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Umorismo nero (su bianco)

di Marco Luceri
  Spike Lee
Data di pubblicazione su web 11/07/2007  
Mercoledì 11 luglio 2007, in occasione della consegna del Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2007 a Spike Lee, presso l’Auditorium della Scuola di Musica di Fiesole, si è svolto un incontro, organizzato dalla sezione toscana del Sindacato Critici Cinematografici, tra Spike Lee e il pubblico. Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgere alcune domande al regista americano.

Il suo è un cinema delle scelte, in cui spesso gli imperativi morali che regolano le scelte dei singoli si riverberano poi, dal mondo afroamericano, all’intera società americana; eppure la salvezza dei suoi personaggi raramente diventa effettiva, sembra essere sempre in potenza…

Nei miei film ho sempre posto il problema delle scelte dei personaggi, e andando avanti nella carriera di cineasta sono riuscito a rappresentare queste scelte in modo più approfondito. Ne La venticinquesima ora, ad esempio, il personaggio principale deve scegliere se scappare o restare lì dov’è. Sceglie di restare e di scontare la sua condanna in carcere. Penso che come esseri umani istintivamente sappiamo ciò che per noi è bene o è male. Per quanto mi riguarda poi, sono un regista, e voglio far riflettere il pubblico sulle sue scelte, e mi interessano soprattutto le conseguenze di queste decisioni.



Crede che il genere della commedia, penso a She Hate Me ad esempio, sia più adatto a questo tipo di descrizione dei rapporti tra i personaggi o preferisce il taglio drammatico?

Non userei il termine "commedia", mi piace di più "umorismo". Anche se i miei film sono molto seri, cerco sempre di trovare il giusto equilibrio tra il tragico e il comico. I grandi autori come Billy Wilder ci sono riusciti. Io ci provo.

Il suo è appunto un umorismo corrosivo. Come riesce ad essere umorista e mordace allo stesso tempo, come faceva Billy Wilder? Come si fa insomma a tenere insieme due spinte che spesso, soprattutto nel cinema americano, sono contrastanti?

Fare il regista al cinema è un po’ simile a fare il giocoliere nei circhi. E’ un’arte che ci permette di fare tante cose contemporaneamente. A differenza della pittura o della letteratura, in cui l’artista è solo con se stesso, nel cinema il regista ha tante responsabilità verso l’esterno, verso la troupe, o verso il produttore, che sborsa i soldi. Anzi, l’impresa veramente difficile è proprio questa: bilanciare l’arte e il commercio. E’ questo il mio mestiere.



La cultura e la società americane hanno da sempre creato un’aura magica intorno al cinema, che alla fine resta forse ancora, come dice lei stesso, una forma di espressione artistica artigianale. Qual è il suo rapporto con la tecnica? E in che modo cerca di coniugare le esigenze narrative con quelle espressive del suo linguaggio visivo?

Ho 51 anni e appartengo a una generazione molto differente da quella dei giovani di oggi, per cui la tecnologia è tutto, e in modo totalizzante. I miei figli, ad esempio, cercano sempre di insegnarmi come funziona questo o quel nuovo macchinario. Fa parte di loro, del loro immaginario, completamente dominato dalla tecnologia. Nel mio cinema è un po’ diverso. Io credo che non bisognerebbe mai mettere da parte la narrazione, il piacere cioè di raccontare una storia; certo, bisogna padroneggiare gli strumenti propri del cinema, ma la tecnica non potrà mai nascondere un’eventuale incapacità di raccontare una storia. L’affabulazione è sempre stata la centro del cinema.



Il suo ultimo film, lo splendido documentario When the reeves broke è il racconto della drammatica situazione vissuta a New Orleans dopo il passaggio dell’uragano Katrina. Che cosa ha significato per lei la realizzazione di questo film di denuncia politica?

When the reeves broke è un documentario storico sull’incapacità degli USA di far fronte a un problema così gigantesco come la distruzione di New Orleans. Quando ci fu l’uragano io ero a Venezia per la Mostra del Cinema; appena saputa la notizia mi precipitai in albergo a guardare la tv: la CNN e la BBC trasmettevano al mondo intero, in diretta, le tristi immagini del disastro, aspettando che arrivassero i soccorsi. Invece passavano i giorni e il governo era incapace di prendere una decisione. Fu allora che decisi di fare il film, anche se, malgrado la sua durata di quattro ore, sarebbe potuto essere ancora più ricco: ci sarebbe ancora tanto da raccontare, e forse un giorno lo farò. Ricordo però ancora il giorno del mio arrivo nella città; fu circa tre mesi dopo l’uragano e dovunque c’era solo distruzione, sembrava fossero state sganciate dieci bombe atomiche, New Orleans era solo un’enorme distesa marrone.



 

I film di Spike Lee recensiti su drammaturgia.it:

Inside Man


She Hate Me


La venticinquesima ora

 
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