Infinities:
una drammaturgia massimalista
Il nuovo spettacolo di Luca Ronconi è prima di tutto il segnale di una differenza. Differenza dalla mediocre drammaturgia minimalista che prevale oggi nel teatro e nel cinema. E anche differenza dalla mediocrità dei cartelloni della maggior parte dei teatri italiani.
Le "infinità" sono il giusto contrappeso alle logiche di testi e di spettacoli che da tempo si compiacciono - con il pretesto di essere più "veri" e "diretti" - di girare intorno all'ombelico dei registi-attori, degli attori-autori, dei gruppi autoreferenziali. Qui ci si perde (e credo che finalmente si perdano anche gli spettatori dotati di una maggiore cultura scientifica) dietro e dentro a ipotesi numerologiche, fantasie spazio-temporali, teorie estreme che arrivano a far capire a chi assiste all'evento quanto poco egli sappia e può sapere di quello che c'è fuori di lui. In ogni caso lo spettatore è costretto a misurarsi con questo "fuori da sè".
Il testo proposto dal matematico inglese John D. Barrow (Londra, 1952) è stato tradotto e in parte tagliato (ma non riscritto) da Ronconi che ha provveduto a trasformare in dialogo il tessuto narrativo-scientifico dell'originale, distribuendolo ai diversi attori. I quali vengono a loro volta distribuiti nelle diverse stanze con un'assegnazione che non è però né unica né definitiva. Se i cinque testi restano gli stessi per ogni spazio (nella stanza A si recita il testo a; nella stanza B il testo b, nella stanza C il testo c, nella stanza D il testo d, nella stanza E il testo e) cambiano invece i recitanti per le cinque repliche (a1, a2, a3, a4, a5; b1, b2, b3...) che ogni sera si succedono in ogni stanza e che gli spettatori possono vedere suddivisi in cinque turni di "visita". Ognuno dei cinque ambienti, mirabili per ordinamento e invenzioni scenografiche, viene così abitato ogni giorno da cinque gruppi di attori diversi (differenti, oltre che per caratteristiche individuali, anche per numero): si tratta dunque di cinque varianti sul medesimo tema.
Se lo spettatore "normale" vede le cinque scene previste dal copione in una sequenza che gli appare fissa e immutabile, quando si azzardi - vincendo la pigrizia o vinto dalla curiosità - a ripercorrere lo spettacolo, tornando ad attraversare, dalla prima alla quinta, le stanze che ha già visitato, sarà costretto ad analizzare le differenze e scoprirà quanto grandi o sottili siano a ogni rilettura. Le singole scene (circa 20 minuti di durata) funzionano come microdrammi che, replicati ogni sera, mostrano quanto sia irripetibile e sempre mutevole la natura del mondo, e quindi - come ben sappiamo - del teatro. Le cinque variazioni dei cinque organismi di base non avvengono tutte le sere nel medesimo ordine (poiché diverse sono le disponibilità e le disposizioni degli attori) e quindi il percorso dello spettatore è infinitamente variabile. Tanto quanto la natura di ogni cosa e le cose della natura.
Il gioco appare divertente come un sistema di specchi. Seducono i temi (non originali ma originalmente esposti) elencati dalla narrazione di Barrow (il gioco combinatorio nella stanza A, le conseguenze dell'eternità discusse nella stanza B, la meditazione sui doppi nella stanza C, la ricostruzione delle teorie dello scienziato pazzo Cantor nella stanza D, i vaneggiamenti sul viaggio nel tempo nella stanza E). Ma seduce anche la tentazione di operare combinazioni e inversioni incongrue nel percorso, così come la scoperta degli effetti prodotti dal mutamento dei cast. Accostamenti giudiziosi o meno vengono indotti nella mente di chi viaggia, mentre chi è visitato (gli attori) sembra l'aborigeno di un pianeta misterioso.
Orchestrato al di fuori dei ricatti della drammaturgia minimalista (la psicologia autobiografica come giustificativo di autori nulli, il richiamo alla disperazione sociale o patologica come alibi dell'incapacità di scrivere, il verismo piccolo-borghese come richiesta di complicità a un pubblico altrimenti indifferente) il gioco nega, nel momento in cui la produce al massimo livello di ambizione scenografica e drammaturgica, l'importanza della spettacolarità fine a se stessa.
E' questo l'altro ed estremo segnale di differenza inviato da Ronconi. Infinities usa i segni della visione scenica per stabilire un contatto fra noi e quanto sta oltre la scena, un "prima" costituito dal pensiero e dalle idee di uno scienziato. Altre volte Ronconi lo ha detto: "non è il teatro che deve stare al centro del mondo, ma la cultura". E il teatro deve, come uno specchio posto in un angolo, saperla riflettere. La ricollocazione del pensiero e dell'immaginazione universale al centro della vita artistica è un segnale positivo (per chi lo sa e lo vuole raccogliere), dopo il delirio di narcisismo egotico di cui ha dato spettacolo da almeno vent'anni a destra e a sinistra il popolo degli artisti. Se si vuole, una sorta di drammaturgia massimalista.
