basta, e si continuavano a cantare le sue canzoni perché il tempo libero non era in contrasto con le pulsioni politiche e sociali, ma stretta continuazione di quelle, integrazione affettuosa dell’energia che si esplicava nel conflitto.

È stato presente in tutte le battaglie culturali della sinistra, e ultimamente ha addirittura osato contrastare il Bertinotti, di cui era proprio l’opposto.

Una delle sue ultime opere è stata il salvataggio e la conduzione delle attività e dotazioni dell’Istituto “Ernesto de Martino”, nella nuova sede di Sesto Fiorentino, quasi un miracolo laico, operato da istituzioni che riescono ancora ad ascoltare il fiato lungo delle memorie sotterranee, e che ha consentito il trasferimento in Toscana di un patrimonio documentario di straordinario interesse culturale, memoriale, identitario, politico, sociale (gli aggettivi si sprecherebbero!). Paradossalmente, quella del “de Martino” costituisce un’esperienza quasi completamente ideata e prodotta in Lombardia - con qualche presenza piemontese e veneta e una propaggine toscana (Caterina Bueno)  - ma che nessuno dei nuovi alfieri delle identià locali lombarde e padane ha inteso conservare a casa, proprio come l’archivio di Roberto Leydi, finito in Svizzera: una bella rivincita di cui Ivan sarà ben contento e continuerà a sorridere compiaciuto.

 

[scritto di getto, ascoltando in cuffia “O cara moglie” di Ivan Della Mea, pescata su YouTube, gli occhi umidi]

 

                                                        Maurizio Agamennone

 



 
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