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 Un prezioso restauro

di Gherardo Vitali Rosati
  L'École des femmes
Data di pubblicazione su web 28/10/2003  
Si presenta come una gemma preziosa, mélange di grandi artisti di ogni tempo, lo spettacolo che, dopo la ripresa dell'Aida di Zeffirelli, ha inaugurato la stagione del teatro della Pergola di Firenze. Il primo capolavoro di Molière è infatti messo in scena da Jacques Lassalle (già amministratore della Comédie-Française dal '90 al '93) "tenendo presente" la regia di Louis Jouvet, forse il più grande attore e regista francese del primo Novecento.

Viene così ripresentato l'ingegnoso meccanismo di trasformazione scenica a vista inventato da Christian Bèrard per l'edizione di Jouvet: domina la scena lo spigolo dell'alto muro di cinta della casa dove è custodita Agnès, la porta d'ingresso rimane quasi nascosta cosicché si ha subito un'impressione di prigionia. Non appena però il protagonista varca la soglia, il muro si apre, accompagnandolo all'interno e mostrandoci un ridente giardino. La leggendaria invenzione, di cui purtroppo non restano modellini, è stata riadattata da Géraldine Allier, che ha recentemente realizzato per la Comédie-Française le scene de La Tempesta per Daniel Mesguich e di Cinna per Simon Eine. I bozzetti di Bèrard hanno ispirato anche i costumi, che sono stati realizzati per Lassalle da Renato Bianchi, il veterano entrato alla Comédie-Française nel 1965 che ha lavorato con i più grandi sarti francesi, da Suzanne Lalique a Christian Lacroix.

La rappresentazione fa parte di un progetto di Patrice Martinet, direttore del Théâtre Athénée, che per celebrare il cinquantenario della morte di Jouvet ha deciso di affidare ai grandi registi di oggi il compito di ripensare le sue principali messe in scena. Non di riprodurle, precisa Lassalle, perché "l'idea della ricostruzione sembrava tanto illusoria quanto vana" e perché "in teatro non c'è tradizione se non in movimento". Il regista ha cercato di esaminare la commedia calandola prima nel XVII secolo, poi ai tempi di Jouvet, infine ai nostri giorni, cercando così di renderla estranea al tempo, lontana da ogni attualizzazione. La situazione in cui il quarantenne Arnolphe compra Agnès quando ha solo quattro anni per farne la sua fedele moglie ricorda sì che nello stesso anno della prima rappresentazione Molière sposava Armande Béjart, figlia (probabilmente) della sua precedente compagna Madeleine; ma oltre che un nobilotto del XVII secolo, in lui si è voluto vedere un borghese del XIX secolo o un dottor Humbert-Humbert della Lolita dei nostri giorni.

Pare però che l'estrema attenzione ai numerosi bozzetti delle due epoche costringa gli attori a un troppo ridotto margine di libertà: spesso sembrano immobilizzati sul palco, incapaci di spezzarne le rigide linee. Assistiamo ad una prima e lunga scena davanti a due attori statuari: stanno entrambi ad un'estremità del proscenio, rivolti verso il pubblico, Arnolphe parla quasi all’orecchio di Chrysalde; il complesso si frattura solo nel momento in cui il protagonista accende le luci della platea per ammiccare fra il pubblico i mariti cornuti con un procedimento che si rivela però troppo macchinoso. Il ruolo principale è affidato ad Olivier Perrier definito da Lassalle "uno dei più atipici e più interessanti attori di Francia", che ha lavorato con registi del calibro di Peter Brook, Jean-Paul Wenzel, Michael Vinaver. Se con la voce è sicuramente all'altezza delle aspettative, ci delude però per quanto riguarda il movimento scenico. Esemplare è il suo monologo in chiusura del terzo atto: la sua posizione è ancora una volta statica, è seduto sul bordo del palco dove rimane per gli oltre trenta versi della scena, fa un unico tentativo di movimento simulando un pianto, poco credibile anche dal punto di vista vocale, e fingendo di gettarsi a terra. Anche questo passaggio risulta però assai goffo e la posizione finale non è troppo diversa da quella di partenza: anziché dare dinamismo alla scena finisce quindi per appesantirla.

La rigidità di movimento è rotta, forse per il ruolo che svolgono o forse per la loro più giovane età, da Horace e dai due servi. Le scene di Alain e Georgette pur essendo, secondo alcuni critici, l'ultimo residuo farsesco del testo di Molière tendono a scadere nel grottesco. Se la straordinaria mimica di Cécile Bouillot rivela la sua formazione nelle arti circensi e le permette di affrontare con naturalezza la parte, il disegno dei movimenti della coppia è difficilmente sopportabile: le loro scene sono dominate da simulazioni di amplessi, in momenti e luoghi del tutto improbabili. Fuori dalle righe rimane Horace, il suo ingresso sul palco dà dinamismo alla scena. Il giovane Pascal Rénéric osa posizioni sempre nuove, e sembra inventare di volta in volta le sue azioni.

Nel lavoro vocale, come abbiamo accennato, tutti gli attori dimostrano estrema agilità. Il verso così rigido non intralcia la loro espressività: riescono ad usare la rima come cosa naturale, dando grazia alle parole senza però lasciare che perdano di concretezza. In particolare nel V atto, sul concludersi della vicenda, le urla di Agnès si fanno realmente strazianti, la voce di Arnolphe, prima così dura, diviene dolce e implorante mentre Oronte tuona in scena. La conclusione della rappresentazione è quindi uno stupendo concerto di voci, mentre la fuga di Perrier dal palco attraverso la platea sarà ancora una volta troppo poco naturale per essere all'altezza delle sue parole.

L'École des femmes
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