Le "infinità" sono il giusto contrappeso alle logiche di testi e di spettacoli che da tempo si compiacciono - con il pretesto di essere più "veri" e "diretti" - di girare intorno all'ombelico dei registi-attori, degli attori-autori, dei gruppi autoreferenziali. Qui ci si perde (e credo che finalmente si perdano anche gli spettatori dotati di una maggiore cultura scientifica) dietro e dentro a ipotesi numerologiche, fantasie spazio-temporali, teorie estreme che arrivano a far capire a chi assiste all'evento quanto poco egli sappia e può sapere di quello che c'è fuori di lui. In ogni caso lo spettatore è costretto a misurarsi con questo "fuori da sè".
Il testo proposto dal matematico inglese John D. Barrow (Londra, 1952) è stato tradotto e in parte tagliato (ma non riscritto) da Ronconi che ha provveduto a trasformare in dialogo il tessuto narrativo-scientifico dell'originale, distribuendolo ai diversi attori. I quali vengono a loro volta distribuiti nelle diverse stanze con un'assegnazione che non è però né unica né definitiva. Se i cinque testi restano gli stessi per ogni spazio (nella stanza A si recita il testo a; nella stanza B il testo b, nella stanza C il testo c, nella stanza D il testo d, nella stanza E il testo e) cambiano invece i recitanti per le cinque repliche (a1, a2, a3, a4, a5; b1, b2, b3...) che ogni sera si succedono in ogni stanza e che gli spettatori possono vedere suddivisi in cinque turni di "visita". Ognuno dei cinque ambienti, mirabili per ordinamento e invenzioni scenografiche, viene così abitato ogni giorno da cinque gruppi di attori diversi (differenti, oltre che per caratteristiche individuali, anche per numero): si tratta dunque di cinque varianti sul medesimo tema.
Se lo spettatore "normale" vede le cinque scene previste dal copione in una sequenza che gli appare fissa e immutabile, quando si azzardi - vincendo la pigrizia o vinto dalla curiosità - a ripercorrere lo spettacolo, tornando ad attraversare, dalla prima alla quinta, le stanze che ha già visitato, sarà costretto ad analizzare le differenze e scoprirà quanto grandi o sottili siano a ogni rilettura. Le singole scene (circa 20 minuti di durata) funzionano come microdrammi che, replicati ogni sera, mostrano quanto sia irripetibile e sempre mutevole la natura del mondo, e quindi - come ben sappiamo - del teatro. Le cinque variazioni dei cinque organismi di base non avvengono tutte le sere nel medesimo ordine (poiché diverse sono le disponibilità e le disposizioni degli attori) e quindi il percorso dello spettatore è infinitamente variabile. Tanto quanto la natura di ogni cosa e le cose della natura.
Il gioco appare divertente come un sistema di specchi. Seducono i temi (non originali ma originalmente esposti) elencati dalla narrazione di Barrow (il gioco combinatorio nella stanza A, le conseguenze dell'eternità discusse nella stanza B, la meditazione sui doppi nella stanza C, la ricostruzione delle teorie dello scienziato pazzo Cantor nella stanza D, i vaneggiamenti sul viaggio nel tempo nella stanza E). Ma seduce anche la tentazione di operare combinazioni e inversioni incongrue nel percorso, così come la scoperta degli effetti prodotti dal mutamento dei cast. Accostamenti giudiziosi o meno vengono indotti nella mente di chi viaggia, mentre chi è visitato (gli attori) sembra l'aborigeno di un pianeta misterioso.
Orchestrato al di fuori dei ricatti della drammaturgia minimalista (la psicologia autobiografica come giustificativo di autori nulli, il richiamo alla disperazione sociale o patologica come alibi dell'incapacità di scrivere, il verismo piccolo-borghese come richiesta di complicità a un pubblico altrimenti indifferente) il gioco nega, nel momento in cui la produce al massimo livello di ambizione scenografica e drammaturgica, l'importanza della spettacolarità fine a se stessa.
E' questo l'altro ed estremo segnale di differenza inviato da Ronconi. Infinities usa i segni della visione scenica per stabilire un contatto fra noi e quanto sta oltre la scena, un "prima" costituito dal pensiero e dalle idee di uno scienziato. Altre volte Ronconi lo ha detto: "non è il teatro che deve stare al centro del mondo, ma la cultura". E il teatro deve, come uno specchio posto in un angolo, saperla riflettere. La ricollocazione del pensiero e dell'immaginazione universale al centro della vita artistica è un segnale positivo (per chi lo sa e lo vuole raccogliere), dopo il delirio di narcisismo egotico di cui ha dato spettacolo da almeno vent'anni a destra e a sinistra il popolo degli artisti. Se si vuole, una sorta di drammaturgia massimalista.

