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L'ora dell'incertezza

di Sandro Bernardi
  L'ora di religione: Sergio Castellitto e Piera Degli Esposti
Data di pubblicazione su web 01/01/2001  
Ernesto Picciafuoco (i nomi dei protagonisti bellocchiani sono spesso metaforici, dall'arrogante Transeunti di Nel nome del Padre, al violento capitano Asciutto di Marcia trionfale, all'evanescente Giovanni Pallidissimi di Gli occhi, la bocca) è un non più giovane pittore, un "pittore famoso che nessuno conosce" come dice uno strano editore suo amico, ubriaco, durante una festa.

È un ateo, che crede nella sincerità delle intenzioni e nella coerenza del comportamento, che vive solitario, separato dalla moglie, una donna introvabile per la sua straordinaria banalità. È di antica famiglia, ma si tratta di una famiglia un po' scardinata, simile a quella de I pugni in tasca, di cui questo film potrebbe essere una prosecuzione fantastica dopo un salto di quasi quarant'anni; una famiglia in cui uno dei figli, Egidio, folle di rabbia e ora chiuso in una clinica, ha ucciso la madre che gli proibiva di bestemmiare. Una sera, mentre si accinge a passare dall'ex moglie per dare la buonanotte al figlioletto, Ernesto viene convocato in Vaticano per un colloquio e apprende dall'usciere che è in corso un processo di beatificazione della madre.

Una scena del film
Una scena del film

Stupefatto, confuso, scopre che tutta la famiglia ne è al corrente, anzi è stata la famiglia stessa, fratelli e zie, a promuovere questo tentativo, per rilanciare la fama completamente sbiadita del loro nome, forse un tempo più famoso. Il tutto con la complicità di una diabolica zia, cinica, maligna e ignorante, una specie di incarnazione del diavolo, ma un diavolo privo della sua tradizionale sottigliezza ("Non sei nessuno, non sei mai comparso neppure in televisione"), magnifica interpretazione di Piera Degli Esposti. La figura della madre beatificanda sventola al vento disegnata su un immenso lenzuolo bianco davanti alla finestra. In una sala un fotografo e una ragazza provano le pose per i santini, in cui la giovane donna viene trafitta con un grosso pugnale dal figlio e sorride estatica ("Sorridi… da santa") sotto i colpi di un figlio maldestro, mentre l'arma le penetra in seno, fra sbavature di sangue finto.

Durante una festa, in una sequenza che sta fra il mitico e l'onirico, Ernesto incontra un arcaico gentiluomo fuori dal suo tempo, che predica un ritorno a una monarchia assoluta, laica, ostile alla Chiesa ("Non mi fido neppure dei mazziniani"). L'uomo, scorgendo sul volto di Ernesto una specie di vago sorriso, lo sfida a duello. Gli ascoltatori che erano disposti in fila in modo esoterico, se ne vanno deprecando il gesto di Ernesto, e fra questi lo stesso Bellocchio interviene sinistramente di spalle a biasimarlo: "Ha fatto male a fare lo spiritoso… a provocare il conte Bulla" (altro nome metaforico, anzi quasi onomatopeico, che sembra alludere a grandezze o a ironie beffarde, incomprensibili). Dopo che il conte se ne è andato irritato, tutti scappano improvvisamente da quella casa, afferrando i cappotti, come topi da una barca che affonda, ed Ernesto, ma soprattutto lo spettatore, prova il panico, il senso di colpa e di solitudine di chi ha offeso l'ombra irosa del padre.

