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Un cinema piccolo piccolo

di Marco Luceri
  "Un'altra giovinezza"
Data di pubblicazione su web 07/11/2007  
Il nuovo film del sessantanovenne Francis Ford Coppola, girato a distanza di dieci anni dall’ultimo Tucker, è tratto da un romanzo di Mircea Eliade, che porta lo stesso titolo del film, in cui un vecchio professore di storia dei linguaggi recupera misteriosamente la giovinezza, dopo essere stato colpito da un fulmine nella Budapest del 1938. La sua storia si intreccia con quella di Veronica, sua amante di gioventù, anche lei colpita da un fulmine, che diventerà ben presto il mezzo per scavare lungo i confini del tempo, fino alle origini del linguaggio.



Presentato alla Festa di Roma con grande clamore mediatico, Un’altra giovinezza è un film stanco, confusionario, il cui plot narrativo è così denso di richiami al mondo della filosofia, dell’arte, della scienza, della letteratura e del cinema da essere stucchevole: un insopportabile cicaleccio di citazioni e di motivi accennati e non approfonditi, gettati in faccia allo spettatore con irritante supponenza. Questo pastiche tematico e visivo non ha niente di provocatorio, di fresco, di giovanile (come invece ha sostenuto per settimane il regista, presentando il film come una sorta di "opera prima" post litteram), sembra invece una sfida personale (verso chi o che cosa poi non si capisce) mal riuscita, un tentativo maldestro di voler dire qualcosa di grande con i mezzi (piccoli, in questo caso) del cinema.




Il personaggio interpretato da un buon Tim Roth è infatti una lacrimevole vittima del complicato e debordante meccanismo narrativo, per cui la successione delle sequenze, in quest’affastellarsi continuo, lo privano di quello status drammaturgico forte che la narrazione stessa richiederebbe: il senso che si ha di fronte al continuo scarto tra il personaggio e la storia di cui egli è protagonista non è quello dell’inquietudine e dello spaesamento, ma è quello ripetitivo di un plot da soap opera in salsa melodrammatica. Tutta la seconda parte del film, che viene costruita sul duplice rapporto tra Dominic e Veronica (la brava attrice Alexandra Maria Lara), con la classica scelta finale tra l’amore e la morte, non vive l’ampiezza di quella diversità dei due dal resto del mondo, su cui invece la prima parte aveva puntato. E’ come cioè se alla fine il film non fosse altro, o meglio, nient’altro che il racconto di una storia d’amore.



Forse è questo il punto. I temi dell’interscambiabilità del sogno e della realtà, i dubbi sul concetto di tempo, il fascino delle origini del linguaggio e della figura del doppio, la psicanalisi e il cinema, il surrealismo e le filosofie orientali, la reincarnazione, il nazismo, i confini della scienza e l’etica della ragione, la vita, la vecchiaia, la morte ecc. non costituiscono già una sovrabbondanza che meriterebbe un impegno artistico e creativo di una vita? O Coppola è arrivato a tal punto da pensare che il cinema in fondo non sia poi una cosa così seria, e che ormai lo spettatore abbia solo bisogno di una bulimia di immagini e motivi che vanno perciò rigettati dallo schermo come in un flusso discontinuo e disordinato?

Che Coppola sia passato dal cinema all’immagine del cinema?

Un'altra giovinezza
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