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Poli-divagazioni culturali

di Giulia Tellini
  Paolo Poli
Data di pubblicazione su web 28/11/2008  

Firenze. Teatro Puccini. 26 novembre 2008. Poco prima dell'inizio di Sillabari, spettacolo di due ore "liberamente tratto" dai racconti di Goffredo Parise, in cui come al solito recita, canta, balla e si cambia d'abito almeno venti volte, Paolo Poli (ottant'anni in primavera), completo elegante e papillon, mi accoglie dietro le quinte e, piccoli saggi d'arte attorica sempre pronti a uscire dal suo magico cilindro, m'accompagna per mano a fare quattro passi fra la letteratura e il teatro di un'Italia d'altri tempi.     
 

Come mai questa volta ha scelto di adattare un testo di Goffredo Parise?
Perché l'ho conosciuto. Era un uomo garbato, della metà del secolo scorso, che è il mio secolo: perché io di quello che succede ora capisco sempre meno, essendo vecchio. E non è vero che i vecchi sono saggi: la vita si è ristretta e si restringe col tempo e si vede sempre meno. Anche Omero ci racconta che i vecchioni di Troia, vedendo passare Elena, dicessero: «sì, è valsa la pena, tanti anni di dolore per una siffatta donna («toied'/amphi gu/naiki po/lun khronon/ alghea /paskhein»)». «È valsa la pena!»… pensa che imbecilli. Non vale la pena: dieci anni di guerra per questa bella donna… Vabbè che era di origine quasi divina, però, insomma… Comunque: insieme a Pasolini, Parise, nel Dopoguerra, arrivò a Roma. E Pasolini scoprì il linguaggio dei ragazzi di vita e scrisse i suoi libri di successo (tanti ne aveva scritti anche a Casarsa, in Friuli, ma non li aveva pubblicati). Dopo il successo di Ragazzi di vita, scrisse Una vita violenta e poi cominciò a fare il cinema. Parise invece scoprì il linguaggio elementare: rimase colpito da una bambina che in un suo quadernetto aveva scritto «l'erba è verde». E allora lui, negli anni Settanta, scrisse per il «Corriere della sera» questi raccontini che poi sono stati raccolti in un volume. Sembrano un niente ma riuniti insieme formano un quadro della vita del Novecento verso la metà del secolo. Si rifanno quasi tutti all'epoca della guerra, quando sono completamente cambiati i costumi. Sicché, negli anni Settanta, gli anni di Piombo, si ripensa agli anni della guerra non dico con rimpianto. No, perché io non rimpiango certo gli anni di Mussolini e di Hitler. Però era la mia giovinezza. E che cosa dovrei ricordare altrimenti? Ricordo quelli. Nel 1938 ero lì che sventolavo la mia bandierina con la svastica all'arrivo di Hitler a Firenze, davanti alla stazione appena terminata.

Alla ricerca di un libro del Novecento da ridurre per il teatro mi sono piaciuti moltissimo questi Sillabari: Parise li ha intitolati così, come un libro di bambini, come l’abbecedario di Pinocchio; e ne ho scelti quasi una ventina. E l'erede, che è la signora Fioroni, mi ha dato il permesso di scrivere, nel programma di sala, «liberamente tratti da». Poi ci ho mescolato la letteratura delle canzonette, che nella loro modestia spiegano anche all'ascoltatore meno preparato letterariamente, gli avvenimenti del Novecento. La letteratura più modesta delle canzonette, infatti, spiega quella più difficile… Anche se Parise sembra facile, infatti, in realtà non lo è. La sua è una sofferta e raggiunta semplicità. Come quella di Leopardi, che cominciò scrivendo «vedo le mura e gli archi. Ma la gloria non vedo. Non vedo il lauro e 'l ferro ond'eran carchi i nostri padri antichi. Nuda la fronte e 'l petto. O patria mia chi t'ha ridotta in questo stato. Se fosser gli occhi miei due vive fonti, non potrei pianger tanto ecc ecc». E alla fine, invece, arriva a scrivere L'Infinito… che è semplicissimo…

Il suo spettacolo è una parodia dei Sillabari di Parise?

