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Il regista e il critico a colloquio con l'attore

a cura di Alessandro Tinterri
  Ulrich Mühe
Data di pubblicazione su web 10/10/2007  
Da Das Leben der anderen. Sceneggiatura di Florian Henckel von Donnesmarck, Suhrkamp, Frankfurt a.M., 2007, pp. 182-200. Traduzione di Alessandro Tinterri.

 

CH: Signor Mühe, com’è stato il suo primo impatto con il soggetto?
«Ho ricevuto la sceneggiatura per posta, senza avere alcun sentore di quel che c’era dentro. Questo è il bello del cinema, si riceve dentro una busta grigia una sceneggiatura e non se ne sa proprio nulla. Quando ricevi un’offerta per una certa parte teatrale, ti vengono subito in mente delle immagini, come il lavoro è già stato fatto, in quali teatri, con quali intenzioni. In quel caso è in genere abbastanza chiaro con quale tradizione ci si viene a confrontare. Ma queste buste grigie dei film sono sempre eccitanti: non si ha alcuna idea di cosa ci si può aspettare. E nel caso de Le vite degli altri era davvero una sceneggiatura che non avrei mai supposto si potesse scrivere. Sono già stati fatti molti tentativi di cogliere la realtà della RDT e di affrontare il tema della Stasi. Ho letto negli anni ’90 molte sceneggiature su questo argomento. Ma erano sempre troppo riduttive, dal fiato corto. C’erano delle fesserie davvero troppo irritanti e per lo più intraducibili. E improvvisamente ecco una sceneggiatura, in cui tutto mi sembrava giusto, in cui nel corso della lettura non mi è mai capitato di dover corrugare la fronte e dire: «Questo è davvero esagerato». Personalmente non ho mai fatto parte della Stasi, perciò naturalmente non conosco le cose sino al minimo dettaglio, ma ho un certo intuito per quel periodo, perché anch’io ci ho vissuto, proprio tra quegli uomini, di cui si parla nel film. Ed erano molto autentici e descritti empaticamente, nei loro rapporti l’uno con l’altro, con l’arte, con lo stato, con la Stasi. Ritenni importante che questo film venisse fatto».

CH: Allora sapeva già che Florian aveva 16 anni alla caduta del muro ed era dell’Ovest?
«Sapevo che aveva studiato e vissuto a Monaco. In una lettera di accompagnamento mi aveva scritto di essersi trasferito a Berlino, perché aveva iniziato a scrivere il libro a Monaco, ma lì non riusciva a finirlo. In ogni caso da questo mi feci l’idea che potesse trattarsi di un uomo relativamente giovane. A questo proposito, ciò mi ha particolarmente stupito. Ricevo più spesso sceneggiature di diplomati, che sono al loro primo film – ne ho appena lette altre tre – e seguono modelli molto simili: alla mia età dovrei fare sempre la parte del padre che tormenta suo figlio. Capisco che si tratti di temi per autori e registi giovani. Questo almeno è il loro più recente passato, e certamente è addirittura un bene, che all’inizio si misurino con esso, piuttosto che con un tema, che magari gli è del tutto estraneo. Ma allora loro devono anche capire che queste parti non mi stimolano particolarmente. Quando parliamo dei giovani, promettenti registi, siamo subito pronti a dire: «Ma sì, dove devono andare a prendere il materiale di cui hanno bisogno per i loro film? Qual è, del resto, il loro orizzonte di esperienze? La differenza tra Marte e la Via Lattea? Di più non hanno ancora vissuto». Ma Le vite degli altri è un esempio di come molto possa venire anche dal semplice interesse. In questo caso c’era qualcuno che si era prefisso un tema, col quale probabilmente nella sua vita non aveva avuto proprio nulla a che spartire, ma in cui riusciva a immedesimarsi completamente. Questo ha subito risvegliato la mia attenzione».

