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Provincia amara

di Marco Luceri
  "La giusta distanza"
Data di pubblicazione su web 25/10/2007  
Il nuovo film di Carlo Mazzacurati, La giusta distanza, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un’opera pregevole e degna di interesse, non solo perché costruisce un ritorno del regista alle atmosfere e ai luoghi prediletti del suo Veneto, ma soprattutto perché è un film che riflette in maniera affatto banale sull’Italia di oggi e sui problemi che la cronaca, ampliata (e manipolata) dai media portano alla ribalta del dibattito politico e sociale.


 

La storia non potrebbe essere più banale: la bella e giovane maestrina (la giovane Lodovini) arriva dalla città nella più profonda provincia del nord-est (siamo nel Polesine vicino Rovigo) e desta appettiti di varia natura nei "bravi maschietti" del paesotto: il meccanico tunisino è sedotto, il corpulento tabaccaio vorrebbe sedurla, il giovanissimo giornalista in erba è interessato ai fatti e ai personaggi che potrebbero girare intorno a lei. Verso la fine, con la morte della ragazza, il film prende però la piega del noir di provincia, del film-inchiesta che si risolve con la scoperta dell’insospettabile, ma intanto ci scappa anche un secondo morto, l’amante tunisino, ingiustamente processato e condannato dal "sistema".

Dosando con astuzia e sapienza (anche se a volte viene fuori qualche sbavatura di troppo: alcuni particolari simbolici, come la strage dei cani e il cavallo abbandonato, restano non approfonditi) un materiale drammaturgico semplice, ma efficace (soprattutto nella seconda parte del film, quando il film prende il giusto ritmo), Mazzacurati tratteggia in maniera distaccata il ritratto cupo di una provincia fuori dal tempo, in cui tutto sembra funzionare bene, ma dietro la cui facciata rispettabile, di esibita felicità tutta sorrisi e saluti all’insegna del "conosciamoci tutti, vogliamoci tutti bene", si nasconde l’orrore più grande di tutti, il vuoto della solitudine: "non ha mai visto tanta solitudine come in questo posto" dice la giovane maestrina dal suo buen retiro in campagna.


 

E’ questo il sentimento straniante che falcia la quotidianità asfissiante di questa colorita galleria di personaggi da tragicommedia: l’abbandono sembra già essere nel paesaggio delle pianure lacustri, così aperto (le strade lunghissime che solcano le campagne, la nebbia onnipresente che impedisce la vista di un arrivo, le acque dolci che sembrano disegnare un oscuro labirinto) eppure così chiuso (le facce sono sempre le stesse, le poche case sembrano fortezze impenetrabili, i luoghi anonimi si moltiplicano). E’ chiaro che è questa provincia malsana, volgare, pacchiana, dagli istinti repressi, la vera protagonista del film, quella della telecrazia padano-berlusconiana, violentata da un’industrializzazione veloce quanto feroce, che elegge in fretta colpevoli stranieri per lavarsi la coscienza sul facile altare dei media e delle paure ingigantite, quelle catodiche.


 

In questo La giusta distanza, che inizia (e si chiude) con una stupenda panoramica verso il basso (simile a quella che apre Nuovomondo), l’occhio di dio che scende a raccontare solo una delle tante storie che si potrebbero raccontare, denota la straordinaria vitalità del cinema italiano di oggi che, quando raccoglie la vecchia (ma insuperabile) lezione della nostra migliore tradizione, quella che si tuffa nelle strade delle città e nei sentieri della provincia per raccontare l’Italia vera, restituisce opere che aiutano a riflettere, in un paese che è sempre più spinto all’autocompassione e alla superficialità degli interessi di bottega. Mazzacurati, con i suoi film, insieme a quelli di Sorrentino, Crialese, Garrone, Soldini, Winspeare testimonia che il cinema italiano, quando tira fuori la rabbia e la voglia di capire la realtà, sa anche parlare, in maniera lucida e spietata, del nostro paese più di quanto sappiano fare i soloni dell’antipolitica e i tromboni della politica.


La giusta distanza
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