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Von Trier fra purezza e comunicazione

di Sandro Bernardi
  Dancer in the dark
Data di pubblicazione su web 01/01/2001  
Con questo film von Trier elabora una formazione di compromesso fra due istanze chiaramente inconciliabili, ma entrambe necessarie: la purezza e la comunicazione.

Da una parte ci sono le norme che si era dato insieme con i suoi colleghi del gruppo Dogma 95 (il cosiddetto voto di castità), dall'altra la tradizione del cinema narrativo classico con i suoi generi, e comunque la necessità di fare cinema, di comunicare, di sporcarsi le mani, di mescolare i propri codici con quelli degli altri. Per questo raffronto sceglie una forma classica se alcuna mai: il musical di stampo hollywoodiano e sceglie di giustapporre i due tipi di cinema. Anzi spesso sono proprio le formazioni di compromesso a costituire i fenomeni piť significativi e rivelatori.

L' "io" stesso, secondo Freud, è una formazione di compromesso fra le diverse istanze che compongono la psiche, un compromesso in cui i conflitti sono elaborati e temperati gli uni con gli altri, l'esigenza di essere sè stessi e quella di convivere, per esempio. Così, Dancer in the dark potrebbe essere considerato un'interessante formazione di compromesso fra il Super io del Dogma 95 (con il mito della purezza assoluta del film e del cineasta) e il principio di realtà, la necessità di continuare a esistere nel contesto sociale e culturale, che non è mai disposto ad accettare scelte egocentriche e assolutiste, ma che richiede a ciascuno di temperare il suo senso di onnipotenza e di purezza con il riconoscimento e l'accettazione dei codici di lettura e di comunicazione degli altri.

In Dancer in the dark questo conflitto insolubile rimane insoluto, convivono due o forse anche piť film: il cinema in presa diretta anzi direttissima sull'evento, a rischio di essere sciatto e sporco come quello proposto da Dogma e il limpidissimo, levigatissimo musical americano classico alla Busby Berkeley citato anche in una proiezione cinematografica di un brano delle Ziegfeld follies of '35.

Il film è questo compromesso impossibile e necessario fra due istanze: occorre guardare in faccia le cose, certo, ma occorre anche non guardarle, per poter vivere. L'amore si trova nel punto d'incontro fra il reale e l'immaginario, ma questo punto è sfuggente. Dancer in the dark è volta a volta patetico o antipatetico, melodrammatico o brechtiano, coinvolgente o distaccato.

La coesistenza di modelli contrastanti sottolinea il rapporto profondo, disperato e insolubile, fra vita e immaginazione, che fa del film un'opera crudele e gioiosa al tempo stesso. L'uso costante del cinemascope, con la macchina a mano nelle scene realistiche, è già una contraddizione. Costruito per le grandi rappresentazione spettacolari, lo Scope contrasta con la visione instabile, traballante e con i movimenti troppo veloci della camera digitale che è portata in spalla dallo stesso von Trier. Questi movimenti troppo veloci impediscono all'inquadratura di stabilizzarsi, di comporsi in immagini ferme, disturbano lo spettatore fino a un certo senso di nausea che contrasta con le scene musicali in cui la cinepresa si stabilizza e compie lunghi carrelli spettacolari, come nei vecchi musicals del cinema classico.

Nei temi troviamo altri conflitti. Il motivo della ragazza cieca e della violenza sessuale viene dalla letteratura d'appendice, dal melodramma ottocentesco, ma la problematica attualissima sulla pena di morte riporta tutto ai nostri giorni. Questo doppio regime produce un contrasto di letture: possiamo vedere solo il melodramma e commuoverci e piangere; possiamo per contro rimanere indignati dall'arretratezza del tema e dei personaggi se siamo interessati a una problematica sociale piť moderna, piť attuale.

Possiamo anche rimanere disgustati dalla sciattezza delle scene dal vero o viceversa estasiati dall'eleganza delle scene immaginarie. Possiamo anche fare tutte queste cose insieme. La povertà non contrasta con la ricchezza, il bello non contrasta con il brutto in quest'opera di paradossi. Non si tratta di rivendicare pari diritti, pari opportunità o di descrivere con la consueta deplorazione le condizioni di vita degl'immigrati degli anni Sessanta, i pregiudizi sociali e le altre iniquità, che sarebbe facile impresa, condiscendente alle aspettative di molti spettatori. Si tratta di mostrare che il contrasto fra finzione e realtà, fra gioia e disperazione, fra violenza e delicatezza, è non solo insopprimibile, ma anche necessario, e che nel fondo del sacrificio e della privazione si può nascondere un'insopportabile gioia, come dice Bataille. E anche i giudizi si rovesciano. é ben vero che questo film è una svendita rispetto agl'ideali dell'inizio, una resa all'industria, una commercializzazione.

Ma se la purezza del cinema rivendicata qualche anno fa dal gruppo Dogma 95 poteva essere considerata come un atto di presunzione e superbia, questo compromesso con la tradizione potrebbe essere letto come un atto di umiltà.

Dancer in the dark
cast cast & credits
 



Peter Stormare and David Morse
Peter Stormare and David Morse


 


 

Una scena del film
Una scena del film

 

 
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