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Una vita difficile

di Filippo Bologna
  "Michael Clayton"
Data di pubblicazione su web 20/11/2007  
Non esiste governo che sopravviverebbe a due mesi di verità, diceva quel genio polemico di Céline. Mi sembra una buona premessa per parlare di Michael Clayton (il cui sottotitolo in inglese non a caso recita The truth can be adjusted…), film d’esordio di Tony Gilroy, solido sceneggiatore di action movies come The Bourne ultimatum che non ha resistito a passare dalla tastiera alla macchina da presa.

Michael Clayton non è solo il titolo di questo thriller etico, ma anche il nome del protagonista, un intrigante e disincantato George Clooney questa volta nei panni (gualciti) di un avvocato di successo che lavora per uno studio legale dove si fatturano cifre a molti zeri. Michael ci sa fare, conosce tutti, sa come muoversi e a quali porte bussare, è pagato per far sparire la polvere sotto i tappeti e non fare troppe domande. Michael Clayton è un professionista, uno che risolve problemi, proprio come il mitico Wolf di Pulp Fiction. Anche se come tipo di avvocato non è esattamente quello da cui comprereste un auto usata: ha il vizio del gioco, è indebitato per un affare andato a monte, la sua carriera è al guado, la moglie - come in tutti i film americani che si rispettino - lo ha lasciato, ha un fratello tossico e un bimbo biondo cui tentare di spiegare la differenza tra il bene e il male.



Insomma, quanto a fatal flow (i cosiddetti difetti o mancanze congenite dei personaggi su cui tanto insiste la drammaturgia americana), Michael Clayton non ha niente da invidiare a nessuno. Sembrerebbe impossibile, eppure la sua vita si complica ulteriormente quando gli viene affidato un caso molto delicato: Arthur Edens, un importante socio dello studio in cui lavora, un maestro e un amico per Michael, alla vigilia di un processo importantissimo cui ha dedicato otto anni della sua vita, si spoglia nudo in un parcheggio di Milwaukee mostrando preoccupanti sintomi di squilibrio. La questione richiede la massima riservatezza, il caso ha preso una brutta piega, e la corporation che lo studio rappresenta contro una class action di poveri agricoltori rischia di rimetterci un mucchio di dollari. Il vecchio Arthur (un bravissimo Tom Wilkinson) rifiuta la schiavitù degli psicofarmaci, si ritira dal caso e lascia squillare il telefonino: è davvero pazzo o i pazzi siamo noi? Quando Arthur viene trovato cadavere nel suo appartamento il cinismo di Michael inizia a scricchiolare: anche il più consumato degli avvocati, viene preso in mezzo tra scrupoli di coscienza, dubbi etici e tornaconto personale.



L’esordiente Tony Gilroy gira un legal thriller misurato, senza sbavature e isterismi visivi. Sorretto da una buona sceneggiatura, apparentemente complessa ma in realtà piana (un intreccio circolare che inizia dall’ultima scena e ripercorre a ritroso la vicenda) in grado di regalare anche qualche composta sorpresa prima del finale, forse fin troppo edificante. Gli attori sono bravi e affiatati: grande - nel suo piccolo ruolo - Sidney Pollack, che ritroviamo dopo la regia di The interpreter, stavolta nella parte dello squalo di turno, il titolare dello studio legale per cui lavora lo spazzino Michael ("Per questo siamo pagati, per fare le pulizie" dice il protagonista). Bisogna registrare che Clooney, con quella sua aria stropicciata da star buttata giù dal letto nel cuore della notte, oltre ad essere troppo bello e brizzolato per non incantare, è ormai diventato garanzia di impegno, cinema di qualità.


Michael Clayton
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