Mah… sai… in tutto quello che faccio c'è un po' di parodia… perché non sono una donna vera, non sono una giovane… sono un vecchietto. E quindi è tutto falso quello che io racconto. Però nel mio desiderio, nella mia fantasia, ecco che cerco una verità letteraria che sia anche specchio della storia.

Il tipo di teatro che fa è diverso da qualsiasi altro: perché c'è un po' di rivista, un po' di teatro di prosa…

Tutte le persone sono diverse le une dalle altre, non c'è una foglia simile all'altra: la natura ci ha fatto così… dispiegandosi tutta nella sua ricchezza. È una ricchezza la diversità. Quanto alla rivista e alle altre cose, erano i generi che un tempo venivano catalogati. Proprio lunedì sono stato alla Crusca…

A leggere Pinocchio

Sì, qualche brano. E poi c'erano delle persone, dei burocrati, che spiegavano «la fava e la rava». Ma già Leopardi prendeva in giro la Crusca. Diceva: «mi dicono che questo aggettivo non si deve usare, però l'ha usato il Tasso…» e giù, poi, citazioni da mille autori. Era davvero uno studioso: lo volevano portare in Germania. Chissà… se fosse sopravvissuto. Invece di mangiare tutti quei dolci a Napoli... Perché è morto a trentanove anni. Però, sai, già a diciassette traduceva Omero imparandosi da sé il greco. Non si butta via uno così. Era bruttino ma con tanti capelli… Infatti quando andò a Roma, sperando di prendere l'eredità di uno zio prete, non si volle fare la tonsura. Il padre Monaldo gli scriveva «ti sei tagliato i capelli?», «mmm… oggi non potevo… ma domani lo farò…». E non si tagliò mai i capelli, che era l'unica bellezza che aveva…

Cos'è il teatro, per lei?

È stata la mia ragione di vita: io ho scelto questo lavoro volontariamente. E quando mi offrivano il cinema ho sempre risposto di no. Perché il cinema è bravo quello che lo fa: il regista. Che sceglie, che studia, che vede, che fa… L'attore di cinema, sai… Torna a casa Lassie era più bravo il cane di Liz Taylor. 
 

Si sente più attore o autore?

Attore! Come vedi mi rifaccio sempre a qualcuno che scrive. Alle penne più ardite… Io non so scrivere. Avrei scritto, sennò.

Prima di questo su Parise, fra le altre cose, ha fatto uno spettacolo su Palazzeschi: Aldino, mi cali un filino?...

Sì, ho preso alcuni racconti dalle Stampe dell'Ottocento che raccontavano personaggi, direi, in una parola moderna, "felliniani": la signora grassa grassa, la nana... tutte le curiosità che lui notava. Perché noi abbiamo avuto un grande poeta nel Novecento, D'Annunzio, e tutti ci hanno sbattuto contro: ma i più furbi hanno saputo scavalcare l'ostacolo. Gozzano si è rifugiato in soffitta in mezzo alle cose abbandonate. Mentre D'Annunzio elogiava la sua bellezza, i suoi successi con le donne, Gozzano diceva «i fiori che non colsi», e invece di queste belle donne, di queste Basilisse («la fiamma è bella!»), lui aveva la cuoca: «signorina Felicita, a quest'ora che fai? Tosti il caffè. E il buon aroma si diffonde intorno? O cuci i lini e canti e pensi a me, all'avvocato che non fa ritorno?». E si è nascosto dietro i vasi di marmellata. Mentre D'Annunzio aveva il tripode, il bucintoro, la nave con le vele che sbattono... E anche Palazzeschi, dopo aver saputo scavalcare il futurismo e le parole in libertà, col suo "ghiribizzo", si direbbe in linguaggio cinquecentesco, è riuscito a dare una voce nuova al Novecento.

Dopo cinquantacinque anni a Firenze, Palazzeschi è scappato perché non ne poteva più…

Sai, è una città morta. È una città che ha avuto nomi importanti, ma dopo i tre del Trecento, Dante, Petrarca, Boccaccio, mica tanti…

E del teatro di oggi, che ne pensa?

