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In nome del padre

di Marco Luceri
  "L'aria salata"
Data di pubblicazione su web 16/01/2007  

E’ un lodevole esordio al lungometraggio quello del giovane documentarista Alessandro Angelini, cresciuto nelle scuderie di Moretti e Calopresti. Il suo film è stato una delle piacevoli sorprese viste alla Festa del Cinema di Roma, dove ha avuto un’ottima accoglienza, confermata anche dalla buona affluenza di pubblico che si sta registrando in questi giorni successivi alla sua uscita.

L’aria salata ha una storia molto semplice, ma al contempo efficace e potente:  Fabio (Giorgio Pasotti), un educatore di detenuti, lavora nel carcere di Rebibbia; un giorno ritrova per caso all'interno del penitenziario suo padre, Luigi Sparti (Giorgio Colangeli), che è stato condannato per omicidio e finge di essere epilettico per ottenere la semi-libertà. Fabio e Luigi non si sono più visti da quando l'uomo ha abbandonato il figlio, che all'epoca aveva solo 6 anni, ed è completamente ignaro del profondo legame che lo unisce a Fabio. Il giovane decide di aiutare il padre, ma quando scopre che spaccia droga all'interno dell'istituto penale si scontra con lui e gli rivela la sua identità.


Il film si gioca tutto sulla ricostruzione difficilissima di questo rapporto tra padre e figlio, che iniziano, loro malgrado, un serrato confronto tra loro e tra essi e la realtà, che li porterà a confidarsi le reciproche sofferenze vissute negli anni di lontananza. Angelini è molto sicuro nell’orchestrare il racconto sulla riga di questa reciproca scoperta: prima all’interno del carcere, poi fuori, nella città invisibile di oggi, padre e figlio compiono un sorta di via crucis, un cammino a tappe che tende a smascherare i ruoli che i due personaggi vestono in partenza. All’inizio del film è un Fabio rabbioso assetato di giustizia a scontrarsi con un padre bastardo, che fa di tutto per rinnegare la sua famiglia, e usa i mezzi più biechi per autoassolversi dal suo passato.

Con lo scorrere impetuoso del film però le maschere tendono a sgretolarsi: emergono finalmente i ricordi, la verità di una vita oscura, fatta di miserie economiche e morali, di rinunce, di cedimenti, di sconfitte. Un destino ineluttabile sembra ridisegnarsi nell’orizzonte di un presente soffocante, mai teso verso una vera conciliazione, e perciò sempre stringente, precario, ossessivamente instabile. Fabio infatti vede la sua vita "normale" stravolgersi continuamente: la sorella (Michela Cescon) che vuole vivere felicemente senza mettere più in gioco la sua serena quotidianità e la sua storia personale, una fidanzata che crede nella tranquillità di una vita opulenta all’ombra del padre ricco e premuroso. Ma Fabio vive ogni giorno dentro la cella di mille storie feroci, gettato nel limbo di un’umanità violenta (e violentata) che entra ed esce dall’inferno nell’indifferenza di un mondo che scorre senza di essa. Ecco perché né Fabio né Luigi possono accettarla questa "normalità": perché non l’hanno mai conosciuta. E non si può vivere con ciò che si è solo immaginato. Magari solo dietro le sbarre.


Due uomini, due diverse generazioni, un destino in comune. E in questo L’aria salata sembra accostarsi a una folta schiera di film italiani usciti negli ultimi anni, che rappresentano la perdita e il lento ritrovarsi di padri e figli: dalla trilogia morettiana (Caro diario, Aprile e La stanza del figlio) a Le chiavi di casa e a Pater familias, da la bestia nel cuore ad Anche libero va bene, in cui sempre più necessaria si fa la volontà di una scoperta mai scontata, di una riformulazione della famiglia nonostante l’assenza o la marginalità della figura materna. Sembra che certo cinema italiano d’autore oggi rifletta una crisi d’identità della famiglia stessa e ritorni a cercarla nella dolorosa distanza di un padre dimenticato, scomparso o misterioso, ma comunque essenziale per definire il proprio orizzonte di verità irrinunciabili.

E non è un caso che L’aria salata si avvicini a quelli sopra citati anche per essere un film "d’attori", in cui cioè la messinscena e la regia sono largamente influenzate dall’esigenza di rendere al meglio le possibilità espressive degli interpreti. Nell’Aria salata si sprecano le riprese con macchina a mano, soprattutto nei tantissimi primi piani sui volti dei due protagonisti, un Pasotti finalmente libero dal "pasottismo" imperante delle sue prove precedenti, e un intenso, indimenticabile Colangeli, attore che colpevolmente e frettolosamente il cinema ha messo da parte, ma che il teatro e la tv hanno saputo finora sfruttare al meglio.


 

 A parte dunque certe concessioni stilistiche come l’eccessivo (e a tratti ingenuo) uso della macchina a mano e il finale forse troppo melodrammatico, L’aria salata resta un film prezioso, nel suo piccolo importante, perché rende giustizia delle forze fresche che ci sono nel nostro cinema, bisognose di enorme perfezionamento ma capaci comunque di lanciare una scommessa: riuscire a guardare con fiducia al futuro, finalmente liberi dall’ingombrante ombra dei "padri".





L'aria salata
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