CH: Non può essere che Florian riuscisse a rispecchiare così bene questo tema, proprio perché non aveva partecipato a quegli avvenimenti?
«No, non può essere. Certo, ci sono gia stati altri registi  che si sono arrischiati a tali temi, ad esempio la Signora von Trotta [Margarethe von Trotta: Das Versprechen, 1994]. Né giova il fatto che, indipendentemente dal resto del film, ci si limiti a prendere in considerazione la storia d’amore, che può essere venuta proprio carina. Perché è quello che lei ha cercato di mostrare della RDT: questi aspetti marziali! Questi cliché, che sono stati mostrati! No, non è proprio cosa. E la regista ha altrettanta distanza dal soggetto».

CH: Florian mi ha raccontato che dopo aver letto la sceneggiatura aveste ancora due colloqui, prima che lei accettasse la parte. Mi interesserebbe sapere che cosa voleva scoprire o quali erano le sue preoccupazioni?
«Si conosce gente di tutti i tipi nel mondo dei media, e ci sono alcuni che scrivono sceneggiature, ma non sono assolutamente in grado di fare i registi. Oppure il contrario. Ma quando qualcuno vorrebbe fare entrambe le cose, allora pensi: "Aha, vediamo in che mani sono capitato". La sceneggiatura era davvero forte. Bella. Ed era chiaro che come attore non potevo (come altrimenti talvolta forse faccio) mettermi a dire: "Qui però adesso vorrei che arrivati a questo punto il mio personaggio prendesse questa piega, anziché un’altra". Era chiaro che i personaggi nella sceneggiatura erano sviluppati in modo tale che come attore non dovevo intervenire qua e là con le mie caccole. Era davvero un’intera struttura di personaggi e una trama che funzionavano. E io volevo semplicemente riuscire a capire se l’autore era anche in grado di realizzare la sua propria sceneggiatura. Naturalmente questo non lo si può scoprire davvero, ma io volevo semplicemente conoscerlo un po’».

FHVD: Lei voleva soprattutto sapere come avrei reso gli stati emozionali di un personaggio, che ha una mimica e una gestualità così ridotte.
«Sì, è vero. Ho chiesto: "Per una gran parte del film un uomo siede in una soffitta, ascolta ed è preda di una continua agitazione interiore. Come lo si recita?"».

FHVD: Alla questione ho risposto: «Forse, non lo si recita affatto», e allora lei mi ha sorriso, mi ha teso la  mano e mi ha detto :«Bene, lo faccio».

CH: Considerata la sua biografia, non si supporrebbe proprio che lei avesse voglia di mettersi nei panni di uno della Stasi.
«Occorre dire diverse cose al riguardo. Ho letto – come ho già detto prima – molte altre sceneggiature prima di questa sul tema RDT e anche sul tema Stasi, e avevo sempre la sensazione che così non funzionava. Ma in questo caso per la prima volta avevo tra le mani una sceneggiatura sulla RDT, la cui storia era autentica. E allora diventa una questione personale: quando cadde il muro, avevo 36 anni. La RDT occupa una grande parte della mia biografia. Non mi interessa lo sguardo fisso sul passato, Ma è una mia intima esigenza capire che cosa è davvero successo in questo piccolo paese, dove io per tanti anni ho vissuto. Ciò non ha nulla a che vedere con la «Ostalgie» per la RDT, che mi è del tutto estranea. Ma poiché mi interessa la storia nel suo complesso, in particolare misura mi interessa la RDT, perché io stesso l’ho vissuta e perché ha un’affinità determinante con la storica grande Roma e Troia: è caduta. Questo dolore all’arto fantasma – qualcosa di molto forte un tempo, cui del tutto naturalmente si sapeva di appartenere (la mia intera educazione era già autonoma dalla RDT) e improvvisamente non c’è più – di fatto con gli anni diminuisce sempre più, ma è sempre percepibile e sicuramente contribuisce la sua parte a mantenere sempre vivo il mio interesse. E anche da questo deriva lo stimolo a calarsi nei panni di un personaggio così convincente come questo capitano della Stasi Gerd Wiesler e a immedesimarcisi».

