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Prendere o lasciare

di Marco Luceri
  "Grindhouse - A prova di morte"
Data di pubblicazione su web 06/06/2007  
Metteteci il profluvio di citazioni: L’ultimo buscadero, titolo italiano del film di Peckinpah Junior Bonner, Las Tres Elenas e El limite del amor, la targa JJZ-109 della mitica Mustang che guidava Steve Mc Queen in Bullit, Michael Parks, affiancato dal figlio James, che si rimette i panni dello sceriffo Earl McGraw di Dal tramonto all'alba, i serial tv Zozza Mary, pazzo Gary (1974) e Punto zero (1971); metteteci il gusto naïf per l’autocitazione: l’infinito piano sequenza iniziale de Le iene e il tetro fischettio di Daryl Hannah in Kill Bill (ma qui è solo un’innocua suoneria di cellulare); metteteci il solito gusto musicale che ruba a piene mani da un repertorio cha va dal poliziottesco italiano anni Settanta (La polizia sta a guardare, Italia a mano armata) a Il gatto a nove code fino alla cover dell’indimenticabile Baby it’s you incisa dagli Smith; mettete le bellissime, "sporche e cattive" Rosario Dawson, Tracie Thoms, Mary Elizabeth Winstead e Zoë Bell a fianco di un vecchio leone come Kurt Russell nei panni di un cicatrizzato Stuntman Mike; metteteci lui, una delle ultime icone che il cinema ha saputo produrre nell’ultimo scorcio di Novecento, Quentin Tarantino, autore(?)– divo che stavolta si impomata i capelli e diventa Warren, improbabilissimo bar-man che serve i virgin piña colada ai bulli e alle pupe del suo harem di fatto di vecchie canzoni e cocktail micidiali. Metteteci insomma ognuno tutto ciò che vuole in quest’ennesima farsa postmoderna, in questa nuova trash, pop, kitsch ultima opera del ragazzaccio americano che ha elevato la sua cinefilia da serie B e C a opera d’arte. Mischiate tutto con molta poca cura e otterrete Grindhouse – A prova di morte. Se vi sembra poco alzatevi dalla poltrona e uscite dalla sala. Se vi sembra già abbastanza restateci e vi divertirete un mondo.


 

Prendere o lasciare. Accantonata l’epica della violenza di Kill Bill, Tarantino sembra stavolta ri-guardarsi allo specchio e recuperare la fresca, molto personale, originalità che aveva accompagnato i suoi esordi. Il riferimento più vicino è proprio a Le iene, il primo film a cui questa nuova fatica sembra sempre di più assomigliare. Il film, infatti, diviso in due parti, a loro volta divise in altre due, sembra seguire il semplice, ma efficace tracciato de Le iene, riuscendo a recuperare anche certe suggestioni di Pulp Fiction. Qual è lo schema? Primo: presentazione dei personaggi attraverso la ricostruzione fedele di un ambiente chiuso e delimitato attraverso oggetti, musiche, canzoni e personaggi riconoscibilissimi quanto improbabili; lo strumento prediletto, naturalmente, è quello dei dialoghi infiniti sugli aspetti più superflui, insignificanti, ma divertenti della vita. Secondo: l’esplosione della violenza incontrollata, il collegamento al genere, prima smontato e poi rimontato in un adrenalinico pastiche (gli inseguimenti tra i protagonisti sono un autentico capolavoro di re-invenzione: il road-movie, il poliziottesco, James Bond ecc…) che non lascia nulla alla narrazione, diventando un puro, infinito gioco attrazionale.



 

Gli stessi personaggi ormai sembrano svuotati di qualsiasi caratterizzazione narrativa: più che di personaggi, anzi, si potrebbe parlare di residui, icone a sé stanti che trasferiscono sugli oggetti (automobili rombanti, costumi coloratissimi, magazine ecc.), sui dettagli anatomici (i piedi nudi delle ragazze sempre ben in vista, come le basette e l’acconciatura di Russell), sul linguaggio (sboccato e ridondante di citazioni) il loro status di immediata riconoscibilità. Se in Kill Bill l’epos era servito a creare un equilibrio progressivo tra narrazione e attrazione, in Grindhouse Tarantino sembra optare totalmente per la seconda, velando abilmente l’operazione dietro l’autodichiarata artificialità dell’opera: non sono forse gli stantmen le controfigure, i doppioni pericolosi degli attori di Hollywood?, quelli insomma che fanno il lavoro sporco all’ombra dei divi, sporchi essi stessi come sporca è la pellicola (segnata anche dall’uso del godardiano jump-cut) che ce li riconsegna come corpi dall’identità altrui. Tutto finto, insomma. Anzi, più finto del finto.



 

Grindhouse, nella sua solo apparente, leggera mistica del pastiche sembra estendere questo discorso sulla perdita d’identità al cinema stesso, ricollegandosi per altro in pieno a quella che è la principale tendenza del cinema americano di questi anni. E non serve forse molto la quadratura del cerchio ottenuta con il ribaltamento finale (nella prima parte è l’uomo il predatore e le ragazze sono le prede, schema che si inverte nella seconda parte, quella della vendetta e delle rivincita "fallica" delle tre novelle Charlie’s Angels) a restituirci, con la violenza che si fa estetica, un’espiazione: né vincitori, né vinti. Sembra proprio che si debba aspettare la seconda puntata, quella firmata dall’amico Rodriguez.

Per ora, divertiamoci. It’s only Tarantino, but I like it.



Grindhouse - A prova di morte
cast cast & credits
 




 


 


Quentin Tarantino sul set del film




 
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