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Fantascienza surreale in bianco e nero

di Fabio Tasso
  Hako
Data di pubblicazione su web 20/11/2003  
Presentato nella sezione "Concorso internazionale lungometraggi", il giapponese Hako è un film misterioso e indefinibile, sospeso tra atmosfere surreali, che mescola fantascienza sociale e gusto per l'effetto a sorpresa. L'assunto è semplice, ma al tempo stesso potenzialmente intrigante, perché in grado di mettere in gioco il concetto stesso di cinema e della sua necessità ontologica: è possibile, oggi, nel 2003, fare un film che abbia come nodo drammatico, come fulcro e punto centrale, una scatola di forma cubica che si muove da sola e scorrazza per lo schermo?

Questo è, in effetti, l'"argomento" di Hako. Una scatola, oggetto dai mille significati e dal nessun significato, monolito che assomma su di sé simboli sconosciuti, in grado di registrare la memoria degli eventi e delle persone che entrano in contatto con esso. Il tutto situato in un contesto rurale, privo di punti di riferimento precisi, con altri oggetti simbolici (alberi, rotaie) che rimandano però ad allegorie tiepide, prive come sembrano di riferimenti precisi e identificabili. La storia in sé, oltretutto, sembra perdere la sua importanza se giustapposta al bianco e nero fortemente contrastato che caratterizza la resa fotografica, condensato in sotto e sovraesposizioni che oscurano la visione o la abbagliano, riducendo l'impressione di realtà. Allo stesso modo, la storia, e di conseguenza gli avvenimenti narrati dal film, viene come sfibrata dall'esiguità dei dialoghi, dalla loro ridotta frequenza e lunghezza, tanto che a tratti sembra quasi di assistere a un film muto.

Hako è, per usare un luogo comune, un "film d'atmosfera". Un'atmosfera che si fa eterea e rarefatta, condensata in pochi momenti carichi di valore, abbiamo detto, simbolico, ma che per il resto scorre come un flusso univoco, privo di lacerazioni, accompagnato da una musica soave e distensiva, sparsa sulle immagini ad accompagnarne il blando svolgimento. Manca un'idea narrativa fondante, il che costringe i personaggi a muoversi come marionette, o meglio come fantasmi privi di identità e non in grado di trovarla nemmeno in un finale che si vorrebbe catartico e che invece mantiene tutti i difetti, scivolando via nella lentezza esasperante e nell'ingenuità contenutistica che escludono, suo malgrado, Hako dal novero dei film memorabili della storia del cinema.


Hako
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