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La novità della musica antica

di Giovanni Fornaro
  Mousikè
Data di pubblicazione su web 26/09/2003  
Rinato dopo alcuni anni di oblio forzato, dovuto agli ormai diffusi problemi finanziari degli enti pubblici coinvolti, il festival di musica antica Mousiké - l'arte delle muse, tenutosi a Bari e provincia dal 7 al 19 settembre 2003, costituisce un patrimonio culturale che è bene non vada disperso, come auspicano nel libretto di sala il musicologo Dinko Fabris, direttore artistico del festival, e Patrizia Gesuita, del Centro Studi Arti Spettacolo nel Mediterraneo che ne cura la realizzazione.

In effetti Mousiké presenta caratteristiche proprie che la distinguono dalla maggior parte delle manifestazioni consimili in quanto non si limita a riproporre i testi più noti della letteratura musicale pre-ottocentesca ma veicola l'attenzione sui rapporti tra la musica culta e la prassi esecutiva d'epoca che, con frequenza molto maggiore di quanto si creda, teneva conto della tradizione orale, di quella "popolare" o di strada. La ricerca del festival Mousiké, inoltre, non si limita alla musica ma presenta spettacoli in cui si integrano anche danza, poesia e, come vedremo, arti figurative, in ricostruzioni che non possono dirsi filologiche nel loro complesso ma che certamente si accostano molto all'atmosfera ed ai paesaggi visuali e sonori, assolutamente acustici, del passato.

Pino Di Vittorio e Marcello Vitale
Pino Di Vittorio e Marcello Vitale

L'inaugurazione del festival esemplifica questa riflessione antropologica che ne costituisce il sostrato concettuale con la presentazione del repertorio non colto di tarantelle interpretate alla voce da Pino Di Vittorio (cantante dell'ensemble La Cappella della Pietà dei Turchini) e alla chitarra battente dal bravo Marcello Vitale. Il richiamo immediato volge ad Athanasius Kircher, gesuita austriaco che nei suoi libri ci ha lasciato alcune tra le poche testimonianze di notazioni iatromusicali secentesche, ma qui sono state proposte anche tradizioni musicali diverse da quelle musicoterapeutiche come i canti del Gargano (Alla carpinese, la Tarantella di San Michele e La bonasera) o il salentino Canto dei carrettieri.

Fra gli altri spettacoli del festival ci sembra utile, nella prospettiva etnomusicologica indicata in precedenza, segnalare i più interessanti.

La Virtù temporale, eseguita dai musicisti Franco Pavan, Mauro Squillante e Luca Tarantino, è costituita da una serie di brani anonimi contenuti nell'omonimo manoscritto napoletano (ca. 1720), solo recentemente scoperto presso la Biblioteca del Conservatorio di Milano. Non tragga in inganno questo riferimento documentario: l'organico strumentale, costituito da tiorba, chitarra, chitarra spagnola, mandolone, calascione, tradisce il senso dell'operazione che è la riuscita proposizione di trascrizioni settecentesche le quali, con tutta probabilità, raccoglievano le suggestioni e le prassi performative delle musiche di tradizione orale del XVII e XVIII.

Voluptas Dolendi: i gesti del Caravaggio, già nel titolo pone l'attenzione sulla lettura cinesica e prossemica delle opere del pittore lombardo. Deda Cristina Colonna, in questo atto unico per danzatrice ed un'arpista, è coreografa, ballerina, cantante e voce recitante, marcando la sua presenza nello spazio scenico ora con movimenti coreutici, ora con eloquenti gesti pantomimici, intercalando recitati tratti da noti testi d'epoca, così dipanando un racconto multimediale sulla vita del pittore in quanto la musica, la danza, la recitazione teatrale pervengono alla pittura, o meglio alla sua rappresentazione iconografica, ricorrendo spesso ad una fissità, ad una stasi che consente una sorta di accentazione del ritmo narrativo. Negli istanti di questa effimera immobilità, alimentata da un sapiente studio delle luci, emergono i riferimenti alle opere di Caravaggio, dall'Amore dormiente del 1594-5 al Suonatore di Liuto (1594), dalla Medusa del 1596 al tardo Visione di San Girolamo del 1609, ognuna accompagnata e vivificata da delicati brani di compositori d'epoca, quali Francesco da Milano, Claudio Monteverdi, Fabrizio Caroso da Sarmoneta, Girolamo Frescobaldi, Ascanio Majone, Giovanni Maria Trebacci, eseguiti mirabilmente da Mara Galassi, la più autorevole specialista di arpa barocca.


Arnoldo Foà
Arnoldo Foà

In un festival che si definisce "di musica antica del Mediterraneo" è apparentemente fuori tema lo spettacolo Como un niņo, dedicato alla vita ed all'arte di Federico Garcia Lorca. In realtà così non è perché, con riferimento alla lettura globale del festival che abbiamo fornito più in alto, il poeta andaluso doveva la sua pregnante creatività anche a quell'ambiente gitano di cui respirò i profumi ed il cui humus, profondamente intriso di ancestrale cultura di tradizione orale, egli riuscì a trasfondere nelle riscritture di canzoni polari così come negli ambienti, sensuali e profondamente mediterranei, descritti nelle opere poetiche. In questa occasione, ancora una volta, si è realizzato un sincretismo artistico che non ha avuto timore di reinventare il passato con i mezzi del presente, in cui la parola - l'intensa declamazione di Arnoldo Foà, ad esempio nel famoso Lamento per Ignacio Sanchez Mejias - è stata rinvigorita dalla musica flamenca come dalla suggestiva elaborazione jazzistica, con un quartetto capitanato dal sax soprano di Roberto Ottaviano e che vedeva in Nando Di Modugno alla chitarra acustica un perfetto coltraltare all'improvvisazione del leader, con riferimenti armonici e melodici che risalgono fino al fondamentale Olé Coltrane che il grande sassofonista afroamericano incise nel 1961. Danza andalusa, recitazione teatrale, canto - reinventato ed interpretato dal gruppo delle Faraualla e dal bravo Rocco Capri Chiumarulo, ideatore dello spettacolo - sono stati contrappuntati da filmati d'epoca, in una efficace narrazione della sfortunata vita dell'artista che è riuscita a trasmettere al pubblico quel duende che caratterizzò la parabola professionale ed umana di Federico Garcia Lorca.


Mousikè. L'arte delle Muse
IV Festival musica antica del Mediterraneo


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