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E venne il Messia

di Marco Luceri
  "Centochiodi"
Data di pubblicazione su web 23/04/2007  
Centochiodi è uno di quei film che non si dimenticano tanto facilmente. E’ una di quelle opere che uno si sente addosso, quelle che ti spiazzano, che ti lasciano con tante domande, quelle che, quando alla fine le luci della sala si riaccendono, ti lasciano quella piacevole e paurosa sensazione di aver guardato qualcosa di veramente importante. E’ l’ultimo film di un grande maestro che viene da tanto tempo fa, da molto lontano, e anche questo fa assumere a Centochiodi quell’ideale aurea che solo gli addii sanno dare, tanto più se così provocatori, intensi, umani.

"Il titolo nasce da una mia ossessione, che ogni tanto ho, e che è quella di inchiodare qualcuno per impedirgli di fare del male. Non è casuale la scelta dell'ambientazione della storia, perché il Po, come tutti i fiumi, ha una connotazione che lo distingue dal mare che è l'argine. Quando lo varchi ti lasci alle spalle il mondo, e inchiodare qualcosa che è contrario alla tua idea di vita vuol dire anche varcare l'argine. L'ho già dichiarato da tempo: prima ancora di iniziare le riprese sapevo che questo sarebbe stato il mio ultimo film narrativo di messa in scena. Continuerò a fare documentari come quando ho cominciato, più di cinquant'anni fa". Parola di Ermanno Olmi.



Quel fiume, quel Po, quella ricerca dell’argine che il cinema italiano ha varcato nel dopoguerra è forse lo stesso di Paisà, di Ossessione, di Gente del Po, quella spinta nata dal dolore immenso della perdita di un mondo intero, quella volontà di lasciarsi indietro tutto per (ri)comiciare a dare ai nostri occhi la profondità di una conoscenza artistica e morale: ciò che disse Bazin a proposito di Rossellini, e cioè che il suo cinema "non dimostra, ma mostra". E’ questo l’argine di Centochiodi, quel suo intangibile tratto di parabola umana che spalanca gli occhi sulla realtà misteriosa. E’ il tocco lieve e poetico di un maestro che della spiritualità ha pervaso tutta la sua carriera artistica, quella spiritualità tutta italiana appunto, perduta e poi ritrovata proprio nella diversità di uno sguardo, di un cinema che tanti anni fa uscì dalle ristrettezze delle affabulazione di fiction per riversarsi nelle campagne, nelle città, lungo le rive dei fiumi, per raccontare una realtà che non poteva e non può essere compresa stando seduti nel chiuso soffocante di un mondo costruito e riprodotto a tavolino.

E’ l’esperienza umana che Olmi fa vivere a Raz Degan, modello-attorucolo da rotocalchi televisivi chiamato nel film a interpretare la parabola francescana di un giovane professore di filosofia che abbandona biblioteche e automobili di lusso per vivere ritirato lungo gli argini della Civiltà e della Storia. In mezzo alla gente comune. In mezzo alla Natura. Non prima però di aver inchiodato secoli e secoli di sapere. Già, perché, sembra dirci Olmi, ci sono due tipi di conoscenza. Quella costruita dagli uomini nel chiuso di pareti alte e polverose, nell’ottusità e nel conformismo dell’Accademia e dell’angusta autoreferenzialità del mondo culturale, e quella vissuta, enormemente più vicina alla vera natura dell’uomo perché senza livelli di distinzione, senza gradini, né seggiole, né cattedre da cui guardare l’altro dall’alto. E’ la forza dello sguardo basso, di chi si posiziona a guardare il mondo senza un briciolo di sicurezze, ma con il coraggio e l’umiltà di chi vuole veramente fare l’unico vero bagno di conoscenza possibile.



Olmi traccia nell’esile, semplicissima trama del suo film il dilemma storico della dicotomia tra Natura e Cultura, e riflette sull’impossibilità di comprendere la Storia e spiegare il mondo attraverso la Cultura. Tornano a tal proposito in mente proprio le tragedie che hanno sconquassato l’Europa e il mondo nel Novecento, un secolo lanciato fiduciosamente nel Progresso e poi dilaniato dagli orrori: il secolo della diffusione massificata della cultura è stato lo stesso del nazi-fascismo, dell’Olocausto, dell’atomica e delle guerre totali. Qual è allora la vera missione del sapere nel mondo moderno? Nessuna, sembra suggerirci il film, se non è legata a una visione dell’Uomo. Fuori dalle ideologie e dai sistemi di valori torna allora la straordinaria profondità del Vangelo (nel suo originario e autentico significato di eu-ànghelon, buona novella), ricondotto appunto alla sua dimensione orale, di predicazione e di riflessione sull’identità umana. E’ chiaro che qui la religione stessa trova il suo limite ("le religioni non hanno mai salvato il mondo" è stampato sul manifesto del film) perché costruita come la cultura, chiusa in dogmi che invece di tentare di capire cercano di spiegare, chiudendo così il mondo in principi assoluti e saperi che definiscono, ma non comprendono.

Il film stesso, nella sua valenza simbolica, si apre al recupero di questa dimensione sacrale del mito: le parabole evangeliche della Quaresima, delle nozze di Cana, della Samaritana, dell’Ultima Cena, della Passione rivivono nel mondo contadino dell’Oltrepo mantovano, sfruttando pochissimi elementi narrativi, attraversano le vite di personaggi dalla vita semplicissima (di straordinaria espressività i loro volti), che racchiudono in loro stessi tutta la ricchezza eterna dell’uomo e del mondo, protagonisti affabili e silenti di una natura violentata eppure ancora bellissima: l’acqua, la luna, le fronde degli alberi, il soffio del vento, e lo scorrere lento della Vita, riprese in immagini che contengono tutte le storie possibili, proprio perché non raccontano, non dimostrano niente, ma ci mostrano, e ci fanno guardare. Oltre.



Centochiodi esce in un periodo in cui nel nostro Paese assistiamo da un lato all’intervento prepotente e dogmatico della Chiesa di Ratzinger nella vita politica della Repubblica, con un susseguirsi di anatemi e intimidazioni nel medievale tentativo di trasformare i dogmi in peccati e i peccati in atti legislativi, e dall’altra parte dall’accendersi di un laicismo cieco e arrogante che attacca il mondo cattolico (così importante in Italia, piaccia o no) senza voler minimamente ascoltarne le ragioni. Esce però anche in un periodo di grandi trasformazioni politiche, in cui culture fino a qualche lustro fa antitetiche prendono la strada di un difficile e incerto cammino comune. E’ uno strano Paese, l’Italia, è vero, e anche se il film di Olmi traccia un discorso al di sopra e al di là della Storia, l’invito del vecchio maestro sembra essere quello di riuscire a recuperare un senso dell’Uomo che ogni parte ha da tempo smarrito. Solo così, forse, quel Cristo laico che alla fine del film tutti attendono, potrà ritornare. In qualsiasi forma che ognuno vorrà dargli.


Centochiodi
cast cast & credits
 




 

 

 

Lettera di Ermanno Olmi al "Corriere della Sera"

 

 

 

 

 


 





 


Ermanno Olmi




 
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