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L'urto violento dell'amore

di Gabriella Gori
  una scena dello spettacolo
Data di pubblicazione su web 29/06/2006  
Riuscire a riappropriarsi di autentici capolavori ha sempre affascinato e indotto gli artisti ad apporre la loro firma a fedeli riletture filologiche o totali rivisitazioni, che ribaltano la struttura originaria dell'archetipo di riferimento. Alla base di simili procedimenti c'è la classica aemulatio, ovvero quel processo di oppositio in imitando che se da un lato conferma l'inesauribile capacità delle pièces d'autore di stimolare all'infinito la creatività, dall'altro è la riprova dell'urgenza di mettere alla prova il proprio talento con chi, all'insegna di Orazio, ha saputo erigere un "monumentum aere perennius" (un monumento più duraturo del bronzo). Questa esigenza è diventata sempre più impellente in periodi storici in cui, come diceva Montale, "le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità" e il tempo, scorrendo velocemente, rende datate anche le opere più recenti. Il premio Nobel sosteneva che nella cosiddetta civiltà del benessere e del consumo "il bisogno che l'artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell'attuale, dell'immediato", e questo hic et nunc è in fondo la caratteristica dell'"arte nuova del nostro tempo", che lancia "una sorta di messaggio psichico allo spettatore, o ascoltatore o lettore che sia". E un simile "paesaggio di esibizionismo isterico" fa da sfondo anche all'ansia creativa che attanaglia i coreografi odierni, impegnati a partorire senza sosta nuove idee e a produrre in continuazione nuovi spettacoli.

Mauro Bigonzetti non fa eccezione ma, per fortuna, con Romeo and Juliet, il balletto a serata andato in scena in prima assoluta al Teatro Valli di Reggio Emilia per il RED, il Reggio Emilia Danza Festival, riesce a sottrarsi a questa sconsolante immagine montaliana. Assurto ai fasti internazionali con Vespro, un lavoro commissionato dal New York City Ballet nel 2002, e con In Vento, una nuova creazione per la compagine americana che ha debuttato a maggio 2006 al Lincoln Center di New York, il coreografo romano è figlio del nostro tempo e nella sua rivisitazione dell'immortale tragedia shakespeariana palesa l'aemulatio e il "bisogno spasmodico" montaliano di "farsi ascoltare". Di lanciare un messaggio a cui Mauro affida il compito di essere portavoce della sua riflessione, che si basa su "una lettura in diagonale" della "triste storia" degli amanti di Verona e in cui quello che conta sono la "passione", lo "scontro", il "destino", l'"amore", la "morte". Cinque elementi da lui individuati come costitutivi di questo mito. E proprio sullo scontro violento e inaspettato delle passioni, rese visivamente dall'agone fisico dei danzatori dell'Aterballetto, si concentra questa rilettura di Romeo e Giulietta, che ha preservato la partitura di Prokov'ev, anche se ridotta, e sviluppa la condizione affettiva amorosa in sé e non inserita in un contesto drammaturgico.

Detto questo e sgombrato il campo da qualsiasi idea precostituita che miri a trovare nell'ultima fatica di Bigonzetti espliciti richiami alla pièce elisabettiana, perché in realtà non ce ne sono, si può iniziare a considerare il lavoro di Mauro per quello che realmente è. Un balletto che, a modo suo, si colloca nel novero delle numerose versioni coreografiche del capolavoro shakespeariano e della celebre partitura di Prokov'ev, ed ha una sua ragion d'essere se inserito nell'iter professionale del dancemaker romano. Bigonzetti, per sfuggire al pericolo di quella che lui chiama la "scontatezza", si muove con libertà compositiva e parte a ritroso, ovvero dalla morte dei due amanti per finire con il loro incontro, rovesciandone il senso e distinguendosi da un altro Romeo e Giulietta ideato per l'Aterballetto da Amedeo Amodio nel 1986 su musica di Berlioz.

