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Il figliol prodigo

di Marco Luceri
  "Guida per riconoscere i tuoi santi"
Data di pubblicazione su web 26/03/2007  
Storie di odio e di violenze, di frustrazione e ignoranza, ma anche di grande tenerezza in uno dei quartieri periferici di New York, quelle raccontate in modo splendido da Dito Montiel, regista e sceneggiatore del film Guida per riconoscere i tuoi santi, tratto dal libro autobiografico Guida, dello stesso Montiel, con al centro della narrazione "il branco" dei ragazzi della periferia violenta di Astoria, nel Queens, i santi a cui fa riferimento il titolo del film, vincitore della Settimana della Critica all’ultima Mostra di Venezia. Basterebbero forse le semplici parole di Trudie Styler, moglie di Sting e produttrice del film, per fare il punto su uno dei film americani più preziosi e interessanti usciti negli ultimi tempi: "Robert Downey jr. (l'attore che interpreta il protagonista Dito da adulto) mi ha fatto leggere il libro di Dito ed io ne sono rimasta colpita per l’eccentricità e per l’energia trasmessa ai personaggi. Poi ho visto un promo fatto da Dito ed ho capito che era bravo. E’ riuscito ad ottenere eccellenti performance anche da attori non professionisti. Si può dire che si tratta di un film duro, con scene violente, ma per me è la tenerezza, la grande tenerezza espressa dai rapporti la cosa più bella di questa pellicola".


 

L'adolescenza del giovane Dito è stata segnata da alcuni drammatici eventi accaduti nell'estate del 1986, quando scorrazzava per le vie del quartiere insieme ai suoi amici Antonio, Giuseppe e Nerf. Anni dopo, Dito si trasferisce in California e intraprende la carriera letteraria, ma una telefonata di sua madre (Dianne Wiest) lo richiama nei luoghi della sua tormentata adolescenza, dove lo attendono diverse questioni rimaste irrisolte, tra cui quella di un nuovo incontro con il padre morente (lo straordinario attore di origine siciliana Chazz Palminteri), che non lo ha mai perdonato di aver abbandonato i genitori.

Una storia di colpe irrisolte dunque, nella ricerca di un rapporto tra padri e figli che sembrano non essere mai vissuti dalla stessa parte della strada. Il film, diviso tra i lunghi flashbacks che ricordano le immagini crudeli e sanguigne di una giovinezza cancellata come la polvere delle strade che la percorre, e il ritorno di Dito, che ormai adulto, ritorna sulle tracce brucianti del suo passato, riesce a conservare il sapore fresco e malinconico dell’America degli altri, quella delle periferie anonime e violente, in cui le leggi ferine della lotta, dell’onore si fondono pericolosamente con il degrado sociale e morale di famiglie e quartieri distrutti dalla disoccupazione e dalla povertà. E’ proprio l’altra America, l’altra New York, la figlia diretta di quella raccontata tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta con straordinaria lucidità e lungimiranza da importanti autori come Cassavetes e Scorsese. E’ la stessa, quella delle mille etnie, quella delle ragazzine costrette a diventare donne troppo presto, quella dei "bravi" ragazzi che impugnano pistole e bastoni sentendosi sempre in guerra, quella dei padri e delle madri impotenti e incapaci di comunicare. Bellissime, a tal proposito, le due sequenze di incontro-scontro tra Dito e il padre, la prima sotto l’acqua della doccia (che pulisce il sangue, ma non la colpa), e la seconda segnata dal silenzio pietrificante che non cancella il tempo tra il passato e il presente.

 

Lo stesso Montiel opera delle ottime scelte proponendo una sorta di continuità tra le numerose fratture narrative e visive del film; da una parte l’uso della macchina a mano che segue i personaggi esaltandone il potere violento dei corpi e dei volti (davvero straordinari) e dall’altro l’uso del jump-cut e di un montaggio velocissimo, pieno di volontarie "sgrammaticature", contribuiscono a dare al film un ritmo e un andamento vorticoso, nevrotico. Per giustapposizione le poche, ma significative sequenze di dolcezza sentimentale (con la bellissima ragazza) e famigliare (con la madre, alla fine) acquistano un valore simbolico fortissimo perché sembrano essere gli unici motivi ricompositivi del film e della sua vicenda, giocata tra la rottura di un addio e la sfida di un ritorno.

 

Il quadro compiuto di questa infernale città della contemporaneità e delle sue indimenticabili comparse ci restituisce comunque alla fine un ritratto fatto di personaggi dalla straordinaria umanità, esistenze perdute tra il grigiore della periferia, ai margini di una società che li respinge; essi riescono tuttavia a tirare fuori la sincerità vivissima di sentimenti riscattanti come l’amicizia, l’amore, il rispetto, i legami forti che tengono unita questa comunità, oltre le tragedie che ne segnano l’esistenza. Ed è forse per questo che, come dice alla fine Dito, "io ho lasciato tutti loro, ma nessuno di loro ha mai lasciato me".



Guida per riconoscere i tuoi santi
cast cast & credits
 



 



 

 


 



 

 

 

 

 

 


Dito Montiel





 
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