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Il senso della sconfitta

di Marco Luceri
  Tommy Lee Jones
Data di pubblicazione su web 01/09/2007  

Uno dei più celebri passi della Bibbia racconta che Golia, ogni giorno, per quaranta giorni, sfidò in combattimento, nella valle di Elah, i guerrieri più forti e valorosi di re Saul, ma che nessuno di loro accettò la sfida, fino a che il piccolo David non si fece avanti e, armato di fionda, coraggiosamente, affrontò e sconfisse l’invincibile gigante. Ricorre metaforicamente, questa parabola del Vecchio Testamento, lungo tutto il nuovo film di Paul Haggis, celebre sceneggiatore americano (al suo attivo gli ultimi film di Clint Eastwood, Million Dollar Baby e Lettere da Iwo Jima) esordito alla regia nel 2006 con il convincente Crash hche gli valse anche l’Oscar.

Non è certo l’eroismo, però, che sembra interessare Haggis nel racconto della tragica vicenda di Mike Deerfield, soldato scomparso misteriosamente subito dopo essere tornato dall’Iraq, sulle cui tracce cercano di indagare il padre Hank (Tommy Lee Jones) e l’investigatrice di polizia Emily Sanders (Charlize Theron). Come nei thriller militari più classici, infatti, man mano che il quadro si compone, tra indagini ostacolate e nuove morti, i due si rendono conto che la scomparsa è solo una montatura e, quando alla fine la verità sull’omicidio di Mike viene a galla, si svela anche ciò che in realtà accade in Iraq: la violenza, la frustrazione, le nevrosi che il ritorno alla vita “reale” non riesce a cancellare. È su questo punto che si innesta il sottile significato simbolico del racconto biblico: quanti erano i giovinetti valorosi inviati dal re nella valle prima di David? Dunque, quante storie di giovani innocenti sono andate perdute senza essere raccontate? La storia di Mike e degli altri giovani soldati, cambiati per sempre nella coscienze dalla visione degli orrori di una guerra, è il racconto esemplare della guerra stessa, che ha falciato le esistenze di migliaia di uomini, americani e iracheni, vincitori e sconfitti, in un inferno che sembra ancora lontano dall’avere una fine.


Charlize Theron e Tommy Lee Jones


Nella valle di Elah è dunque il racconto di una serie di scoperte; questi disvelamenti però, se da una parte sono congeniali allo sviluppo del meccanismo di genere, e riescono perciò a tenere in tensione lo spettatore fino alla fine della vicenda, non portano in realtà a nulla, nel senso che la soluzione del mistero, al contrario di quanto avviene nello schema narrativo classico, non ci consegna un colpevole vero e proprio, ma ancora una volta una serie di tracce indefinite, una sorta di rinvio ad altre storie, ad altre vicende di un puzzle tanto vasto quanto difficilmente ricostruibile. Questo impianto viene retto dalla forte caratterizzazione dei due personaggi principali, Hank ed Emily: il vecchio militare in pensione che pensa, dall’alto della sua esperienza, di sparigliare nelle indagini poliziotti da quattro soldi e la giovane ispettrice scrupolosamente dedita all’osservazione delle regole, incurante dei dolori individuali; ambedue alla fine risulteranno degli sconfitti, nel senso che verranno capovolte le loro certezze iniziali, fasulle e costruite, senza che però essi abbiano alla fine una consolazione, una “salvezza”. Restano anzi essi stessi segnati dolorosamente dalla perdita del loro centro “ideologico”, della loro stessa visione del mondo, che si rivela ormai solo nell’incertezza. Il finale, infatti, con Hank che alza la bandiera capovolta, segno che “siamo allo stremo, che abbiamo un disperato bisogno di aiuto”, è la chiusura del cerchio sulle coscienze di una nazione che sta rivivendo il dramma di un nuovo Vietnam, con il senso tragico della sconfitta dietro le menzognere parole della politica ufficiale.

Nella valle di Elah è molto vicino all’altro film americano in concorso quest’anno alla Mostra di Venezia, e cioè il durissimo Redacted di Brian De Palma, abilissimo gioco finzionale in cui la vicenda di alcuni soldati dispiegati sul fronte iracheno viene narrata nella confusione dei punti di vista, nell’impossibilità dei mezzi di comunicazione (siano essi stampa televisiva, mdp digitali, videocamere di sorveglianza o semplici videofonini) di veicolare una verità. Paradossalmente l’ossessione di filmare, di documentare, di vedere insomma, che l’onnipotenza tecnologica dei nostri tempi sembra aver prodotto, provoca solo un eccesso di rappresentazioni prive di senso, inutili cioè a ricostruire un ordine nella realtà delle cose. In questa bulimia di immagini il cinema americano sembra aver incorporato il visibile quotidiano che proprio i mezzi di comunicazione come la tv e internet ci sbattono quotidianamente sotto gli occhi: massacri, stupri, sgozzamenti ecc. (la cui riproduzione era fino a qualche tempo fa appannaggio quasi esclusivamente del genere horror) ora non sono più o-sceni. Senza pudore, sia Haggis che De Palma la concedono direttamente al desiderio che ha il mondo di farsi restituire in forma di pixel gli orrori della realtà. Che appare così, sempre più sconcertante, ma sempre più incomprensibile.




Nella valle di Elah
cast cast & credits
 
 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Charlize Theron
Charlize Theron



 
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