FHVD: Con quale intensità lo abbia fatto ho potuto osservarlo mentre per sei mesi sedevo al tavolo di montaggio. La montatrice Patricia mi fece  infatti rilevare sin dalla prima visione del materiale, come lei – dopo che avevo detto «Grazie», mentre la cinepresa continua a girare per una decina di secondi – se ne stesse lì seduto ancora del tutto immerso nella parte, sebbene la scena fosse ormai terminata. Allora mi convinsi ancora di più, come lei proceda nel suo lavoro dall’interno verso l’esterno.
«Naturalmente questo ha molto a che vedere anche con lei. Perché lei è uno dei pochi, capace di organizzare una simile concentrazione. Una concentrazione al momento di girare tale da trasmettersi al set, da far sì che qualcosa accada. Ed è incredibilmente bello per un attore, che ne abbia bisogno e se sappia giovare».

CH: Si è preparato al film e alla parte in maniera particolare o si è affidato più alla propria esperienza?
«Ho semplicemente soltanto ascoltato la mia voce interiore. Per quanto non sia stato una vittima del dispotismo della Stasi o della RDT. Ci sono ben altre persone, che con ben altra rabbia e a ben altro diritto potrebbero parlarne. Sono cresciuto nella RDT e sono riuscito persino a fare quello che volevo: ho sempre voluto diventare attore e sono riuscito a ottenere una posizione di grande rilievo. Sapevo però come tutti gli altri, che c’era molta gente, che lavorava per la Sicurezza di stato, e che in ogni fabbrica e in ogni istituzione c’era pure un ufficiale della Stasi. Sapevamo che essi ci osservavano, ci ascoltavano, cercavano di venire alle feste. Ciò apparteneva pur sempre alla vita normale. Era anche normale che si sentisse uno scricchiolio nel telefono, quando si era sorvegliati. Dunque per il film non ho fatto ricerche personali. Sapevo che la sceneggiatura offre ai personaggi delle belle situazioni, che uno deve semplicemente recitare in maniera credibile».

FHVD: In un paio di punti lei ha per lo meno messo a frutto le indagini sulla sua vita. Penso a Andi lo svenurato capofamiglia della Stasi. Quando io poco prima di girare le dissi che la nostra redattrice avrebbe qui preferito un cognome, lei propose di chiamarlo Falkenau: «E’ proprio Falkenau!». Così lo abbiamo anche girato, come piccolo omaggio a uno dei “collaboratori inufficiali”, che erano addetti a lei. Era un attore del Deutsches Theater?
«Era assistente alla regia. Basso profilo. Faceva piccole parti».

CH: E raccoglieva informazioni contro di lei?
«Sì, ma non da solo. Nel mio incartamento figurano quattro 'collaboratori inufficiali' e di due ho saputo il nome in chiaro. Uno era proprio Günther Falkenau, che nel frattempo è morto, l’altra, una collega, Johanna Glas, lasciò il teatro subito nel 1990. Non l’ho rivista mai più. La foto di Günther Falkenau fino a qualche tempo fa era ancora esposta al Deutsches Theater».

CH: Non l’aveva capito allora?
«No, non sapevo chi era. Faceva parte del gioco, che si sospettasse di certe persone, che poi forse non lo erano affatto, e non si avesse alcun sentore dei veri informatori. Di quei due in ogni caso non avevo intuito nulla. Ma anche dopo non ho sentito l’esigenza di parlare con loro apertamente. Il povero Falkenau, quando lo frequentavo, soffriva talmente tanto per i registi e per la sua vita da attore, che mi dicevo: "E’ un tale poveraccio, che devo ancora pretendere da lui?". Ma il mio comportamento dipende naturalmente dal fatto che questi informatori non avevano veramente dato un corso diverso alla mia vita, come accaduto ad altre persone».

CH: I suoi incartamenti della Stasi non erano dunque una sorta di cronaca della sua vita, come accade nel caso de “Le vite degli altri”?
«Non proprio. Ma c’erano naturalmente molti punti, che mi hanno sorpreso. Per esempio, quanto precocemente abbiano iniziato a raccogliere informazioni su di me, già durante gli studi e poi subito a partire dai miei primi ingaggi a Chemnitz – allora Karl-Marx-Stadt».

