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I vestiti nuovi dell'Imperatore

di Siro Ferrone
  I vestiti nuovi dell'Imperatore
Data di pubblicazione su web 11/12/2001  
In virtù di un'ottima sceneggiatura (scritta da Kevin Molony e Simon Leys, sulla base del romanzo di quest'ultimo, The Death of Napoleon) e della straordinaria interpretazione di Ian Holm, affiancato da una bella e convincente Iben Hjejle nel ruolo di Pumpkin, questo film si impone come una delle novità più significative apparse tra vecchio e nuovo anno. La regia di Alan Thomas, più che dignitosa, è sostenuta da un'abile scenografia: suggestivi gli scorci di Malta (che qui sta per l'isola di Sant'Elena) e Torino (apprezzabile la ricostruzione di una Parigi primo-ottocentesca nelle piazze sabaude e nel Parco del Valentino). L'opera è il risultato di una cooperazione italo-anglo-tedesca, con la partecipazione di non poche maestranze italiane.



Il soggetto è curioso. Un plebeo sconosciuto avrebbe sostituito Napoleone a Sant'Elena, qualche tempo prima della sua morte, mentre il vero imperatore sarebbe rientrato in Francia in incognito per tentare, senza riuscirci, di riprendere il potere. Non creduto da nessuno, neanche dalla donna che si è innamorata di lui, deve accettare - dopo avere tentato di indossare di nuovo i vestiti e il ruolo imperiali, finendo per essere confuso con gli altri pazzi che si credono Napoleone - la sua "nuova" identità. Intanto l'altro Napoleone, rimasto a Sant'Elena, rifiuta di ammettere di essere un sosia e muore recitando la parte dell'imperatore dopo avere (forse) vissuto tutta la vita da disgraziato.

È la reinterpretazione moderna della vecchia storia dei gemelli, sosia o doppi, che (da Plauto a Molière a Goldoni a Kleist) ha fatto la fortuna di molta drammaturgia. Il grande attore - in questo caso oscillante fra la goffaggine dello pseudoNapoleone e la verità dell'inquieto Napoleone non-creduto - trova (come si suol dire) pane per i suoi denti e non delude. Il culmine della prova è nel momento in cui il protagonista, rimasto l'unico a credere in se stesso, arriva a dubitare della sua identità, in una sorta di smarrimento visivo. Finché non è costretto davvero a rinunciare al suo "io" imperiale vinto dalla forza delle cose, della Storia grande e della sua privata storia d'amore.

La vicenda è raccontata ora secondo il punto di vista del protagonista, un uomo forte volitivo e presuntuoso, ora secondo il punto di vista oggettivo di chi lo giudica un pazzo in una Francia che pare avere dimenticato completamente il suo capo e la sua storia. La narrazione che ne deriva guida lo spettatore in un percorso che, grazie alla recitazione e alla scenografia più che alla regia, oscilla tra soggettive indirette (guidate dalla mente di Napoleone), quadri oggettivi (la ricostruzione realistica) e controcampi soggettivi della protagonista femminile (guidati dal cuore e dall'amore quotidiano della bella Pumpkin). Gli esiti, spesso straniati, sono ora grotteschi ora umoristici ora onirici, ma sempre lontani dal minimalismo gentile e sfiatato che fa la fortuna mediocre del cinema europeo contemporaneo.

Si poteva sicuramente osare di più con una sceneggiatura così abile e con attori così efficaci; il testo italiano dei dialoghi, curato da Giuseppe Manfridi, cerca di tenere tesa la corda dell'ambiguità, ma non sempre ci riesce; qualche sbalzo di stile si avverte qua e là. Ma nell'insieme è una bella prova di maturità morale e estetica che ci viene offerta da questo viaggio dentro e intorno a un uomo che ha perso il potere, prima sugli altri, poi su se stesso, e in questo modo ritrova la felicità quotidiana rinunciando alla Storia. La metamorfosi di Napoleone appare come una malinconica e dolce meditazione sul nostro tempo.

I vestiti nuovi dell'Imperatore
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