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La Pisanella di d'Annunzio e Pizzetti alle Notti malatestiane 

di Vincenzo Borghetti
  La Pisanella
Data di pubblicazione su web 23/07/2003  
Dopo Draghi, Malipiero, Dalayrac, «Notti Malatestiane» 2003 ha lanciato e vinto un'altra sfida: i curatori della rassegna (Manlio Benzi, direttore artistico, e Emilio Sala, responsabile musicologico) hanno dimostrato che mettere di nuovo in scena D'Annunzio si può. Non si è trattato della solita prova di finto coraggio - per intenderci, quella che spinge di quando in quando a ripescare con sussiego il D'Annunzio meno indigesto delle tragedie abruzzesi - bensì di una scommessa ai limiti dell'osabile: riproporre proprio il testo più scomodo, quella Pisanella che neppure nelle epoche sospettissime della Compagnia Nazionale per i drammi di Gabriele D'Annunzio qualcuno si era più sognato di affrontare.

«La Pisanella, spettacolo di teatro con musica dalla pièce di Gabriele D'Annunzio. Regia: Roberto Recchia», così la locandina. E quel «dalla pièce» poteva voler dire tante cose, ma stavolta, per fortuna, non significava due cose. Né che Roberto Recchia ha realizzato uno spettacolo attingendo il minimo indispensabile da un testo – brutto – di D'Annunzio per farci ascoltare la musica – bella – di Pizzetti e, aggiungerei, senza farci capire nulla del progetto originario (cosa frequentissima col Martyre de Saint Sébastien); né che Roberto Recchia ha realizzato uno spettacolo che fa un D'Annunzio che non pare più D'Annunzio, per carità, ma Pirandello o, al limite, Bergman.



La Pisanella
La Pisanella


Quel «dalla pièce» significava solo che il regista Recchia aveva avuto fiducia in un testo e lo metteva in scena per quello che è. Eppure le premesse di uno stravolgimento c'erano tutte. Oltre al titolo testé citato la locandina prosegue e, in due occhiate, ci rendiamo conto che gli attori sono otto (!) di cui sette uomini (!!) con una sola donna. Altro che fedeltà al dramma del Vate! E le scene di folla? e i nove vescovi latini e i quattro greci? e il Siniscalco, il Turcopiliere, gli Arcieri Bulgari e tutta la Baronìa, solo per citare alcuni dei personaggi del prologo? Ma siamo davvero sicuri che per rimettere in scena D'Annunzio sia necessario farlo à la Ballets Russes? O non basti piuttosto confrontarsi con un'idea di teatro, estranea e scomoda finché si vuole, ma dotata di principi drammaturgici propri che, in larga misura indipendentemente dai mezzi a disposizione, chiedono solo di essere compresi e rispettati?

Allora chi era alla Villa Torlonia di San Mauro Pascoli ha visto come Recchia abbia colto in pieno la concezione drammatica dannunziana e l'abbia considerata il binario – saldo – su cui impostare lo spettacolo. I tagli c'erano: mancava circa la metà del testo pubblicato, ma D'Annunzio stesso ha sempre capito la grande differenza che separa il testo teatrale nella sua forma libresca da quello effettivamente portato sulle scene e non ha mai fatto resistenze ai ragionevoli accorciamenti della sua opera che potessero giovare alla riuscita degli spettacoli. L'intervento di riscrittura del regista c'era: Recchia crea un effetto metateatrale, presentando la Regina di Cipro costretta da Sire Ughetto ad assistere alla messinscena della morte di Pisanella in cui ella stessa fu protagonista (da qui l'idea di usare soli uomini, come in una piccola recita privatissima in una segreta di palazzo).

Ciononostante alla drammaturgia dannunziana non è stato torto un capello. Anzi. Pochi personaggi ben diretti rendono ugualmente sul palco l'immagine di una reggia medievale affollata, vociante, crudele e corrotta; ma soprattutto l’uso sapiente dell’amplificazione rende possibile comprimere il testo creando diversi livelli sonori, sottolineando in tal modo l'idea di flusso "musicale" che aveva D'Annunzio della parola in scena. L'effetto è geniale: nel prologo le dispute teologiche dei vescovi restano sullo sfondo e in primo piano viene portato il dialogo del Principe di Tiro e Sire Ughetto; il pubblico percepisce distintamente il secondo e del primo arrivano solo frammenti, macchie di colore storico, schegge impenetrabili ma evocative che non chiedono di essere comprese nel dettaglio, ma di essere solo ascoltate come una vera "musica verbale".

Nonostante tutto il lavoro sul testo, sulla scena c'è, nel bene e nel male, solo D'Annunzio. Anche la presenza di soli uomini nei ruoli femminili a ben vedere trova una sua giustificazione. Credo che si tratti di un mezzo molto efficace per trasmettere al pubblico odierno qualcosa di analogo al fascino perverso che emanava Ida Rubinstein all'epoca delle sue apparizioni: una splendida ebrea russa dalla bellezza androgina, lesbica, in Pisanella nei panni succinti di una prostituta venduta come schiava, ritenuta santa, bramata dalle ciurme genovesi e veneziane, dagli uomini di corte, dalla regina stessa e uccisa infine da schiave nubiane mentre danza sotto un profluvio di petali di rosa.

Lo spettacolo così costruito occupa poco più di un paio d'ore e fin dall'inizio il pubblico è un po' sconcertato di fronte a tanta spudorata esibizione di décadence che il testo, sebbene accorciato, giustamente conserva. Tutti però restano senza parole sia di fronte a momenti di gran teatro che la drammaturgia dannunziana riserva, e che la regia ha saputo ben valorizzare, sia di fronte alla sensualità della musica di Pizzetti (soprattutto nelle due danze del terzo atto), che nella sua integrità e orchestrazione originarie non era stata più ascoltata dal 1913. Cito solo alcuni dei passaggi più intensi: la fine del prologo con melologo mentre dal fondo arriva il canto – vero? immaginario? – della mendicante; la scena del chiostro delle clarisse, dalla comicità irresistibile (ma è tutta già in D'Annunzio), potenziata anche dalla presenza di uomini nei ruoli delle ansiose monachelle; e ovviamente tutto l'ultimo atto, quello musicalmente più ricco, dove Recchia spezza saggiamente la finzione metateatrale e la regina stufa di assistere alla messinscena riprende di forza il suo ruolo di crudele assassina.

Bravi gli attori a perfetto agio (beati loro!) con un testo difficilissimo. Ricordo tra gli altri Andrea Mirabile, ottima Pisanella sia nella recitazione sia nelle danze (belle le coreografie di Isa Traversi), Nicola Stravalaci, nel ruolo del principe di Tiro e, con una menzione speciale, Cinzia Spanò, regina di Cipro cattivissima da manuale. Belle anche le scene (di Giulia Bonaldi e Anusc Castiglioni) suggestivamente illuminate da Vincenzo Raponi. Il compito non facile di tenere insieme orchestra e scena è stato affidato a Manlio Benzi che con mano esperta ha saputo tenere in pugno attori e musicisti nelle complesse scene di melologo.



La Pisanella
cast cast & credits
 



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