FHVD: Non era ancora prima? Una volta lei mi ha mostrato una lettera nel suo incartamento, che aveva scritto durante il servizio militare, che era stata intercettata, nonostante lei l’avesse imbucata di nascosto fuori della caserma, in una cassetta postale del villaggio.
«Sì, è vero, una lettera a un amico, in cui sfogavo le mie difficoltà con il servizio militare… Per me il periodo del militare fu complicato. Non amavo tutto ciò, non lo sopportavo, perciò mi ammalai di stomaco e mi venne un’ulcera gastrica. Ma la mia malattia allo stomaco non venne a lungo riconosciuta, perché si pensava: "Non ha niente, semplicemente non ha voglia di collaborare". Andò avanti così, finché non arrivai a fare una radiografia; e allora vennero accertate così tante ulcere, che dovetti essere operato d’urgenza e dopo non ero più abile al servizio. In una lettera a un compagno di liceo mi ero confidato e questa lettera la ritrovai 30 anni dopo nella mia documentazione della Stasi. Non era mai arrivata».

FHVD: Com’era il periodo del militare: era così brutto da procurarle tali contrarietà da farla ammalare?
«Sì, cos’era? Per prima cosa mi era semplicemente del tutto insopportabile, dover stare a così stretto contatto con tanti uomini. E poi era gente di una imbecillità straordinaria. Era molto faticoso. Al tempo della mia maturità avevo una stupenda cerchia di amici: cominciavamo a scoprire la letteratura, a leggere Christa Wolf e Volker Braun e Heiner Müller. Avevamo un paio di cianografie di Wolf Biermann, che giravano sottobanco. E improvvisamente subito dopo la maturità questa lezione politica era cancellata, questi stupidi individui, cui non era possibile sfuggire e ai quali si veniva affidati. Questo mi ha offeso enormemente. E io sono uno che non supera poi tanto la sua timidezza; a me accade che per prima cosa e per lungo tempo tutto va verso l’interno».

FHVD: Era nelle truppe di confine, è vero?
«Sì. C’era in più anche questo. Venni destinato a Schöneweide, dove si trovava un’enorme caserma. Lì c’erano degli obici, che – questo sono venuto a saperlo in seguito – con il loro diametro di 16 o 18 mm., secondo il trattato di Potsdam, non erano consentiti a Berlino. Insomma, a Berlino Est questi cosi erano sparsi qua e là, e noi dovevamo continuamente sotterrarli nella sabbia e dissotterrarli di nuovo, portarli un po’ più in là e sotterrarli nuovamente e così via. Ci si abitua a questa attività assurda. Ma dopo sei mesi venni spedito direttamente al confine. Non potevo farci nulla. Vi rimasi per circa mezz’anno e facevo turni di guardia, finché non mi ammalai al punto di non essere più abile al servizio».

FHVD: Aveva la consegna di sparare sui fuggiaschi?
«Sì, sì. Con 60 colpi di munizioni innescate. Sempre in due, ogni giorno con un soldato diverso, ogni giorno a un diverso posto di confine».

CH: E questo perché?
«Così non si potevano stringere legami troppo stretti con altri soldati. Era stato perfettamente studiato. Si stava seduti accanto per otto ore filate. E se si fossero fatti più giorni di seguito, si sarebbe potuta creare una qualche vicinanza personale. Era una cosa da evitare. E anche il fatto che ogni giorno si fosse in un luogo diverso aveva una sua ragione: in questo modo non si aveva l’opportunità di studiare ininterrottamente il tratto di confine, che si doveva sorvegliare e alla fine farsi venire qualche idea…».

CH: Questo ha combiato il suo rapporto con la RDT? Nel momento in cui si sta al confine, si è costretti a confrontarsi anche con il sistema.
«Sì. Certo. E’ chiaro. E naturalmente il confine fu una sorta di apice in questo processo di confronto. Che era però cominciato sin dalla scuola elementare, dove già imparavamo a destreggiarci con due lingue. Voglio dire che a casa si parlava diversamente che a scuola. Funzionava senza transizione ed era ben studiato. A casa guardavamo la televisione occidentale (anche se in Sassonia spesso aveva un fastidioso chiarore grigio), e a scuola questo non si doveva sapere. Oppure mio padre, che lavorava nel campo della moda e due volte l’anno gli era concesso di recarsi a Parigi, ci portava dei jeans; che però negli anni ’60 a scuola non si potevano ancora indossare. Per cui arrivati a casa ci cambiavamo. Non ci si domandava tutti i giorni: "Perché poi facciamo questo?". Semplicemente, era così e basta».