stanza A - Stanza 1: Benvenuti all'albergo Infinito

stanza B - stanza 2: Vivere in eterno

stanza C - stanza 3: il paradosso della replicazione infinita

stanza C (2) - stanza 3 (2): il paradosso della replicazione infinita

stanza D - stanza 4: L'infinito non è un grande numero

stanza D (2) - stanza 4 (2): L'infinito non è un grande numero

stanza E - stanza 5: Da dove viene questa commedia

stanza E (2) - stanza 5 (2): Da dove viene questa commedia

Luca Ronconi
tutte le foto sono di
Marcello Norberth
Marcello Norberth
Cast & credits
| Titolo
Infinities |
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| Data rappresentazione
08/03/2002 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
spazio Bovisa |
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| Autori
John D. Barrow |
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| Traduzione
Bruna Tortorella |
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| Regia
Luca Ronconi |
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| Interpreti
Giovanni Battaglia Francesco Colella Margherita Di Rauso Clara Galante Sergio Leone Mauro Malinverno Francesco Marino Graziano Piazza Imma Sancho Carles Sanjaime Stefano Santospago Massimiliano Sbarsi |
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| Produzione
Piccolo Teatro di Milano / Ciudad de las Artes Escenicas Sagunto / Fondazione Sigma Tau / Politecnico di Milano in collaborazione con RaiSat, Radio 3, Fondazione Corriere della Sera, IBM, Solari Udine, ATM, Ferrovie Nord Milano, AEM |
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| Luci
Gerardo Modica |
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| Note
con gli allievi del corso Vsevolod Mejerchol'd della Scuola di Teatro del Piccolo Federica Armillis, Luca Carboni, Maurizio Ciccolella, Pasquale di Filippo, Raffaele Esposito, Laura Gambarin, Rossana Giordano, Giada Lorusso, Diana Manea, Marco Mattiuzzo, Stefano Moretti, Nicola Orofino, Valentina Picello, Angela Rafanelli, Erika Renai Cappelli, Chiara Rivoli, Vladimuro Russo, Irene Serini, Mirko Soldano, Chiara Stoppa, Simone Toni, Francesco Vitale con un gruppo di studenti e ricercatori del Politecnico di Milano Davide Archetti, Marco Boella, Claudio Capelli, Fabio Catalano, Giovanni Cimatti, Paolino Di Benedetto, Tiziano Ferrari, Lorena Matarrese, Linda Ovena, Anna Maria Paganoni, Luca Paglieri, Pierandrea Randone, Anna Rho, Umberto Scarfogliero, Marco Schiatti, Lorenzo Soletti, Federico Vegni, Emilio Zanetti |