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Nostalgie e prove d'attore

di Riccardo Castellacci
  Fabrizio Bentivoglio
Data di pubblicazione su web 02/12/2007  
«Una carezza della memoria». Con queste parole Fabrizio Bentivoglio definisce Lascia perdere, Johnny!, il suo esordio come regista, inquadrando l’orizzonte di senso in cui si colloca il film: la trasposizione di un ricordo, la nostalgia, un certo non velato sentimentalismo.

Il film prende spunto dall’incontro di Bentivoglio con gli Avion Travel: insieme hanno portato in giro per l’Italia l’operina La guerra vista dalla luna. Dal loro incontro è nato il primo cortometraggio di Bentivoglio, Tipota. E dalla tournée e dagli aneddoti di vita raccontati da Fausto Mesolella (il chitarrista degli Avion Travel) intorno ai tavoli di ristoranti aperti fino a tarda notte, ha preso forma la storia del film, che è appunto quella di un giovane chitarrista, Faustino.

Fabrizio Bentivoglio e Ernesto Mahieux

Faustino Ciaramella (Antimo Merolillo) ha diciotto anni, vive in un paesino casertano e sta aspettando la chiamata del servizio militare. Suona la chitarra in un gruppo guidato da un direttore d’orchestra-bidello con il vizio di bere (Toni Servillo). Un giorno arriva nel suo paese un celebre musicista milanese sulla via del tramonto, "ex amante della Vanoni", Augusto Riverberi (Fabrizio Bentivoglio), che, insieme all’impresario locale, il piccolo e furbo Raffaele Nino (Ernesto Mahieux), organizza una piccola orchestra: il maestro Riverberi accompagna al piano, Jerry Como (Peppe Servillo, fratello di Toni e cantante degli Avion Travel) è il crooner, il vocalist dalla voce intima, mentre Faustino (ribattezzato Johnny da Riverberi) inizialmente si occupa solo delle basi musicali. L’orchestra si scioglierà, ma Faustino per seguire la sua passione per la musica sarà disposto a spostarsi a Milano, dietro invito di Riverberi, in una città sconosciuta.

Bentivoglio racconta una storia che è l’unione di vari piccoli eventi, di aneddoti, di ricordi. Una storia che non vuole essere una fedele trasposizione dei fatti, ma che si muove fra realtà e immaginazione, dondolandosi lentamente e piacevolmente sui sogni, sulla nostalgia. Lo sguardo del giovane protagonista è il tratto che unisce le tappe di questo viaggio, che è poi un racconto di formazione. È un timido, Faustino. Uno di quelli che sta sempre dietro, sullo sfondo e che resta a guardare. Ha pensieri troppo semplici per essere espressi verbalmente. Il suo sguardo coincide con quello della macchina da presa, che contempla l’umanità piccolo-gioiosa dei vari personaggi intorno a lui, la carovana di artisti che forma una piccola comunità, una stramba famiglia.

Quello di Faustino è un viaggio verso la vita adulta, ma il momento della crescita, della consapevolezza, non può che coincidere con la solitudine, il silenzio di un luogo sconosciuto e la separazione dai propri maestri. Falasco, il trombettista-bidello un po’ folle, un po’ alcolizzato, con il tocco malinconico di Toni Servillo, è il primo maestro di Faustino. Dopo l’ultimo concerto insieme, Falasco lascia Faustino con un consiglio, una breve parabola (cito a memoria): "Se ti chiedono di suonare in montagna non ci andare, se ti chiedono di suonare al mare, vacci, se ti chiedono di suonare in campagna, fai un po’ come cazzo ti pare". Prima o poi capita di suonare in campagna, ed è il momento in cui non si può fare più affidamento su nessuno, quando occorre decidere da soli. Faustino incontra un nuovo mastro, più paterno, in Augusto Riverberi, che lo conduce all’incontro con il successo, con la televisione. Ma quando Faustino prende il treno per raggiungere Riverberi a Milano, la disillusione e la solitudine prendono il sopravvento. Johnny giunge in una città fredda e piena di nebbia. È solo. Augusto non arriva. Non c’è nessuno che lo può aiutare. Ma forse è Riverberi quel signore avvolto in un cappotto con una custodia di chitarra in mano che giunge a trovarlo. O forse è solo l’immagine di un sogno?

Faustino è un ingenuo che si fida ciecamente degli altri, e in questo senso rappresenta perfettamente gli anni settanta, in cui il film è ambientato. Lascia perdere, Johnny! parla di un mondo che non c’è più, spazzato via dall’onda barbarica degli anni ottanta, ma non ci racconta come cambia e perché, lasciando da parte le inquietudini politiche e sociali che caratterizzavano quegli anni. Si tratta di un limite riconosciuto dello stesso autore che non propone nessuna tesi preconfezionata. Il suo film è privo di citazioni dirette (per fortuna) e non vuole assomigliare nient’altro che a se stesso, e forse, con lieve compiacimento, al regista.

Bentivoglio ha iniziato la sua lunga carriera d’attore proprio negli anni settanta lavorando a teatro con due registi come Carlo Rivolta e Giorgio Streheler. Lascia perdere, Johnny! è anche un omaggio ai suoi maestri, da cui prima o poi occorre prendere commiato, e al mondo delle compagnie d’attori, che era stato alla base, con diversi esiti, di Turnè di Salvatores (1990 e in cui Bentivoglio aveva partecipato anche alla sceneggiatura). Nel suo primo film da regista, nella scelta della storia e dei personaggi, nonché nella direzione degli attori, Bentivoglio ha attinto a quel grande bagaglio di idee, risorse e arte, che è la grande tradizione italiana dell’attore, "l’invenzione viaggiante", una fonte preziosa, questa sì veramente inesauribile e rinnovabile.



Lascia perdere, Johnny!
cast cast & credits
 


Antimo Merolillo



 

 

 

 






Vittoria Golino
Valeria Golino

 
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