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Il furbetto del quartiere

di Marco Luceri
  "L'ora di punta"
Data di pubblicazione su web 08/09/2007  
Dispiace aggiungersi al coro di commenti negativi che sono seguiti alla proiezione del nuovo film di Vincenzo Marra, L’ora di punta, qui alla Mostra di Venezia. Dopo la deludente prova degli altri due film italiani in concorso, Nessuna qualità agli eroi e Il dolce e l'amaro, si sperava nel film del giovane e capace regista napoletano per risollevare il triste bilancio del cinema italiano in quest’edizione della Mostra. E’ invece arrivato anche il terzo flop a sgombrare definitivamente il campo dai dubbi: nessuno dei tre film nostrani, probabilmente, era all’altezza di una gara in cui si sono misurate le eccellenti prove di registi dal lungo corso come Rohmer, Greenaway e De Palma e quelle solidissime di altri più o meno giovani nomi di punta del cinema contemporaneo come Haggis, Branagh, Haynes e Kechiche.



A volte la critica pecca di eccessiva indulgenza nei confronti della nostra nuova generazione di registi, eppure il Marra di Tornando a casa (2001), Vento di terra (2005) e L’udienza è aperta (2006), seppur con alcune riserve, era sembrato uno dei nomi più vitali del nostro nuovo cinema, se non altro per la profusione d’impegno politico-sociale mostrato nel costruire film che parlassero in maniera rigorosa e accattivante dell’Italia di oggi. E’ stata probabilmente la stessa operazione che il regista napoletano ha voluto ripetere per L’ora di punta, abbandonando la rappresentazione degli ultimi (gli zingarelli di Roma, i pescatori di Scampia e i disoccupati di Secondigliano), e spostandosi verso la borghesia cittadina, quella delle scalate socio-finanziarie, quella che nell’estate del 2005 ha assunto il triste volto dei Ricucci, dei Consorte, dei Fiorani e di tutti i "furbetti del quartiere" che hanno tentato con mezzi discutibili importanti operazioni finanziarie all’ombra dei palazzi del potere. In effetti il personaggio protagonista del film, Filippo Costa (Michele Lastella), sembra proprio essere tagliato sulla figura di questi personaggi, simbolo di un’Italietta che ha il terrore di vivere nell’anonimato, sentimento diffuso in gran parte del Paese, alimentato soprattutto dai modelli televisivi che hanno accompagnato la rivoluzione antropologica del berlusconismo.

Il "buon" Filippo, infatti, giovane agente della guardia di finanza, di modesta estrazione sociale, cove un’enorme ambizione che lo tiene a distanza dai suoi colleghi e dalle sue stesse origini. All’inizio pensa di far carriera all’interno del lavoro che si è scelto, poi però quando si trova a confrontarsi direttamente con la corruzione capisce che può mirare molto più in alto. Nella sua irresistibile ascesa fatta di denaro e potere viene aiutato da una colta, ricca ed elegante donna più grande di lui (Fanny Ardant). E’ proprio grazie a lei che Filippo entra in contatto con il mondo della politica, delle banche e dell’alta finanza e inizia la scalata a uno stato sociale economicamente sempre più prestigioso. Ma per non essere schiacciato dalle ciniche regole del modo di cui è entrato a far parte, Filippo è costretto ad abbandonare ogni ulteriore residuo di remora umana (abbandona per sempre la sua ragazza-amante, una commessa interpretata da Giulia Bevilacqua) e morale (arriva perfino a ordinare un omicidio).



L’ora di punta, nonostante abbia l’ambizione di rappresentare un esemplare spaccato di società ripugnate e corrotta, rivela in realtà fragilità di ogni genere; la messinscena è di un didascalismo noioso, totalmente asservita e mortificata dagli eventi narrati e non basta qualche movimento di macchina (peraltro abbastanza prevedibili, come la lunga panoramica finale che va dalla finestra di Filippo alla veduta della città) a stemperare un montaggio scenico che a volte ha dell’imbarazzante (si vedano la sequenza dell’incontro di Filippo con la donna, a cui ne segue un’altra in cui i due finiscono subito a letto). Ciò rafforza l’impressione di sufficienza, di pressappochismo con cui Marra ha diretto l’opera: si sente una certa voglia di fare "presto", di raccontare tutto e subito, senza però riuscire a creare un adeguato ritmo; il film risulta così carente nella caratterizzazione dei personaggi, in primis quello di Filippo. Privo di sfaccettature, monolitico e sempre uguale dall’inizio alla fine (e a ciò contribuisce la monocorde interpretazione dell’inesperto Lastella), questa figura di carogna sembra esser lì quasi per caso, come del resto lo è la donna interpretata da un’Ardant veramente giù di tono, costretta a ricorrere ai suoi più lacrimevoli sorrisi da repertorio. Fiacco, stanco e ripetitivo, privo del mordente giusto, L’ora di punta costituisce un pericoloso campanello d’allarme; certo a tutti può capitare di sbagliare un film, ma se questi errori li fanno i registi su cui si sono riposte le speranze, forse il cinema italiano ha di che riflettere.




L'ora di punta
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