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Meno sentimenti e più politica: il Romeo di Bellini, Romani e Carsen

di Sara Mamone
 
Data di pubblicazione su web 26/06/2008  

Anche se non è più certamente introvabile nel repertorio dei teatri d’opera, Montecchi e Capuleti di Vincenzo Bellini non è neppure in cartellone tutti gli anni. Per questo salutiamo con piacere la ripresa parigina dell’edizione del 1996 per la regia di Robert Carsen, sobria e severa, a cui gli anni nulla hanno levato, confermando che un giusto equilibrio tra idee ed interpretazione è sempre molto più solido di fantasiose provocazioni. Le quali invecchiano alla velocità  della luce.  

Preso con esplicita evidenza dalla storia dei due sfortunati amanti di Verona, in anni in cui il bardo andava fortissimo (l’Ottocento è il secolo della riscoperta teatrale di Shakespeare e della sua familiarità con le scene italiane), il libretto scritto da Felice Romani nel 1830 per Vincenzo Bellini (testo assai simile era già servito cinque anni prima per il trionfale Giulietta e Romeo di Vaccaj) è più shakespeariano dell’opera del bardo, che è un po’ anomala nella sua produzione tragica, così giovane e sentimentale, con i suoi personaggi puri e sprovveduti. Certo il discorso sul potere è esplicito anche nella versione originale, ma filtrato e slontanato sullo sfondo di una vicenda sentimentale dominante. Felice Romani invece rende più esplicito il gioco dei potenti, concentrando la vicenda nella fase finale, quando i due amanti veronesi hanno già stretto il loro vincolo e soprattutto dando a Romeo il ruolo virile e non sentimentale di capo del clan dei Montecchi, dunque non un adolescente alle prime prove (né in amore ne nella vita pubblica). Questa politicizzazione è accentuata dall’eliminazione del ruolo di Mercuzio e quindi dall’affrontamento diretto, senza intermediarii, del padre di Giulietta e di Romeo, capi delle due opposte fazioni. Si entra in medias res, con la prima scena che vede la decisione di affrontare i Montecchi e il rifiuto di un accordo tra le parti: subito si confrontano i due giovani futuri rivali, Romeo, in incognito, e Tebaldo, scelto dal padre come sposo per la figlia. 
 

L’opera si apre dunque su uno scenario di guerra e l’ansia della lotta tutto pervade, anche le scene più liriche d’amore tra i due. La notevolmente rilevata figura di Tebaldo tiene testa a Romeo anche in scena e il baricentro dell’opera si sposta sempre più verso una sorta di esclusione di Giulietta, vera vittima di un mondo maschile. Naturalmente la musica di Bellini (in gran parte fruttuoso recupero della sfortunata Zaira di due anni prima) si incarica di dare all’opera un giusto riequilibrio sentimentale, e di restituire, tramite la musica, a Giulietta quel che le compete. La regia di Robert Carsen (e la sottile direzione di Evelino Pidò conferma tutte le sfumature evidenziate già nella prima edizione e vistosamente maturate in questo decennio di pratica belliniana) coglie appieno questo aspetto virile e rende l’aspetto neoclassico del cultura del librettista e il pieno sviluppo romantico del compositore: nessun orpello, nessuna dolcezza nella scenografia (opera di Michael Levine), ben definiti i colori delle grigie masse corali (i supporters dell’una e dell’altra fazione), il rosso cupo delle immense pareti, spezzate soltanto da una scala che conduce, come una  profonda ferita, all’avello in cui si consuma il tragico epilogo (straordinario il bianco lucente del corpo di Giulietta al centro della scena). 

L’attenzione che  la direzione dell’opera Bastille ha dedicato a questa ripresa è confermata dal cast prescelto, di primissima qualità: dal Capellio di Giovanni Battista Parodi al Lorenzo di Mikail Petrenko, all’eccellente Tebaldo di Matthew Polenzani. Per arrivare ai protagonisti: Anna Netrebko (incintissima, è stata rilevata dall’eccellente Patrizia Ciofi nella seconda serie di repliche), la cui fama mediatico-mondana nulla toglie al reale talento, ad una presenza scenica emozionante, ad un’estensione vocale che le permette agevolmente di restituire al ruolo tutta la sua contenuta ma profonda drammaticità. La vera trionfatrice di questa ripresa è Joyce di Donato; mezzosoprano rossiniano a suo agio anche nell’opera settecentesca, è un Romeo credibilissimo anche dal punto di vista scenico, forte e sicura nella ricchezza dei registri che le permettono di passare con convincente naturalezza dalle esigenze della parte eroica a quelle e sentimentali e amorose.


Lettera da Parigi Montecchi e Capuleti di Vincenzo Bellini



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