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Corpi

di Marco Luceri
  L'amico di famiglia
Data di pubblicazione su web 16/11/2006  

Diciamolo francamente. Non era facile ripartire da Le conseguenze dell'amore, film rivelazione del 2004, in cui Paolo Sorrentino aveva costruito, dietro la maschera ipertrofica di Titta Di Girolamo (un indimenticabile Toni Servillo), una perfetta macchina a orologeria, tra Dürrenmatt, Tarantino e Bu˝uel. In salsa svizzera. Senza dimenticare lo splendido esordio de L’uomo in più, naturalmente.

Al terzo film il giovane regista napoletano ha avuto, come sempre succede in questi casi, il peso della responsabilità, il fiato sul collo, la speranza di non deludere. Ma tutto sommato ne è uscito vincente, anche se con qualche graffio. E anche se a Cannes, dove era in concorso, L’amico di famiglia è passato in sordina, e quasi scomparso nel nulla, dopo tanto chiacchierare.


Il nuovo film parla di un mostro. Anzi, di un’intera provincia di mostri. Il brutto, sfatto e repellente usuraio Geremia (il bravissimo Giacomo Rizzo), avaro topo di fogna che vive in uno squallido appartamento con una madre malata, è l’amico di famiglia. Quello che fa del bene. Salva la gente dai propri disastri economici, dalle angherie e dalle ristrettezze della vita quotidiana. Uno, insomma, che riaccende i sogni. Un sarto che mangia gianduiotti senza offrirne mai uno, che gira con una busta di plastica raccogliendo monete e rubando nei supermercati. Un uomo che non ha "mai toccato il paradiso" di un caldo corpo di donna. E’ a lui che si rivolgono tutti, perché in cuor suo lui è convinto "di avere un cuore d’oro". Peccato che questo oro sia luccicante tanto da abbagliare chi non lo può possedere. E’ la sempiterna legge del denaro, che riaccende le speranza e uccide.

Un povero padre che deve sposare una figlia troppo bella, ma anche troppo spregiudicata (la bellissima Laura Chiatti), un bastardo che vuole comprare dei titoli nobiliari, una vecchia malata che gioca la sua vita alla roulette del bingo. La vita appesa a un numero, o a un colore. Il rosso o il nero. E poi un giovane imprenditore che vuole costruire migliaia di bagni e un vecchio cowboy (un Fabrizio Bentivoglio dal curioso accento veneto) dal passato oscuro che sogna di andare in Tennessee, perché "è lontano". Ma l’uomo da un milione di dollari resta sempre lui, Geremia, che si aggira tra le spettrali strade di una Latina metafisica, piacentiniana, alienante palcoscenico per figure oscure e miserevoli, tra concorsi come "Miss Agro Pontino", improbabili locali di country music e rigurgiti del ventennio.


In questo scenario in cui interni e esterni si confondono, si compenetrano grazie alla fotografia del superlativo (ancora una volta) Luca Bigazzi, sono i corpi che si disfano i veri protagonisti del film. Fisici incancreniti, cadaveri ambulanti, in cui la pesantezza del fisico diventa metafora esterna di una morte interiore. Senza più gioia, senza un barlume di dignità, tutti i personaggi vivono la putrefazione della loro carne, trasformandosi, appunto, in mostri, imperscrutabili figure di una degenerazione collettiva, di una miseria morale che diventa il cancro di una città, di una provincia, di un tempo che sembra immobile e stanco. Geremia è in realtà il volto di tutti loro, il corpo di un’intera comunità e in questo si avvicina alle tante figure di corpi anomali o pesantemente segnati che popolano il nostro cinema di oggi (una tendenza iniziata con Ciprì e Maresco, proseguita con la Torre, fino ai "mostri" de L'imbalsamatore, di Primo amore, di Arrivederci amore ciao, de La sconosciuta): egli lo sa benissimo, e lo ribadisce in quella che è forse la scena memorabile del film. Chiuso dentro l’oscura e sudicia stanza della sua casa egli guarda una vecchia e grassa prostituta da quattro soldi costretta a mimare con la sua flaccida pesantezza il gioco della pallavolo, quello che Geremia guarda ogni giorno dalla sua finestra, quello fatto da tante giovani e belle ragazze che a lui non apparterranno mai. Due mondi che vivono la distanza di una rampa di scale, una distanza profonda come un abisso.

Non c’è posto nel film di Sorrentino per l’innocenza e la gioventù ("io non sono né vergine, né bambina" dice la giovane promessa sposa al padre seduto su un cesso), se non come fantasma che condanna alla legge del desiderio più sfrenato e incontrollabile. Ma anche i desideri si comprano. Come il corpo di Rossana, che imputridendo dentro conserva fuori la dolce bellezza di una condanna inaspettata. Il topo di fogna trova la sua preda, ma la sua preda, beffardamente, prepara il castigo. "Il mio ultimo pensiero sarà per te" recita la nenia funebre per i condannati. Ma stavolta sembra alla rovescia.


Sorrentino ci regala dunque un ritratto spietato della provincia italiana annus domini 2006. E c’è poco da stare allegri, se non fosse per quello stile a suo modo inconfondibile, quella sua maniera divertente di usare tutti i trucchi del mestiere: le sue inquadrature ricercate e pittoriche, i suoi virtuosi movimenti di macchina verticali, le sue battute taglienti e definitive, la sua musica incalzante, dalla techno alle malinconie del blues e del country, i suoi luoghi perennemente fuori posto, i suoi toni surreali e grotteschi, le sue scenografie decadenti, i suoi personaggi giganteschi. Attrazioni insomma, maniera allo stato puro. Ma resta il tratto essenziale, che è poi quello che conta veramente, di una regia a suo modo unica e originale nel panorama del cinema italiano di oggi. Uno stile che è un’aperta dichiarazione d’intenti, una staffilata crudele al falso costume di un’ Italia triste e ripiegata su se stessa.

E la scena che chiude il film, in cui Geremia parla ad un padre dimenticato come se parlasse a se stesso è la traccia più evidente di questo smarrimento. "Noi siamo stati dalla parte dei cattivi perché dall’altra parte non c’era posto" sibila il vecchio usuraio immergendo la testa nell’acqua di una fontana. E’ il nuovo battesimo. Quello che non redime. Quello che non lava proprio niente. Quello di chi le colpe, in fondo, non le vuole rinnegare. Perché ci vorrebbe troppo coraggio. E’ per questo che "Non bisogna mai scambiare l’insolito con l’impossibile".











L'amico di famiglia
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Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino


 

 

 




 

 
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