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Il giacobino Federico Zardi, commediografo, scrittore, giornalista (Bologna, 1912 - Roma, 1971)

di Siro Ferrone
  Il giacobino Federico Zardi
Data di pubblicazione su web 30/12/2002  
Iniziativa ideata da Maria Corti e portata a compimento da Cristina Nesi, la mostra, che era stata anticipata in forma ridotta al Teatro Giorgio Strehler di Milano nell'ottobre 2001, è aperta, presso la Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, dal 4 dicembre 2002 al 15 febbraio 2003. Successivamente sarà visibile al Teatro Fraschini di Pavia nella primavera 2003. Alla mostra si accompagna a un ricco catalogo che consentirà, una volta conclusa l'esposizione, di iniziare la definitiva rivalutazione di un drammaturgo di primo piano nel panorama del secondo dopoguerra.

Federico Zardi aveva il difetto di non apparire - agli occhi dei letterati accademici - un manipolatore dello stile o uno scrittore di alti contenuti 'seri': preferiva calarsi, con piglio satirico e anche sarcastico, in mezzo allo squallore sociale o alla stupidaggine corrente per smascherare i cretini, i furbi e i corrotti. Per di più non era un letterato puro, avendo praticato - oltre al teatro - il giornalismo (cartaceo e radiofonico) e il mestiere dello sceneggiatore (cinematografico, televisivo), e questo era allora un difetto grave per la critica più altezzosa, quella che stabilisce di solito classifiche e canoni. Non voglio dire con questo che Zardi sia stato un genio misconosciuto o un drammaturgo di vertice. Fu però uno che scrisse per il teatro "quasi davanti al caldo fiato del pubblico" (con questa frase Pirandello prendeva le distanze da chi scrive "nella solitudine di uno scrittoio") anche quando lavorò per media più freddi come la radio, la televisione e il cinema. In questo modo fu vicino ai migliori scrittori dello spettacolo italiano del dopoguerra (gli sceneggiatori della commedia all'italiana), come quelli sottovalutato, meno di quelli remunerato dal botteghino e dal pubblico. Ma al pari di quelli espressione di una civiltà teatrale 'possibile', autore di una drammaturgia che in altri paesi d'Europa avrebbe forse segnato il proprio tempo. La natura non intellettuale, spuria, contaminata e 'bassa' del suo scrivere non poteva interessare neanche i neoavanguardisti dei primi anni Sessanta, troppo impegnati a decomporre terroristicamente ogni 'narrazione' e ogni 'comunicazione' per dare ascolto a questo artigiano che, pur nella più laica indipendenza creativa, cercava sempre l'accordo con il pubblico.

Alcuni memorabili successi toccarono anche a lui, senza però consentire una continuità fertile al suo lavoro. Furono eccezioni di ottima fattura quelle che - grazie a Strehler e Paolo Grassi - potè mettere in scena nel febbraio 1952 (Emma, bloccata per le polemiche dopo solo cinque repliche e dopo una tumultuosa 'prima' con contorno di polizia) e nell'aprile del 1957 (I Giacobini, con scene di Luciano Damiani e costumi di Ezio Frigerio). Ma anche I tromboni (dicembre 1956, con la regia di Luciano Salce e l'interpretazione di Vittorio Gassman) è da menzionare tra gli spettacoli memorabili del nostro dopoguerra, non fosse altro per il felice connubio tra attore e attore, quest'ultimo coautore di fatto dell'opera, una delle sue massime interpretazioni teatrali, conferma di un talento più comico che tragico. Non meno rilevante la seconda vita (radiofonica e televisiva) di queste ultime due opere: I Giacobini furono trasmessi per radio (in quattro puntate, nel 1960) e per televisione (in sei puntate, nel 1962); I tromboni furono da lui adattati per il piccolo schermo nel 1971, per l'interpretazione di Renzo Montagnani. Intanto un altro suo sceneggiato televisivo di ottimo livello (I grandi camaleonti) aveva trionfato in televisione alla fine del 1964. Sempre per la tv aveva creato una delle migliori trasmissioni di sempre, Il mattatore, interpretato da Vittorio Gassman (1959). Mi piace ricordare, tra le altre sue fatiche, anche la collaborazione a diverse sceneggiature cinematogafiche tra cui La cambiale (film di Camillo Mastrocinque, sottovalutato dalla critica, con Totò, Peppino De Filippo, Macario e altri talenti comici, ottimamente 'serviti' dagli autori del canovaccio, 1959) e La banda Casaroli di Florestano Vancini (1962).

Ma la ricchezza del lavoro drammaturgico di Zardi è intuibile solo sfogliando il bel catalogo, nella parte centrale organizzato secondo scansioni cronologiche accompagnate da un ricco apparato iconografico e da nutrite tavole informative. Si segnalano poi gli interventi critici di Luca Giovanni Pappalardo, di Cristina Nesi e Arnaldo Picchi; le testimonianze e i ricordi di amici e compagni di lavoro; la folta bibliografia delle opere e della critica, faticosamente ricostruita dalla curatrice; una ampia documentazione della corrispondenza (ricevuta e inviata). Quasi tutto il materiale esposto proviene dal Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell'Università di Pavia, dall'Archivio del Piccolo teatro e dal Museo Biblioteca dell'Attore di Genova. Si tratta di un capitolo importante per la ricostruzione del teatro italiano del Novecento.


Il giacobino Federico Zardi, commediografo, scrittore, giornalista (Bologna, 1912 - Roma, 1971)

Biblioteca dell'Archiginnasio, Quadriloggiato superiore, 4 dicembre 2002 - 15 febbraio 2003
 


Curatore
Cristina Nesi

 

 

 


 

Federico Zardi con Giorgio Strehler in via Dante a Milano, 1951
Federico Zardi con Giorgio Strehler in via Dante a Milano, 1951


 

 

 

 

 

 

 
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