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Agenti dell’FBI

di Roberto Fedi
  Line of Fire
Data di pubblicazione su web 01/07/2005  
Ci fu un tempo, quando anche il cinema era più ingenuo, in cui nei doppiaggi FBI veniva pronunciato letteralmente come si scriveva: ‘effe-bi-i’. La cosa a ripensarci adesso fa sorridere. Ma i traduttori erano probabilmente intimoriti da quello che era accaduto al dentifricio Colgate: che, introdotto in Italia nel primo dopoguerra e pronunziato nella pubblicità radiofonica, correttamente, ‘Colghéit’, era risultato un fiasco. Qualcuno, con un colpo di genio, decise allora di cambiare la pronunzia, passando a quella italianizzante e leggendo esattamente come si scriveva. Un successo che dura tuttora: e sempre con la pronuncia all’italiana.

Al contrario del dentifricio, l’FBI divenne prestissimo e naturalmente ‘ef-bi-ai’ (che sarebbe poi l’acronimo di Federal Bureau of Investigation). La CIA invece, tanto per restare in tema di investigazioni, è rimasta così, e mai si è pronunziata da noi ‘si-ai-ei’ come si dovrebbe (Central Intelligence Agency). Chissà perché. Nella corretta pronunzia dell’FBI sicuramente influirono i film di tipo gangsteristico, un vero genere nel genere del ‘giallo’. Di solito belli, plumbei, inquietanti. Come questa serie Tv, che da qualche settimana si può vedere su La7, la domenica sera (Line of fire).

La serie non è nuovissima (è partita alla fine del 2003 in America, ABC), ma è superba. Un gruppo di agenti FBI a Richmond, Virginia, cerca di sgominare una banda di gangster capitanata dal perfido Malloy. Lo dirige una donna, Lisa, dura e totalmente dedita al lavoro: e in realtà sola, fragile, che consuma le sue sere libere in qualche bar alla ricerca di un bicchiere e di qualcuno. Ne fanno parte una giovane recluta, Paige, e altri agenti giovani: una donna con un marito e due figli, due neri. Hanno problemi quotidiani, come tutti, ma cercano di andare avanti in una città difficile, senza pietà per nessuno. C’è poi un infiltrato, Roy, che rischia la vita quotidianamente accanto a Malloy, di cui lentamente acquista la fiducia. Dall’altra parte, Malloy uccide e fa uccidere, con esplosioni di violenza inusitate in un telefilm, e rappresenta la città sommersa, al di sotto e al di là della legge, in cui possono agire poliziotti corrotti e killers senza alcun senso di umanità.

Ogni puntata, come sempre, è in realtà un film a sé stante, anche se in serie con i precedenti. Ed è straordinario: teso, benissimo girato, splendidamente interpretato. L’atmosfera è spesso notturna, e gli interpreti sono sempre soli: questa, che è la caratteristica geniale del film, è la sua cifra stilistica più assoluta. Nessuno degli agenti è mai sicuro della solidarietà degli altri, anche se i legami sono forti; tutti sono, alla fine, delle monadi alla ricerca di un affetto (l’agente donna con i figli a scuola a cui non sa dare un’educazione ‘normale’ e un marito che non la capisce è perfetta in questo senso), di un contatto, di un amico. Eccezionali le scene, che si ripetono sempre, degli incontri segreti dell’infiltrato con la donna che dirige l’operazione: entrambi soli, braccati, disperati, senza la certezza di arrivare al domani. Ma anche Malloy, il boss della malavita, è visto sempre come un lupo solitario: cupo nella sua crudeltà (l’attore, David Paymer, è strepitoso), socialmente inferiore, senza confidenti, con una moglie che ne ha paura, e un possibile amico, Roy, che è in realtà il suo peggior nemico, l’infiltrato.

Inutile e maramaldesco fare confronti con i nostri serials. Quindi non li facciamo. Limitiamoci a dimenticarli, e la domenica, dateci retta, girate su La7, e guardate o registrate Line of fire. Vi farà bene.

 
Line of Fire

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