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Il volto insanguinato del bene

di Cristina Jandelli
  Frailty - Nessuno è al sicuro
Data di pubblicazione su web 01/01/2001  
Non si può condividere del tutto l'entusiasmo espresso da più parti nei confronti di un horror-thriller dalla regia piatta, dall'impaginazione visiva misera, dal ritmo piatto e faticoso, da una sceneggiatura per tre quarti inconcludente e prevedibilmente in linea con i canoni dettati dal nuovo sottogenere del thriller trascendentale lanciato da film come Il sesto senso e Unbreakable dell'indoamericano Night Shyamalan e seguito da una miriade di emuli. Ma è vero che come opera prima Frialty va considerata decisamente sopra la media, che l'inquietudine di cui nutre gli spettatori non è ottenuta con mezzi spiccioli, che l'interpretazione dell'attore e neoregista Bill Paxton (non sempre appezzabile, prima d'ora), di Matthew McConaughey (invece sempre bravo o bravissimo) e di Powers Boothe (un volto asimmetrico e pietrificato perfettamente intonato al genere) sono eccellenti: misurate, dolenti, mai sopra le righe, cesellate di fino.

La questione va reimpostata nei termini in cui la metteva Hitchcock per il film di suspence: non si perdona nulla a un'opera che parte bene e finisce male, mentre i buoni finali riscattano molte partenze mediocri. Cosi le premesse dell'intreccio che il finale di Frialty ribalta abilmente sono ormai diventate il requisito essenziale del nuovo sottogenere metafisico: qui si dimostra sapiente l'autore dello script Brent Hanley nello svelare con pochi tratti conclusivi la faccia pulita del Male e quella grondante sangue del Bene.

La prima inversione di rotta del plot è assolutamente prevedibile (Fenton Meiks dice tutta la verità all'agente dell'Fbi che caccia il misterioso serial killer denominato Mano di Dio, tranne quella concernente la sua vera identità) perchè McConaughey fa perfettamente aderire il suo carattere adulto a quello del più piccolo dei protagonisti del lungo flash-back, i fratellini vittime del padre serial killer, e non a colui che dice di essere; ma la seconda, che fa deflagrare in pochi minuti gli attributi convenzionali della giustizia divina, coglie di sorpresa e svela retrospettivamente altre finezze nell'interpretazione degli attori, il regista Bill Paxton in testa.

Anche la strana arrendevolezza devota, l'angelica serenità rassegnata di McConaughey si rivela in tutte le sue recondite implicazioni. La questione, è anche d'altro tipo e riguarda la drammaturgia d'attore. Frailty è firmato da un regista convenzionale: sceglie le ambientazioni più tipiche del genere - il capanno del serial killer con le luci a lama che filtrano dall'esterno, un giardino di rose profanato fra le brume notturne - e inquadra malamente armi giù in sù viete (il manubrio d'acciaio, i guanti di pelle, la scure) ma si dimostra millimetrico nella sapienza con cui fa dimenticare proprio questi particolari ovvi della messinscena - cucina disadorna compresa - per concentrarsi sui personaggi e sulla recitazione degli attori: svuota di senso lo sfondo per fare emergere nella sua nudità la figura che abita il primo piano.

Sull'angoscia trasmessa dal destino dei due fratellini, sulla dolentissima follia del padre, sulla sofferta necessità della confessione e sull'invincibile fastidio trasmesso dall'imperturbabile confessore  si gioca la partita del film, ed è li che va cercato il senso di questa regia d'attore. Nel panorama del cinema americano che ha ormai irrimediabilmente depauperato il racconto e frustrato ogni legittima aspirazione dello spettatore all'identificazione - resa impossibile da personaggi postmoderni privi di spessore, significato e orientamento narrativo -, un film come Frailty è di una certa rarità. Del resto sono solo gli attori - non i registi, non i producer, non i marketing designer - che hanno bisogno di personaggi veri per giustificare la propria esistenza.

 


Frailty - Nessuno è al sicuro
cast cast & credits
 

Bill Paxton in Frailty
Bill Paxton in Frailty



Sinossi
L'agente del FBI Wesley Doyle, a capo delle indagini relative al celebre omicida texano noto come Mano di Dio, è comprensibilmente diffidente di fronte ad un uomo che si presenta nel suo ufficio dichiarando di conoscere l'identità dell'inafferrabile serial killer. Il giovane dice di chiamarsi Fenton Meiks e sostiene che suo fratello Adam ha ucciso tutte le vittime per poi suicidarsi - ma è solo l'inizio di una lunga storia. Il passato ed il presente si ricongiungono mentre i due uomini si recano nel roseto dove è sepolto Adam e Meiks conclude il suo macabro racconto di fede e di castighi.


 
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