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La figlia di D’Annunzio contro il figlio di Scarpetta

di Assunta Petrosillo
 
Data di pubblicazione su web 10/11/2008  

Al Teatro San Ferdinando di Napoli, dopo l’installazione multimediale site-specific, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia 2008, di ‘A causa mia concepita per gli ambienti di Castel Capuano - tribunale storico di Napoli - scenario originale degli avvenimenti messi in scena, si assiste alla versione teatrale di Delitto di Parodia con la regia di Francesco Saponaro. La drammaturgia è il risultato delle firme di Francesco Saponaro, Antonio Marfella, Luciano Saltarelli e Antonio Vladimir Marino.  In scena il processo dibattuto tra gli avvocati di Gabriele d’Annunzio (grande assente al processo) e di Eduardo Scarpetta e dei suoi avvocati.

Nel 1904 Gabriele d’Annunzio querelò per plagio e contraffazione Eduardo Scarpetta che aveva messo in scena la parodia della tragedia La Figlia di Iorio (1903) col titolo Il figlio di Iorio (1904), trasformando l’opera non solo nel titolo: tradusse i versi dannunziani in dialetto napoletano, capovolse la trama e invertì i ruoli maschili in femminili, variò i nomi dei personaggi da Mila a Torillo, da Aligi a Alice, da Lazzaro a Zeza, da Ornella a Cornelia, e sullo sfondo al posto dei monti abruzzesi inserì l’ambiente marinaro di Pozzuoli.  La tragedia pastorale fu rappresentata con successo per la prima volta, in tre atti, il 2 marzo del 1904, al Teatro Lirico di Milano, interpretata da Ruggero Ruggeri e Irma Grammatica; nello stesso anno Giuseppe Antonio Borgese la tradusse in dialetto siciliano e nel 1906 fu musicata da Alberto Franchetti con la riduzione del testo a libretto d’opera firmata da D’Annunzio.

La rappresentazione andata in scena al San Ferdinando ricostruisce la vicenda del processo risulta molto vicina al soggetto trattato soprattutto nella parte giuridica. Molto credibile l’interpretazione di Gianfelice Imparato nei panni di Eduardo Scarpetta, nella mimica e nella recitazione. Nella prima parte dello spettacolo si assiste alle prove della parodia: in platea tra la gente il capocomico Gianfelice istruisce dal basso i suoi attori.  Sul palcoscenico due sipari: uno aperto sulla parodia, l’altro sul filo dei ricordi. Qui si muovono con velocità e ritmo Trivella (Marco Mario de Notaris), Turillo - Vincenzino Scarpetta (Giovanni Esposito), Alice (Demi Licata) e si assiste alla vestizione della sposa tra lazzi, battute e benedizioni di ogni sorta. La scena frizzante e comica s’interrompe quando il capocomico Scarpetta ricordando ai suoi attori e spettatori la sera della prima, alza gli occhi al led dei ricordi e vede scorrere le immagini degli schiamazzi del pubblico che determinarono in quel frangente la sospensione dello spettacolo. 

Con questo racconto si cambia registro, si passa dal comico al grottesco, dalla scena teatrale a quella audiovisiva-cinematografica. Scarpetta racconta del suo viaggio verso la casa  di D’Annunzio per chiedergli il permesso di rappresentare la parodia, e sul led – in sequenze di cinema muto, in bianco e nero – appare il poeta (Peppe Servillo) circondato da amanti seminude in abiti romani, amazzoni a cavallo, in un ambiente monumentale, simulacro della sua immaginifica identità.

Si passa poi, con un repentino cambio di scena, dal palcoscenico di parodia all’aula del tribunale. Tutto si ferma, diviene reale, statico. In scena due tavoli: uno per gli avvocati della difesa Francesco Spirito (Enrico Ianniello) e Carlo Fiorante (Tony Laudadio), l’altro per l’accusa Ferdinando Ferri (Peppino Mazzotta) e l’on. Luigi Simeoni (Fortunato Cerlino). Al centro una sedia: quella dell’accusato Scarpetta.  Di fronte all’accusato su un palco centrale - tra la gente - il presidente Giacquinto (Antonio Marfella).  Scarpetta prende la parola, difende con forza e passione il suo teatro popolare, rivendicando la sua dignità di autore teatrale dialettale. Dopo le perizie - in led - di Benedetto Croce (Marino Niola) per la difesa e Salvatore Di Giacomo (Enzo Moscato) per la parte civile, si assiste all’accorata perizia conclusiva dell’illustre latinista e filologo Enrico Cocchia (Luciano Saltarelli). Il processo si chiude con l’assoluzione del capocomico napoletano che deluso dell’accaduto di lì a cinque mesi si ritirerà definitivamente dalle scene.

Nell’insieme la pièce perde di ritmo nell’alternanza tra cinema e teatro, stanca e non convince.






Delitto di Parodia
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