Ma le avventure di Ernesto in questo mondo che è tanto più fantasmatico quanto più è reale e quotidiano, anzi è tanto più strano o oscuro quanto è semplice e comune, queste sue avventure nel regno dell'insignificante non finiscono qui. Andato a scuola per un colloquio con l'insegnante di religione del figlio, incontra un'altra apparizione diabolica nella sua semplicità: è una bella ragazza, che subito lo guarda con l'occhio disponibile della preda già conquistata e sedotta. Lei gli recita una poesia russa e gli chiede un appuntamento per fargli vedere i suoi quadri; ma entrambi pensano subito ad altro. L'incontro viene interrotto dall'ottuso angelo-guida vaticano che viene a prelevare Ernesto per condurlo in Vaticano. Dopo un breve sonno metaforico, che ricorda il sonno di Dante all'arrivo nella città di Dite (una soglia simbolica, Inferno, Canto VIII), Ernesto viene introdotto dal cardinale, che lo riceve in mezzo a una mensa di poveri ("Sediamoci qui fra i nostri fratelli, poveri fra i poveri", gli dice il prelato, con un'aria che è tanto banalmente devota quanto oscuramente sinistra). Ernesto, ritornato a casa, trova i disegni della giovane ma li sfoglia disattento.

Altre cose accadono nel suo percorso, un viaggio iniziatico che non conduce però a nessun sapere. Ernesto incontrerà altre apparizioni sinistre nella loro banalità ortodossa e istituzionale, come il miracolato dal nome dantesco di Filippo Argenti (Inferno, sempre Canto VIII) o il fratello in preda allo sconforto di ex-brigatista pentito che non ha più ragioni di esistenza, o un architetto impazzito per non aver avuto il coraggio di fare saltare l'orrendo monumento al milite ignoto, e ancora le zie, autentico patrimonio della famiglia Bellocchio. In un momento di assopimento sognerà che una figura di nota marca freudiana, Gradiva, di cui ha in casa una grande riproduzione in scala uno a uno, cammina sopra le rovine del monumento incriminato, che diventa il simbolo della bruttezza e di tutto il grottesco che è nel mondo. Le immagini di Gradiva, che compaiono su un computer che sembra visualizzare i sogni di Ernesto, si mescolano con il passo delicato della giovane seduttrice, altrettanto misteriosa, che ricompare dentro casa e si lascia rincorrere solo quel tanto che basta, per dargli il piacere di afferrarla. Dopo una notte d'amore con la sconosciuta, che ha lo sguardo e il passo della donna scolpita, Ernesto andrà a portare suo figlio a scuola, mentre tutto il resto della famiglia, brigatista compreso, si reca in visita dal Santo Padre. Ma la luce del mattino non ha dissipato nessun fantasma.

Girata tutto in una penombra equivoca - che è sempre stata la più felice delle luci bellocchiane, la luce dei fantasmi, come sono in effetti tutti questi personaggi, che stanno fra lo stereotipo e il tremendo, anzi sono tremendi proprio in quanto stereotipi - questa storia è come un viaggio agl'inferi della normalità istituzionale, una poco divina commedia del quotidiano, che si svolge in due sole notti, ma due notti mitiche, eterne, quasi senza fine e senza inizio, e ha momenti veramente inquietanti, in cui l'orrore sta nel banale e il banale nell'orrore. Non c'è niente che possa apparire strano eppure tutto è strano, niente sembra innaturale eppure tutto è innaturale; non c'è nessuna apparizione eppure tutto sembra appartenere a questo regime delle ombre che si allungano come i suoni desueti della canzone armena che Ernesto sente alla festa. Così, quando all'alba il duello con il fantasma paterno viene interrotto, perché il conte, ferocemente irritato, si accorge che Ernesto non sa neppure usare il fioretto, ci viene da pensare che la creatura più strana sia proprio lui, Ernesto, apparentemente così serio e morale, ma poi così banale nella sua protesta moralista, nei suoi amori, nel suo rapporto idilliaco con il figlio. Forse, Ernesto è caduto nella tentazione volontariamente.

I santi non esistono, neppure quelli laici e la seduttrice diabolica, Gradiva o Diana Sereni, ha vinto la sua misteriosa partita. Il diavolo è ben presente alla luce del giorno ed è migliore dei preti. Questa la morale del film, forse un po' troppo dimostrativo nei dialoghi, ma carico nelle immagini di una tensione innaturale e di una luce oscura.



L'ora di religione
cast cast & credits
 






 


 

Sergio Castellitto
Sergio Castellitto

 

 
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