FHVD: Ma stare al confine con l’ordine di sparare, non fu difficile per lei?
«No. In qualche modo si doveva escogitare un comportamento: che faccio, se…».


FHVD: E qual’era il suo contegno?
«La mia conclusione fu di mirare alto, sparare lungo la linea di confine, mai alla persona».

FHVD: Questo poteva avere delle spiacevoli conseguenze.
«Avevamo sentito di conseguenze e si veniva anche trasferiti: ciò significava la prigione e significava anche che restava preclusa ogni sorta di formazione. Questo vuol dire che non avrei potuto studiare».

FHVD: Allora la scusa dell’ulcera allo stomaco era presumibilmente preferibile all’eccessiva vicinanza con gli altri?
«Ha ragione. Se quotidianamente per otto ore si è insieme con un altro soldato, di cui non si sa nulla, come la pensa, e in ogni momento c’è la possibilità che qualcuno si metta a correre, al quale si deve togliere la vita, se non si vuole che il proprio futuro venga distrutto… Andava anche così, che gli ufficiali ci ripetevano continuamente perché la gente di Berlino Est scappava per raggiungere Berlino Ovest. Dicevano: "Se qualcuno ha davvero intenzione di lasciare il paese, allora non sceglie certo il muro a Berlino Est. Che è così ben sorvegliato che nessuno può seriamente credere di attraversarlo. Ciò dunque significa che sono ubriachi o disperati, che probabilmente vogliono porre fine alla loro vita". Ci veniva suggerito che non dovevamo sacrificare la nostra esistenza e il nostro futuro per gente dappoco – asociali, che erano falliti nella loro vita privata e credevano così di lasciarsi dietro di sé i problemi nel momento in cui superavano il muro. Così venivamo indottrinati».

FHVD: Che rapporto aveva allora con la RDT? Per lei la fuga dalla Repubblica era qualcosa di sbagliato, criminale – a prescindere dal fatto di essersi ripromesso di non uccidere?
«Non so. Non potrei dirlo. Non m’interessava scappare dalla Repubblica, perché ero profondamente plasmato da questo stato. Avevo percorso l’intero sistema educativo, preso tutto molto seriamente ed ero sempre partito dal fatto che il nostro sistema fosse il migliore. "Devono solo andarsene i vecchi in alto", mi dicevo, "e un paio di cose dovrebbero essere cambiate, ma il capitalismo sta sempre un gradino più su in quanto sistema affetto dall’ingiustizia a ogni livello e dal dominio del denaro, ecc.". Le intere terminologie spiegate nella scuola per anni giorno dopo giorno. Era tutto anche in qualche modo plausibile. Non dovete dimenticare che per noi la storia era una scienza: "Questo è un gradino, questo il successivo, quindi arriva il socialismo e dopo il comunismo. Siamo in cammino. E il capitalismo ce lo siamo lasciato alle spalle. Rallegriamoci! Naturalmente abbiamo i nostri problemi, ma non siamo ancora arrivati alla meta". A me stesso nell’89 faceva ancora effetto. Quando, per esempio, ci furono di nuovo i primi macellai, quando sulle insegne improvvisamente non si leggeva più Konsum Spaccio o HO [organizzazione commerciale], bensì il nome del macellaio professionista Schulze, io ho sorriso e ho pensato: "Vedi, adesso facciamo tutti un passetto indietro"».

