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Nati morti

di Marco Luceri
  "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni"
Data di pubblicazione su web 29/08/2007  
Ha vinto senza troppe difficoltà la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes il film 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni del giovane regista rumeno Cristian Mungiu, a dimostrazione del fatto che, anche quando si hanno pochi soldi, con una buona sceneggiatura, un solido impianto registico, un paio di attrici di ottima levatura, si può sparigliare l’agguerritissimo parterre di autori che calcano i riflettori della Croisette. Se inoltre si aggiunge il fatto che 4 mesi fa resuscitare di fatto una cinematografia, quella rumena, che ormai si dava quasi per estinta, ci sono tutte le ragioni per assegnare a questa pellicola il meritato, prestigiosissimo premio.



Mungiu, il 39enne regista, ha concepito il film come il primo capitolo di una serie intitolata Storie dell'età dell'oro, una storia soggettiva del comunismo in Romania, raccontata attraverso le leggende metropolitane. In 4 mesi (ambientato nel 1987) sono gli anonimi e tetri quartieri periferici di una squallida città rumena ai tempi di Ceausescu a fare da raccapricciante sfondo alla storia di due giovani amiche, l’insicura Gabita (Laura Vasiliu) e Otilia (Anamaria Marinca), coinvolte in una brutta faccenda, quella di un aborto clandestino, consumato anche grazie alla spregiudicatezza di un medico che non disdegna di pretendere, oltre al denaro, anche un rapporto sessuale con le due. Tutto avviene nell’ottusa indifferenza di un mondo, che sembra scivolare da sé, senza quasi accorgersene, verso un’ineluttabile destino di degrado morale. E’ forse in questo strisciante senso di sconfitta, in questa inerme umanità incapace di reagire a qualsiasi evento, la forza allucinate del film, che riesce a trasformare un triste fatto privato nel quadro esemplare di un’epoca.



Gabita, ma soprattutto Otilia, personaggio straordinario e così denso di forza umana nel suo spirito di sacrificio e di abnegazione, sono due ragazze travolte da un destino oscuro, assolutamente sole, di fronte a un panorama sociale tanto vasto, quanto tragicamente immobile. Sembra che nella Romania rappresentata nel film si viva solo in un desolante oggi senza prospettive, un Paese in cui il tempo è fermo, e perciò terribilmente soffocante. Tutto è contro le due ragazze: il medico che le dovrebbe aiutare in realtà lo fa’ per avere le grazie dei loro giovani corpi, il ragazzo di Otilia, Radu, è insensibile alle difficoltà affettive della ragazza, come lo è lo stucchevole cicaleccio dei suoi famigliari (durante la scena della cena, una delle più grottesche del film), fino ai poliziotti e agli albergatori, continuamente occupati in asfissianti controlli, dediti alla ricerca di un’identità da segnalare, da scovare, da controllare comunque e sempre. In questa sorta di labirinto fatto di miserie, in cui si percepisce in continuazione la presenza di un occhio superiore che guarda, arbitro delle vite di ognuno, alla fine il feto della vergogna viene espulso da Gabita, con la mdp che indugia senza pudore alcuno su quel corpicino senza forma e senz’anima, simbolo forse dell’abbandono di una società incancrenita da un regime sanguinario e illiberale, che rubò la vita e la dignità a milioni di persone.



Ciò che rende il film un’opera di grande impatto sono, oltre alla sapiente rappresentazione dello squallore degli ambienti e dell’umanità dolente che essi racchiudono, le originali scelte registiche di Mungiu, che asciuga il film in una serie di lunghe inquadrature descrittive, in cui i personaggi vengono o isolati (è il caso dei confronti verbali di Otilia con gli altri personaggi) o costretti quasi a sgomitare per entravi dentro (è di nuovo il caso della cena a casa di Radu); l’effetto prodotto è quello di una frontalità angosciante, che lo spettatore sente come un crescente senso di alienazione, lo stesso che sullo schermo provano i personaggi. E’ superfluo forse dire che a ciò contribuisce la straordinaria prova degli attori (soprattutto la superlativa Marinca), capaci di reggere senza incertezze e con una grande profondità espressiva piani così lunghi e perciò così estremamente difficili. Ma 4 mesi non è tuttavia un film statico, tutt’altro: la creazione della suspence, che si percepisce durante tutto il film, non è solo relegata ai dialoghi serrati, ma anche ai sapienti piani-sequenza, alle precise ellissi e all’efficace uso della macchina a mano (quasi da stile documentario), come nella bellissima scena notturna in cui Otilia deve nascondere il feto morto all’interno di un enorme palazzone di periferia: Mungiu segue il suo personaggio nella paura, nell’incertezza, nell’oscurità degli spazi anonimi, senza lasciarla nemmeno per un istante, rendendo lo spettatore partecipe dell’ansia vitale della donna. Se questo non è grande stile



4 mesi, 3 settimane, 2 giorni
cast cast & credits
 




 

 

 

 


 




Cristian Mungiu
 

 
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