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Elegia curda

di Marco Luceri
  Vodka Lemon
Data di pubblicazione su web 14/12/2003  
Passato in sordina nelle sale, Vodka Lemon, vincitore della sezione "Controcorrente" all'ultima Mostra di Venezia, è un piccolo grande film. Il giovane regista, Hiner Saleem, riallacciandosi alle esperienze a lui "vicine" di Kusturica e Kaurismaki ci regala un film divertente, malinconico, a tratti commovente, pieno di suggestioni poetiche e pittoriche che fanno del Kurdistan un luogo sospeso tra la realtà e la favola. Sappiamo naturalmente che di Kurdistan ce ne sono tanti e che i curdi sono un popolo senza patria ormai da secoli e che, oggi come in passato, abitano una fetta d'Oriente che va dalla Turchia all'Iraq, dall'Iran alla Siria. Nessuno però, prima di questo film, aveva raccontato la vita di questa popolazione nell'Armenia d'inizio millennio, dopo la fine dell'Impero sovietico.

Protagonista della commedia è infatti Hamo, un anziano vedovo ex ufficiale dell'Armata Rossa che, ormai avanti negli anni, si ritrova, in tempi (prima impensabili) di capitalismo selvaggio, con la casa svuotata: gli unici averi di cui va orgoglioso sono la sua vecchia divisa, un televisore sovietico ed una pensione di sette dollari al mese. Hamo ha anche un figlio emigrato in Francia: ogni volta che spedisce una lettera tutta la famiglia (numerosa quanto riottosa) si raduna intorno a casa sua con la speranza che insieme alla missiva arrivino anche un po' di soldi, ma puntualmente questa speranza viene elusa. Alla fine invece sarà proprio lui, dall'opulento e ricco Occidente, a dover chiedere soldi al padre, già costretto, per tirare avanti, a vendere i mobili di casa. L'altra protagonista del film è Nina, vedova cinquantenne che gestisce un chiosco di liquori lungo una strada, sempre innevata, che non porta forse da nessuna parte. Anche lei ha una figlia, che suona il pianoforte, ma è costretta a prostituirsi per ottenere qualche soldo.


Una scena del film
Una scena del film
 
Quelle di Hamo e Nina sono storie di due personaggi che vivono nel nulla, con un passato triste, un presente catastrofico ed un futuro completamente assente. Vivono sulle loro spalle un cambiamento storico tremendamente più grande di loro. La vecchia Unione Sovietica è relegata alla dimensione del ricordo di un mondo lontano, in cui all'assenza di libertà si sopperiva conducendo una vita modesta, ma felice. Il passato, le tante vite e le tante storie in esso contenute sono solo tracce di un mondo lontano, irrimediabilmente perduto, i cui semplici modesti orpelli (la vecchia divisa, l'armadio delle nozze, il televisore) vanno messi in vendita in tanti squallidi mercatini improvvisati nelle fredde strade di questo Paese assente. Non c'è traccia qui, per nulla, dell'opulenza dell'Occidente democratico e capitalista. Tutt'altro. La miseria stringe queste tristi vite più del freddo pungente e tutto sembra essere senza via d'uscita: la vita, le persone, hanno valore solo se legate al giro di qualche dollaro, retaggi periferici e spettrali di un mondo che non arriverà mai.

Se nel film i personaggi parlano poco (e che dovrebbero dire?) sono i paesaggi a farlo. L'Armenia dipinta nel film è un immenso luogo dell'assenza: le grandi montagne sempre innevate, i piccoli paesini sperduti, le poche vallate solcate da strade lunghissime e strette, quasi sempre vuote, che sembrano portare verso il nulla. I colori dominanti sono il bianco e il blu, colori freddi che allontanano visivamente tutti gli elementi della narrazione. Saleem è molto bravo nel costruire una drammaturgia del paesaggio solo parzialmente funzionale alla storia. Spesso il paesaggio esce dalla diegesi per diventare puro momento contemplativo, sia per i personaggi che per lo spettatore.

Lala Sarkissian
Lala Sarkissian
 
Questi immensi spazi vuoti (quasi sempre ripresi in campo lungo) ci parlano di tracce, di sospensione: il luogo infatti in cui Nina e Hamo si incontrano, si conoscono e si osservano con languore da adolescenti, è un piccolo cimitero di una trentina di lapidi che spuntano nel nulla del paesaggio. Ogni volta i due hanno bisogno di togliere con la mano la neve che cancella l'immagine dei loro cari sulla tomba, come se il passato, irrimediabilmente perduto, dovesse ancora avere bisogno di calore umano per non sparire del tutto nel nulla del paesaggio. Questa vera e propria poesia dell'immagine si tinge di ulteriori suggestioni nei momenti in cui il cimitero (zona liminale in cui si trovano i personaggi, fuori dal passato e dal presente) è spazzato dalla neve e dal vento: sembra di assistere ad un'epifania joyciana, con quella neve che cade indistintamente sui vivi e sui morti, come nel finale di Gente di Dublino. Queste esistenze sembrano ormai fantasmi che si muovono nel nulla, tracce di se stessi.

Malgrado il pessimismo di fondo e la immensa miseria e solitudine mostrataci, Saleem riesce a non far cadere il film in un semplicistico piangersi addosso. Recuperando forse i modelli della commedia georgiana anni '60 di Georgij Danelija e, in genere, la leggerezza poetica dei film realizzati nel Caucaso ex sovietico - come il capolavoro Luna papa di B. Khudojnazarov uscito nel 1999 -, il giovane autore ci fa entrare in un mondo in cui tutti soffrono ma chissà come trovano la forza per andare avanti. L'ironia è in questo film un'arma sottile quanto indispensabile e segna anche il significato del finale favolistico, con Hamo e Nina che rifiutatisi di vendere il pianoforte, mentre lo suonano a quattro mani sul ciglio di una strada, partono verso un altrove che forse potrebbe assomigliare al futuro. Forse.
 
 

Vodka Lemon
cast cast & credits
 



Vodka Lemon, locandina
Vodka Lemon, locandina



 

Hiner Saleem
Hiner Saleem

 

 
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