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La tragedia dell'intelligenza

di Laura Bevione
  Caligola
Data di pubblicazione su web 27/05/2003  
Camus lavorò al suo Caligola nel corso di vent'anni – dal 1937 fino alla versione "definitiva" licenziata nel 1958 – sottoponendo il testo ad un accanito processo di modificazione, di sottrazione e di aggiunta. La difficoltà prima era rappresentata dalla stessa natura dell'opera, che si proponeva come tragedia in un'epoca in cui quella forma teatrale pareva oramai drammaticamente superata dalla realtà. Camus scelse allora la definizione di "tragedia dell'intelligenza", cancellando qualunque implicazione più o meno soprannaturale – nessuna divinità interviene a sostenere ovvero a punire le gesta del famigerato imperatore romano, reso furioso dalla morte della sorella-amante Drusilla – e negando al pubblico ogni catarsi. La tragedia, insomma, riguarda in modo esclusivo il suo protagonista, impegnato a lottare con le desolanti consapevolezze suggeritegli dalla sua viva e lucida intelligenza del mondo e delle relazioni degli uomini.

La scomparsa di Drusilla pone Caligola di fronte alla verità che vita e morte spesso si scambiano i ruoli, così che la prima, anziché regalare felicità, diviene maligna foriera di sofferenze da cui soltanto la seconda potrà liberare l'uomo, finalmente in pace. Strenuamente convinto di questo, l'imperatore da una parte si dedica alla ricerca di quanto, non essendo di questo mondo – chiede in dono la luna, o l'immortalità – potrebbe affrancarlo dalla tristezza che attanaglia i vivi; dall'altra, commette crudeltà e scelleratezze di ogni genere, così da dimostrare con ferrea logica a se stesso e agli altri la fondatezza della sua scoperta. Se la vita coincide con il male e con il dolore, allora perché non assecondarne la natura rendendosi responsabile di violenze e delitti, magari con la presunzione di compiere in realtà atti di generosità, donando per mezzo della morte la liberazione dall'infelicità terrena? Non a caso, nella prima stesura del testo, Camus faceva concludere la tragedia con questa battuta di Caligola, trafitto dalle pugnalate infertegli dai congiurati e prossimo alla morte: «Sono ancora vivo!».

Claudio Longhi, in questo nuovo allestimento dell'opera, sceglie proprio di adottare quella prima versione e fa salire in scena un Caligola che, con i capelli bianchi e dunque della stessa età anagrafica di Branciaroli, è rimasto vivo e, in qualche modo pacificato, rivive in una sorta di flashback gli ultimi eventi della sua triste mortalità. In un'imponente biblioteca barocca egli riceve senatori e intendenti, patrizi e giovani devoti, la fedele amante Cesonia e le mogli dei propri collaboratori; tutti, compreso lui stesso, in abiti moderni, così da suggerire, come anche le canzoni di Charles Trenet che accompagnano a tratti l'azione, latitudini temporali più prossime alla Francia di Camus che alla Roma imperiale. Longhi tenta insomma di universalizzare le desolate intuizioni esistenziali di Caligola/Camus che, tuttavia, soltanto a tratti riescono a sorpassare la propria dimensione autoriflessiva ed egotistica, e a coinvolgere nel profondo gli spettatori.

Caligola
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