Non vedo niente io, perché lavoro. Faccio duecento giornate l'anno. E che vedo degli altri? Niente. Però ho i vigili del fuoco che ogni tanto mi raccontano. Allora chiedo: «com'era quell'Amleto?», «mmm… moderno», «come moderno?», «sì - dice - non c'erano mobili», «e la regina non aveva il letto?», «no. Si rotolava per terra…». Sono carini… allora, in corpore vili, con parole semplici, mi descrivono quello che davvero si vedeva sulla scena. «Ma il fantasma, c'era il fantasma del padre di Amleto?», «no, Amleto parlava con se stesso, aveva come una cattiva digestione, un borborigmo, una scoreggia, che era quello lì il babbo».

Emanuele Luzzati è stato il suo scenografo preferito. Come mai?

Negli ultimi anni sì. Prima, lui ha fatto tante scenografie per Enriquez e la Valeria Moriconi. E faceva parte anche della compagnia, che era la Compagnia dei Quattro. Io l'ho conosciuto nel 1958. Nel 1958 ho fatto due stagioni a Genova con Aldo Trionfo. Nel 1960 mi sono messo in proprio. Poi negli anni Settanta, Luzzati era libero e l'ho contattato: mi ricordava il teatro dei burattini, il teatro all'antica italiana. E ho conosciuto anche Sergio Tofano, che ha scritto un bellissimo libro di teatro: Il teatro all'antica italiana. Ecco, quelle erano le persone con cui mi sento connivente, quello era il mondo di cui mi sento affettuosamente partecipe. E dissi a Luzzati: «adesso in scena non facciamo più un salotto o una piazza, facciamo la grande pittura del Novecento: perché la televisione ci fa vedere porte che si chiudono, cassetti che si aprono, frigoriferi, gente che mangia, gente a letto. E noi invece no… la raccontiamo la vita. Il teatro è fatto anche di racconto. E questo tipo di teatro è sempre più difficile seguirlo per un pubblico che ormai è abituato a vedere tutto realizzato. Invece, una delle ultime amiche, la Natalia Ginzburg, nelle sue commedie metteva sempre qualcuno che parlava di un personaggio che non si vedeva mai. Se c'è una donna innamorata che descrive il suo uomo meraviglioso, meglio non farlo arrivare mai in scena quest'uomo. Tutti si immaginano una meraviglia: e se fai arrivare uno con due gambe e due braccia… mmm… rimangono delusi.  

Teatro e letteratura. Quanto importante la letteratura?

Il teatro vive di letteratura. Purtroppo noi in Italia abbiamo avuto grandi poeti ma non grandi autori. Non abbiamo né Molière né Shakespeare…

Goldoni…

Goldoni, sì. Anche se è italiano per modo di dire. Era europeo… Comunque, sì, certamente. Anche Goldoni. Si va, allora, dalla Mandragola di Machiavelli a Goldoni e si salta subito a Pirandello, che anche Pirandello è mezzo tedesco: «torno a ballare a Berlino», dice lei in Come tu mi vuoi. Però, quando Pirandello ha avuto il Premio Nobel, la Garbo, che non era scema, che era una che veniva da Casa di bambola, lo chiamò a Los Angeles, e fece il film Come tu mi vuoi. Ed Erich von Stroheim faceva la parte di Pirandello, col pizzettino... 
 

Il suo autore preferito?

L’Ariosto… l’Ariosto è cinematografico… «ecco pel bosco un cavalier venire, il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero; candido come neve è il suo vestire, un bianco pennoncello ha per cimiero»: poca roba, come fa il cinema. Un particolare. In questo era grandissimo Piero Gherardi, che è stato quello che ha fatto i primi film con Fellini. Arrivava una donna con un enome cappello e sotto chi c’era? Un'attrice anche mediocre, non importava. E poi Fellini aveva le comparse: la Saraghina, una donna grassissima, la volpina… Quelle ti ricordi! E poi aveva dei bravi attori, ma quelli ci sono dappertutto…

Progetti per il futuro?

Ancora non lo so… ho cominciato da poco. Con questo spettacolo non sono neanche alla ventesima replica. Ancora non so la parte… e appena vai via mi metto a studiare (ride).

 





 

 

 

 

 

 

 


 

 
 
 
 

Paolo Poli
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Paolo Poli
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Paolo Poli
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Paolo Poli
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