FHVD: Nei suoi 36 anni nella RDT aveva mai avuto la sensazione di vivere sotto una dittatura?
«Non l’ho mai pensato o formulato così chiaramente, sebbene facesse parte del vocabolario ufficiale: si chiamava del tutto ufficialmente "Ditattura del proletariato". Nella mia testa non aveva lo stesso significato della dittatura di Pinochet o di Pol Pot. C’erano ancora enormi differenze. Ma adesso utilizzo sempre questa parola, perché semplifica e per costringermi io stesso a chiamare le cose col loro vero nome, senza più sfumature. Perché non importa quanto grandi siano le differenze di spargimento di sangue, occorre dire chiaramente che anche nella RDT non si trattava dell’individuo e dei suoi diritti, bensì dell’organizzazione del potere, di divieti e dell’imporsi dell’ideologia a spese del popolo. Sarà sicuramnete il tema delle reazioni a Le vite degli altri. Probabilmente all’inizio nessuno giudicherà il film sotto l’aspetto del divertimento. Si porrà molto brutalmente la domanda, quale immagine della RDT venga suggerita e creata. Se così dovesse essere, spero almeno e mi auguro che le speculazioni – e non di altro si tratterà nella maggioranza dei casi – siano in un modo o nell’altro articolate».

FHVD: Ha detto ora ripetutamente di non essere stato una vttima dell’arbitrio della RDT. Durante una pausa delle riprese mi ha però raccontato in modo molto impressionante come lei – nel momento in cui, a giudizio dello stato, le cose le andavano sin troppo bene – una volta ricevette un pericoloso avviso, per cui poteva essere nuovamente richiamato nell’Esercito Popolare come riservista. Vorrebbe raccontarlo ancora una volta?
«Sì, sono cose così… vede è stato un giorno della mia vita e fu tremendo. E’ ovvio che non lo dimentico, ma semplicemente non vorrei che si sospettasse che io possa cercare con questo di mettermi sullo stesso piano di coloro che sotto il regime hanno davvero sofferto».

FHVD: Questo lo mettiamo sicuramente agli atti.
«Quella che io ho vissuto è una sciocchezza a confronto con le esperienze di molti altri. Davvero io ho marciato con gli altri sul lato al sole… no, non marciato con gli altri, forse sono stato un compagno un po’ più critico, ma sempre sul lato esposto al sole».

CH: Anche se le sue esperienze non furono così estreme e perciò poco rappresentative, ci interessano in questa sede.
«E va bene. 1986, quando cominciai a girare per La tela del ragno [Das Spinnennetz, RFT 1989, film di Bernhard Wicki, con Klaus Maria Brandauer e Andrea Jonasson, n.d.r.], mi fu dato un passaporto. E benché si trattasse soltanto di un permesso di lavoro per le occasioni in cui si girava a Berlino Ovest, lo utilizzavo continuamente: andavo a teatro all’Ovest, al cinema mi incontravo con amici. E la Stasi naturalmente lo notò. Conoscevano i miei punti deboli e un giorno mi furono mostrati gli strumenti [allusione a Vita di Galileo di Bertolt Brecht, n.d.r.]. Come abbiamo detto, giravo allora con Bernhard Wicki, interpretavo al Deutsches Theater un protagonista dopo l’altro, e nel bel mezzo di questa onda alta, ricevetti una cartolina precetto, sebbene io dieci, quindici anni prima, dopo la mia operazione allo stomaco, fossi stato dichiarato non più abile al servizio militare. L’intera frustrazione dell’esercito e della guardia di confine tornarono a galla, quando ricevetti questa lettera. Andai dunque alla visita e fui condotto da un medico. Subito gli dissi: "Sono stato operato di stomaco e non indosserò mai più un’uniforme. Questo non lo faccio. Non posso farlo. In nessuna circostanza". Il dottore stette ad ascoltare, mi visitò rapidamente e mi dichiarò inabile al servizio. Poi andai alla commissione di leva. Lì mi trovai davanti quattro o cinque ufficiali seduti dietro un tavolo. Dissi loro che mai più sarei tornato nell’esercito, che proprio non potevo. E subito mi minacciarono: "Sa che potremmo trattenerla immediatamente? Proprio lei che siede davanti a noi così arrogante?". Ero talmente agitato e sdegnato per come si stavano mettendo le cose e così pieno di rabbia. Mi assillarono per un’ora e mi dicevano continuamente che potevo essere arrestato subito e che non dovevo illudermi che non mi avrebbero tenuto testa, solo perché mi era consentito di recitare al Deutsches Theater. Che tutto quello che avevo lo avevo ottenuto attraverso lo stato, che allo stato ero debitore di tutto e ora dovevo anche dare qualcosa in cambio, mentre come riservista aggiornavo il mio addestramento militare. Io dicevo sempre soltanto: "Non lo faccio, non lo faccio, non lo faccio". E’ chiaro che dentro di me pensavo: "Non lo faranno, non possono farlo". Ma ero così disperato, che dovetti raccogliere tutte le mie forze per non mettermi a piangere. Pensavo soltanto: "Non piangere davanti a questi! Non dargli questa soddisfazione". Poi sono uscito nel cortile e subito mi sono rifugiato in un angolo e ho pianto a dirotto. Allora la rigidità si sciolse, ma quel che rimase fu lo sdegno dentro di me per quello che gli uomini possono fare ad altri uomini. Ero così sconvolto e mi sentivo al tempo stesso così impotente».

