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Sei attori in cerca di Dylan

di Marco Luceri
  "Io non sono qui"
Data di pubblicazione su web 13/09/2007  
Mettendo da parte le suggestioni da melodramma anni Cinquanta alla Douglas Sirk di Lontano dal Paradiso (2002) e recuperando le atmosfere glam di Velvet Goldmine (1998), Todd Haynes si è tuffato in un’impresa certo non facile, quella di raccontare la vita di un’intramontabile icona del Novecento, Bob Dylan, senza scadere nell’agiografia e nella noia che spesso accompagna un genere tornato in voga in questi ultimi due anni, e cioè il biografilm (si vedano a proposito i due film dedicati alla memoria di altre due grandi voci del secolo scorso, Jonnhy Cash ed Édith Piaf, Walk the Line e La vie en rose).

Non ci si dovrebbe meravigliare, in realtà, conoscendo il vitale eclettismo di Haynes, dell’ardita scelta di creare un film volutamente confusionario, un tracciato narrativo in cui si incrociano cinque o sei storie differenti, con ben sei attori (Cate Blanchett, Heath Ledger, Christian Bale, Richard Gere, Ben Whishaw, Marcus Carl Franklin) a interpretare il ruolo di un personaggio che cambia di volta in volta nome e fattezze fisiche. Eppure, miracolosamente, questo racconto non lascia nulla ai margini; vita, amori, musica, canzoni: dall’infanzia agli esordi come cantante folk, dal successo raggiunto nei primi anni Sessanta come artista politicamente impegnato, al controverso passaggio alla musica rock, dall’incidente motociclistico, con il conseguente ritiro dalle scene, fino al ritorno alle apparizioni in pubblico, niente viene messo da parte in questo film che è un originale tentativo di sottrarre Dylan a una definizione precisa, a un’etichetta riconoscibile. E’ dunque la stessa anima controversa di un artista che ha abituato il suo pubblico a cambiamenti rocamboleschi e inaspettati a riflettersi in questo ritratto cinematografico anomalo e corale.



Ci sono le canzoni naturalmente, e come poteva essere diversamente, ad infiammare la vicenda: dalla semisconosciuta I’m not there (che da’ molto significativamente il titolo al film) ai capolavori (Mr. Tambourine man, Like a rolling stone, Maggie’s farm, The times they are a changin’), si contano circa trentasei inserti musicali che scandiscono le diverse tracce su cui si muove il racconto, a ognuna delle quali corrisponde una faccia ben precisa, oltre che uno stile: si passa dal tono variopinto del divo viziato che si compiace del successo, del denaro e dell’autosufficienza tanto da poter trascurare l’appassionata moglie (la brava Charlotte Gainsbourg), psichedelico e comico quando il cantante si trattiene nella "Swinging London" (veramente curiosa la scena del parco in cui si rotola nel prato di una villa con i quattro Beatles), oscuro e immaginifico nelle tante scene di intermezzo (viene inserito anche il brano sonoro scritto da Nino Rota per Il Casanova di Federico Fellini), tra cui quella in cui Dylan si trasforma in Billy the Kid (il riferimento è al film di Peckinpah, interpretato e musicato nel 1973).



Ma ciò che forse costituisce il maggiore motivo di interesse per questo film è proprio la riflessione sulla questione dell’identità tra attore e personaggio. Da una parte è buona la prova di tutti e sei, su cui però svetta quella di Cate Blanchett, non tanto per la somiglianza fisica, quanto per la precisa ed attenta resa espressiva dei gesti e delle movenze: sulla scena si muove come un folletto shakespeariano, alternando il tono farsesco e giocoso a quello grave e riflessivo. Dall’altra questa perdita d’identità del personaggio che assume, come già detto, addirittura nomi diversi oltre che fisionomie differenti (e in questo l’insistenza proprio sulla diversità del registro interpretativo, oltre che su quella fisica è un aspetto-chiave) riflette più in generale sul carattere della cultura visiva dei nostri tempi, in cui le identità si infrangono, si moltiplicano, si ricompongono senza una soluzione di continuità. Di questa problematica l’ultimo film di David Lynch, INLAND EMPIRE, costituisce la messa a fuoco più problematica e misteriosa, ma ora che la linea è stata superata c’è da scommettere sul fatto che il cinema contemporaneo potrà muoversi su questa strada.

Io non sono qui
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