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Vite smarrite

di Sara Mamone
  Lost in Beijing
Data di pubblicazione su web 19/02/2007  

Ci risiamo: ecco il film cinese che anima un festival con l'inevitabile corredo di retropensieri e pettegolezzi, ecco la furbata di turno che lancia definitivamente nel panorama internazionale un giovane ma già perentorio talento, ecco l'appeal di una sorta di porno-prologo che consente ai censori di perleccarsi, ai giornalisti di scatenarsi, ai critici di sentirsi priviliegiati, al pubblico di incuriosirsi e cercare di non restare escluso, e all'autore (in questo caso, encore mieux) alla giovane autrice, Li Yu (già presente in Berlinale nel 2002 e premiata a Venezia nel 2004) di lanciarsi definitivamente come autore politico, fustigatore dei costumi corrotti della nuova Cina dove denaro sesso e corruzione sono il motivo conduttore della modernizzazione.

Lost in Beijing


 

Eccoci  infatti puntualmente a tutto ciò con Lost in Beijing. Dato che alla piccola non manca certo il talento cinematografico oltre che promozionale, alla concentrazione di grattacieli e gru che apre il film per mostrarci la vertiginosa metamorfosi della cittá si affianca il ritmo frenetico dei primi piani e poi, a poco a poco, si mette a fuoco il prologo hard. Mentre tutti noi occidentali ingenui pensiamo che i pechinesi lavorino come matti sui grattacieli scopriamo che lavorano nei grattacieli, perennemente scossi da scopate di ogni tipo e combinazione. Passata questa fase però, appunto il prologo in cui la nuova società cinese non fa certo un figurone, dall'orgia di amplessi esce la storia di Liu Ping Guo (Fan Bing Bing, in patria idolo tranquillo qui trasformata nella prima parte del film), giovanissima sposa di An Kun: l'una fa la massaggiatrice, l'altro il lavavetri nel  sontuoso grattacielo che ospita il "Gold Basin Foot Massage Palace" gestito con cinismo da Ling Dong e dalla sterile moglie. Una sera la giovane massaggiatrice, un po' troppo bevuta, attira il boss nella sua camera per soccombere poi alla sua violenza: violenza che il tempestivo marito vede dalla finestra, appeso ai vetri esterni che stava lavando. Ire, cazzotti, desideri di vendetta si acquietano di fronte ad una transazione economica (il boss pagherà una cospicua somma) e ad una personale (di stampo pochadistico, lo scambio delle mogli). 
 

Lost in Beijing


 
Tutto procede tra tempestosi primi piani fino al momento in cui la fanciulla si scopre incinta. E qui comincia un altro film, il vero film il cui prologo può essere ridotto a piacere, secondo le esigenze del mercato. La trama, che non vogliamo lusingarci sia pirandelliana anche se pare una simpatica rinfrescatura de La ragione degli altri, non volge al melodramma, ma si fa consistente e convincente, il ritmo narrativo rallenta e vengono fuori i personaggi. Ognuno vede la sua occasione: prima restio di fronte al ricatto finanziario del ragazzo, il boss si affeziona a poco a poco all'idea di  essere padre, compra in blocco l'incinta  Liu e il giovane marito, convince la moglie a prendere in casa la ragazza per alcuni mesi fino alla svezzamento del bambino e si impegna a non cominciare una relazione con lei pena la cessione della metà del patrimonio alla moglie. Si definisce cosí un menage che conviene a tutti, fino alla nascita del bambino. Che è di An  Kun ma che viene (con lauta mancia al personale medico) dichiarato del boss affinché la vita agiata possa continuare.

Lost in Beijing


 

La corda troppo tesa però corre il rischio di spezzarsi perché ad un certo punto è proprio il padre naturale e orditore dell'inganno a non sopportare più la privazione del bambino che rapisce dalla casa del boss. Rintracciato e denunciato per kidnapping, un moderno esame del Dna lo rivela come il padre naturale, privando così il boss di ogni diritto. Ma ormai il cammino dei sentimenti, sia pur con molte confusioni, è messo in moto e il meccanismo finanziario ben rodato: il boss pagherà ancora per questo figlio non figlio mentre solidarietà  nuove, per quanto sempre rette dal denaro, paiono nascere tra i quattro personaggi. Finale ottimistico? Finale Cinico? L'abile autrice non si svela e confida  infatti alla sensibilità dello spettatore  più  attento, dopo i titoli di coda, nell'ombra della notte pechinese, il gesto solidale dei due uomini che spingono insieme la macchina, perduti nella città (inutile ricordare che il titolo inglese riprende abilmente lo smarrimento di Lost in translation di Sophia Coppola).





Ping guo (Lost in Beijing)
cast cast & credits
 



 
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