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Caos calmo

di Federico Ferrone
  "Heya fawda (Le chaos)"
Data di pubblicazione su web 10/09/2007  
A 81 anni e con un sfilza di premi internazionali alle spalle (è stato premiato sia a Cannes che a Berlino), l’egiziano di Alessandria Youssef Chahine è forse il cineasta arabo più famoso nel mondo.

La visione del suo ultimo film, realizzato in collaborazione con l’ex assistente Khaled Youssef, può quindi stupire il pubblico che non conosca il cinema egiziano e quello arabo in generale. Heya fawda è infatti un’opera che prende a prestito molti elementi del cinema (come diremmo noi) "nazional-popolare" egiziano. A partire da una confezione formale abbastanza anonima, con un uso naif della musica, e una galleria di personaggi piuttosto stereotipati, il film è lontano dai canoni estetici del cinema d’autore europeo.



Heya Fawda racconta la storia di alcuni personaggi del quartiere di Choubra, ex zona cosmopolita del Cairo che, al pari del resto dell’Egitto, vive negli ultimi anni gli effetti "lunghi" di una crisi economica, politica e morale devastante. Al centro della vicenda ci sono Hatem, poliziotto corrotto che governa, incurante della legge, tutta la vita del quartiere, la giovane e bella Nur e Sherif, procuratore integerrimo e idealista che tenta di contrastare il malcostume della sua città.

Il film racconta dunque con accenti manichei i contrasti tra i due giovani e Hatem, incarnazione del male assoluto. Con Nur e Sherif troviamo i semplici cittadini, prime vittime della violenza poliziesca e dell’assenza di democrazia, mentre insieme ad Hatem sono schierati funzionari di polizia e piccoli criminali

Pur non essendo il film più riuscito del regista, Heya Fawda nasconde alcuni spunti di interesse politico. Si tratta infatti di un film rivolto principalmente al pubblico egiziano e che contiene motivi di critica politica forse banali ma molto espliciti e quindi coraggiosi. Obiettivo esplicito è appunto la classe dirigente (politica e militare) egiziana, di cui Hatem è metafora e incarnazione. Una classe profondamente corrotta che ha tradito gli ideali panarabi di Nasser (il cui ritratto campeggia simbolicamente nella casa di Nur, il personaggio più "buono" del film) e che dall’indipendenza ha alternato appena 3 presidenti, annullando lo spazio pubblico e facendo crescere, per opposizione, il fanatismo religioso e la povertà. Un paese in preda al caos morale più assoluto, come suggerisce il titolo e cui forse solo il caos di una rivolta spontanea dei cittadini vessati (si veda il finale in cui gli abitanti del quartiere si ribellano ad Hatem) potrebbe portare rimedio.



Chahine e Youssef hanno forse tentato di sfruttare il successo di Palazzo Yacoubian, il libro dello scrittore egiziano Ala’ al Aswani divenuto dapprima il più grosso successo editoriale del mondo arabo (dopo il Corano) e poi un film molto popolare, visto in Italia alla Festa del Cinema di Roma. Palazzo Yacoubian era infatti un tentativo, riuscitissimo a livello di pubblico, di mescolare temi politici (il fanatismo religioso, la mancanza di opposizione, l’omofobia la condizione della donna e la corruzione) utilizzando però canoni narrativi popolari al fine di raggiungere il più largo pubblico possibile.

Al di là dello svolgimento narrativo effettivamente modesto, quello dei due registi egiziani (che lasciano prudentemente fuori la questione del fondamentalismo islamico) resta un tentativo comunque encomiabile di usare il cinema come strumento di presa di coscienza. Non è cosa da poco in un paese che resta, malgrado i problemi, la prima industria cinematografica del mondo arabo e di quello musulmano, e dove il cinema è ancora, forse, un’arte popolare. Bravi quindi gli organizzatori del Festival di Venezia ad aver dato una vetrina internazionale al film.

Heya fawda (Le chaos)
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