FHVD: Con quali parole la congedarono?
«Che si sarebbero messi in contatto con me e che io tenessi conto che la settimana seguente avrei nuovamente ricevuto una convocazione; e nel frattempo si sarebbe preso contatto con il mio teatro e i miei superiori. E tutto questo avrebbe avuto delle conseguenze».

CH: Ed ebbe delle conseguenze?
«No. Dopo andai a casa e presi il mio passaporto, ma non andai al confine, cosa che avrei potuto fare subito,  bensì al Deutsches Theater da Dieter Mann, il mio direttore. Gli dissi: "Dieter, mi hanno appena trattenuto per più di un’ora, minacciato e vogliono che vada nell’esercito e faccia il servizio da riservista. Se non cessa subito questo regime di terrore, allora prendo il mio passaporto e vado alla Heinrich-Heine-Strasse. E poi me ne vado. E allora non mi rivedrete più". Dieter rispose: "Per prima cosa calmati. Lasciami fare un paio di telefonate". Dieci minuti più tardi tornò dal suo ufficio e disse: "Tutto a posto, non ne sentirai più parlare". Naturalmente sono sistemi dittatoriali, per ritornare alla vostra questione: che un sovrintendente di teatro possa semplicemente dire, "Lasciate in pace quest’uomo, che domani deve recitare". – è tutto una dittatura».

CH: All’epoca della RDT cercavate di ribellarvi al sistema?
«Solo in misura molto ridotta. Non ero un eroe. Ma una volta nel 1976, quando Biermann venne privato della cittadinanza, ho accennato un timido tentativo. Ero al mio primo anno accademico. E poiché subito dopo la privazione della cittadinanza crebbe un’ondata di simpatia e solidarietà tra gli artisti e gli aspiranti artisti, cercai nel mio anno accademico di far sottoscrivere una dichiarazione di solidarietà. Formulai dunque una proposizione: "Noi, studenti della scuola di teatro di Lipsia, protestiamo contro la privazione della cittadinanza di Wolf Biermann e chiediamo si torni a riflettere su questo passo". Si pensava ancora che una richiesta formulata cortesemente potesse essere accolta in modo più favorevole. La feci sottoscrivere ai miei compagni di corso e uno di loro portò il foglio a casa e il giorno dopo mi chiamò il responsabile di settore della sezione spettacolo: "Sai, Ulli, voglio raccontarti una storia. Non molto tempo fa, otto anni, era il 1968. All’epoca noi studenti abbiamo pensato che la marcia dell’esercito socialista fratello su Praga non era così giusta. E sai che cosa è stato fatto? L’intero anno accademico fu sciolto, tutti i maschi sono finiti nell’esercito e le ragazze in fabbrica. E ora rifletti". Così per quell’anno ebbe fine la mia attività di dissidente».





 
 
Florian Henckel von Donnesmarck
e Christoph Hochhaüsler
a colloquio con Ulrich Mühe
(22 ottobre 2005)



Ulrich Mühe.
Sul lato esposto al sole

di Alessandro Tinterri






 
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