Mauro in questa sua avventura pseudoshakespearina ha avuto dalla sua Fabrizio Plessi, il videoartista reggiano, che ha firmato scene e costumi e con il quale Mauro ha realizzato nel 2000 Sogno di una notte di mezza estate. Ha potuto contare sull'illuminotecnica dell'esperto e fedele collaboratore Carlo Cerri, sulla consulenza musicale di Bruno Moretti e sulla disponibilità della Dainese, azienda leader nella realizzazione dell'abbigliamento tipico degli odierni centauri. E proprio i costumi hight tech e l'allestimento tecnologico costituiscono la cifra di questa 'riflessione danzata' sui sentimenti che legano uomini e donne e sulla presa di coscienza che come dice Plessi se è vero che "abbiamo degli airbags per proteggere il nostro corpo dagli urti violenti" siamo completamente disarmati di fronte all'assalto "dei sentimenti, delle emozioni" e soprattutto "dall'urto violento dell'amore". Quello stesso amore che ha travolto Romeo e Giulietta, due  adolescenti schiantatisi a velocità folle "contro il muro dell'amore senza alcuna protezione". E in Romeo and Juliet i caschi, le tute di fibre di carbonio, le ginocchiere, i parastinchi, sono indossati dai danzatori a simbolica riprova dell'inutilità di qualsiasi protezione di fronte alla "furia amoris", rappresentata da elementi naturali come la forza travolgente dell'acqua, resa visibile nella magnetica scena finale con un grandioso effetto luci, dal fuoco incandescente, raffigurato da video-proiezioni rossastre, dal vento rappresentato dalla sequenza del ventilatore, ma anche dalla velocità di certi passaggi coreografici. Velocità, vento, fuoco, acqua, insieme a "Passione, Scontro, Destino, Amore, Morte", sono le chiavi di lettura di questa mise ne danse in cui l'unica concessione al dramma shakespeariano è il Prologo con un ballerino che, abbigliato da motociclista e con un piede imprigionato dentro un casco, preannuncia simbolicamente l'impossibilità di trovare difese agli urti della passione.

Il balletto 'bigonzettiano' procede per quadri e il primo, di notevole impatto visivo, si apre sulle note finali della partitura di Prokof'ev e vede sei metalliche brande inclinate, disposte una accanto all'altra come negli obitori, su cui sono sdraiati uomini e donne, in posizione alternata. Da lì si formano tre coppie che, in un continuo aggrovigliarsi di braccia e gambe e di contorsioni di corpi, preludono a un lavoro incentrato su una grande fisicità e una potente energia. La coppia, sia singola che moltiplicata, diventa il perno della creazione che ha dei momenti notevoli nella scena del ventilatore, in cui un danzatore e una danzatrice si muovono all'interno di una enorme macchina compiendo, specie la donna, delle incredibili acrobazie a testa all'ingiù, o nel finale con le sagome di due interpreti in cima a due montagne quadrate e separate da un virtuale fiume d'acqua.  Decisamente d'effetto, anche se a tratti ripetitivi, sono gli insiemi sulla musica della famosa "scena del balcone" o quelli del celebre "ballo del cuscino", in una continua contrapposizione tra sequenze  collettive improntate all'aggressività maschia e vigorosa fatta di prese, lifts, launchs, corse, salti, ed altre caratterizzati dal lirismo e dalla sensualità di intensi passi a due, in cui campeggia l'inconfondibile gioco di braccia e gambe 'bigonzettiano'.   

Senza dubbio il direttore dell'Aterballetto è un maestro nel plasmare i corpi dei suoi danzatori che, con encomiabile abnegazione, rispondono alle aspettative del  loro 'capitano' e costituiscono il fulcro di questo Romeo and Juliet. Uno spettacolo che ha il suo tallone di Achille nell'eccessiva ed esasperata contorsione dei corpi, ma il suo fiore all'occhiello nella levatura del linguaggio contemporaneo e nella notevole maestria con cui Mauro padroneggia le leggi della scena coreutica. 


 





Romeo and Juliet
cast cast & credits
 


Romeo and Juliet
Romeo and Juliet

 


 

Romeo and Juliet
Romeo and Juliet

 

 



Romeo and Juliet
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Romeo and Juliet
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