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Sette veli e una voliera

di Paolo Patrizi
  Salome
Data di pubblicazione su web 12/07/2007  

Subentrato a Zubin Mehta, che da qualche tempo pareva adagiarsi su una dorata routine, Kent Nagano ha impresso una svolta alla Bayerische Staatsoper di Monaco: lucidissimo per capacità di analisi e rigore tecnico, interessante più che convincente nei classici tardo ottocenteschi – spesso affrontati con un certo riserbo antiemotivo – ma sempre fedele alla musa sfuggente della musica contemporanea, il direttore nipponico-californiano ha commissionato, tra stagione invernale e Opern Festpiele estivo, ben quattro ‘prime’ assolute.

A Wolfgang Rihm, attuale composer in residence a Monaco, è toccato l’arduo compito di confrontarsi con Beethoven (un suo concerto per fagotto e orchestra è stato abbinato alla Missa Solemnis) e Richard Strauss Per quanto opera di durata medio-breve, Salome, anche nei teatri tedeschi, solitamente fa serata da sola, ma per l’occasione ha trovato un eccellente prologo in Das Gehege (‘La voliera’): circa quaranta minuti di grandissimo teatro musicale, in cui Rihm sfodera tutte le sue qualità di compositore capace di coniugare densità strumentale e pregnanza della parola cantata, palpabilissima matericità del suono e rarefazione timbrica.

Sempre ansioso di misurarsi con testi letterari impegnativi (il Büchner di Jacob Lenz, l’Artaud di Tutuguri, lieder su testi di Hölderlin, più di recente Die Hamletmaschine di Heiner Müller e una Passione secondo San Luca), Rihm non ha trovato questa volta una qualità troppo alta nell’ambizioso libretto di Botho Strauss: un monologo femminile che occhieggia a Erwartung e La voix humaine, mantenendone però più la buccia – uno psicodramma attorno a una donna isterica –che i succhi drammaturgici. Il testo, infatti, appare banale nel suo substrato psicanalitico, e anche un po’ greve nelle metafore che lo contrappuntano. In pratica il delirio di una donna, non più giovane ma tutt’altro che giunta alla pace dei sensi, che s’introduce nottetempo in un giardino zoologico per visitare le gabbie degli uccelli. Trovato un maschio di aquila – l’uccello che in teoria dovrebbe librarsi più in alto di tutti – prima inizia a provocare, quasi seduttivamente, il rapace, poi gli apre la voliera. Quando però si avvede che l’animale è vecchio e malconcio, lo uccide.

Da siffatta materia la musica di Rihm ha ricavato uno straordinario spessore emotivo, anche grazie a una scrittura vocale che, nonostante un’intervallistica assai insidiosa e l’occasionale ricorso al ‘gridato’ espressionista, approda a uno sprechgesang sconfinante nel cantabile. L’estrema compenetrazione del soprano Gabriele Schnaut – in empatia con il mondo musicale di Rihm dai tempi di Die Hamletmaschine, senza essere una mera specialista del repertorio contemporaneo – contribuisce all’esito eccellente dello spettacolo, mentre il mimo Todd Ford dona plastica fisicità all’incarnazione dell’aquila e William Friedkin impagina senza danni la parte visiva, al contrario di quanto farà nella seconda parte della serata.

Salome (Foto di Wilfried Hoesl)
Salome (Foto di Wilfried Hoesl)



Il regista del Braccio violento della legge e dell’Esorcista, che già con un Wozzeck a Firenze aveva mostrato scarse attitudini operistiche, tenta in Salome la consueta mescolanza tra ambientazione atemporale e ambientazione moderna. Purtroppo ne sortisce una messinscena convenzionale: mimo onnipresente (forse per non lasciare inutilizzato il bravo Ford dopo la sua bella prova nell’opera di Rihm), la torbida principessina Salome trasformata in una sorta di sosia di Lady Diana e l’aggravante di costumi (realizzati da Petra Reinhardt) antiestetici come pochi. Per fortuna la protagonista Angela Denoke – soprano di mezzi non memorabili, ma interprete efficace e concentrata – regge bene l’impatto scenico: disinvolta sul piano coreografico (si cimenta con ottimi esiti nella danza dei sette veli), riesce a conservare il necessario aplomb vocale anche nelle controscene più ‘distraenti’ imposte dal regista, come la conturbante masturbazione podalica fatta a Narraboth o la fustigazione inflitta a un Erode masochista e felice.

Iris Vermillion, a sua volta, è un’Erodiade sorprendentemente fresca: non la solita megera invidiosa dell’insolente giovinezza della figlia, ma una donna piacente che compete con la sensualità di Salomè. Ne consegue, sul piano vocale, un’interpretazione tutta risolta in termini di canto, anziché con il ricorso al declamato e al grido che caratterizzano tante mature Erodiadi di ieri e oggi. Ancor più notevole, se pensiamo alle sue sessantadue primavere, è lo Jochanaan di Alan Titus: il timbro, ovviamente, si è fatto un po’ ruvido, ma l’emissione solidissima, la lunghezza dei fiati e l’omogeneità del suono restano un modello per qualunque baritono. Wolfgang Schmidt non si discosta dal cliché dell’Erode caricato e sopra le righe, ma – si direbbe – più per limiti vocali che per reale disegno interpretativo. Migliore la prova dell’altro tenore, Nikolai Shukoff, nei panni di Narraboth.

Ciò che comunque rende davvero memorabile la serata, in Strauss come in Rihm, è la concertazione di Nagano. In Salome cerca – e ottiene dall’orchestra – l’estrema compattezza del suono più che il vitalismo fonico, sottraendo la partitura a eccessive estenuazioni decadenti e proiettandola, invece, verso il pieno Novecento. Das Gehege, poi, è distillata con una sapienza e un amore che inchiodano lo spettatore alla poltrona. Sembra di trovarsi davanti a un’opera del grande repertorio. E se fosse proprio così?
























Salome di Richard Strauss - Das Gehege di Wolfgang Rihm Bayerische Staatsoper di Monaco

Salome
cast cast & credits
Das Gehege
cast cast & credits


 

 

 


 

Kent Nagano
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