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La ''Punk Ballerina'' approda a Venezia


  Coreografia di Armitage per ''Yo, Giacomo Casanova''
Data di pubblicazione su web 03/01/2005  
Erano gli 'scapigliati' anni Ottanta quando Karole Armitage, fiera e indomabile dancer americana, si conquistò la fama di ''Punk Ballerina'', di ''Madonna della danza''. Lei, 'figlia' di Balanchine e Cunningham, con furore iconoclasta si divertiva a dissacrare la più aulica tradizione accademica presentandosi con un delizioso caschetto biondo, scarpette da punta nere, tacchi a spillo, stivaletti e mostrando le sue lunghissime gambe in calze dai più sgargianti colori. Si parlò allora di ''hard rock ballet'' per i velocissimi passaggi della sua danza, di "balletto selvaggio" per l'originale amalgama di tecnica classica, moderna, punk, rock e folk, di sfrontata interdisciplinarità per la collaborazione con pittori, scultori, musicisti, come David Linton, David Shea, Christian Lacroix, Pat Dignan, David Salle, Jeff Koon, Rhys Chatham, di spudorato coraggio quando nell'82 fondò la compagnia ''Armitage Gone! Dance'', di irriverente contaminazione fra danza colta e danza urbana, quando firmò i videoclips di Madonna (Vogue, 1991) e Michael Jackson (In the Closet, 1992)


Karole Armitage
 

Contrastanti furono le reazioni di fronte al ciclone Karole, che turbava lo status quo della coreutica postmoderna americana, e nell'arduo tentativo di definire il suo modo di ballare si parlava di ''new classicism'', di ''postclassicismo'', cercando di etichettare quel geniale e innovativo 'ribellismo' che non passò inosservato a Mikhail Barishnikov e a Rudolf Nureyerv. Il primo le commissionò per l'American Ballet Theater The Mollino Room (1985) e il secondo la chiamò a creare per l'Opéra di Parigi Massacre sur MacDougal Street (1982) e The Tarnished Angels (1987). Ballerina e coreografa ribelle, l'Armitage ha proseguito imperterrita la sua strada all'insegna del motto mariniano ''la vera regola è uscire dalle regole a tempo e luogo'' e con piglio inconfondibile ha siglato agli inizi degli anni Novanta originali balletti per il Lyon Opéra Ballet, i Ballets de Monte-Carlo, fino ad arrivare all'ambito ruolo di direttore artistico della compagnia di MaggioDanza.
Dal 1996 al 1998 ha guidato il corpo di ballo fiorentino e messo in scena interessanti lavori, fra cui The Predator's Ball, Apollo e Dafne, Pinocchio e, una volta conclusa l'esperienza direttiva, è tornata al ruolo di freelance choreographer per formazioni come il Balletto di Cuba e a quello di coreografo residente per il Ballet de Lorraine di Nency. Alla fine del 2003 il successo italiano le arride con l'allestimento coreo-registico dell'Orfeo e Euridice di Gluck, rappresentato al Teatro San Carlo di Napoli; la nomina a direttore della Biennale Danza di Venezia 2004 la consacra corifea della ricerca del teatro coreografico contemporaneo internazionale. Il 2 Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, realizzato in collaborazione con la Fondazione Teatro la Fenice di Venezia, prende il via l'11 giugno per proseguire, articolato in due sezioni, fino al 30 luglio con un ricco carnet di ospiti, alcuni conosciuti e altri chiamati in esclusiva per la Biennale. Sedici compagnie, provenienti da undici nazioni, e oltre quaranta creazioni, che avranno a disposizione il Teatro del Piccolo Arsenale, il Teatro delle Tese, le Corderie dell'Arsenale, il PalaFenice, compongono il variegato programma di questa kermesse lagunare firmata dall'Armitage e improntata a un concetto di danza "ridotta al cristallo nativo, carbonio puro".


Coreagrafia di Armitage per '' women - 10 pems''


Perché ha intitolato il Festival ABCD La Grammatica universale del corpo?
''Quest'anno la Biennale presenta il lavoro di quei coreografi che usano il linguaggio poetico e metaforico della danza per creare significato; si servono cioè della danza pura per comunicare in modo profondo e allo stesso tempo godibile. Come la musica o la poesia, la danza dà vita ad una gamma di temi e variazioni che si esprimono in una koinè traslata che è universale. Il corpo parla e quindi è il linguaggio del corpo stesso che guardiamo.''
Qual'è il motivo di questa scelta?
''Tutto è legato alla mia opinione che la danza pura, quella cioè che usa esclusivamente il linguaggio del corpo, è la forma di coreutica più interessante. Prendere passi vecchi e ricoprirli con un 'costume' contemporaneo non significa dare vita ad una nuova orchestica. Nella storia della danza è possibile constatare come l'arte tersicorea piano piano si sia affrancata da altre forme di espressione artistica: nel XIX secolo doveva seguire una storia e servirsi di costumi e scene, poi nel XX secolo George Balanchine ha dimostrato che non aveva più bisogno di raccontare storie e che bastava la sola musica per fare arrivare il suo 'messaggio'. Merce Cunningham negli anni Cinquanta ha reso evidente che anche la musica non era necessaria, perché la danza tout court era sufficiente di per se stessa a comunicare con il pubblico; è questa la tradizione che noi contrapponiamo al Tanzteahter, che è un genere dipendente dal décor o dalla danza concettuale e non considera il corpo come un essere liberato. I ballerini al giorno d'oggi sono diventati eccellenti e non ci sono mai state così tante persone capaci di esprimersi ad altissimi livelli. Anche i confini tra balletto e modern dance sono scomparsi, perché è la danza in sé ciò che veramente conta.''


Il Festival si articola in due sezioni: Old World (Il Vecchio Mondo) e New World (Il Nuovo Mondo). Da dove nasce questa idea?
''Questi titoli sono un pretesto carino per caratterizzare e organizzare il festival che dura due mesi. Il mese di giugno è dedicato a compagnie e coreografi che sono nati o si sono formati nel Vecchio Mondo, quello di luglio è invece incentrato sulle novità provenienti dal Nuovo Mondo. Mi riferisco in particolare, per l'Old World, all'"abcdance company" dell'austriaco Nicolas Musin, alla cinese Guangdong Modern Dance Company, che arriva par la prima volta in Italia, al Ballet Freiburg Prettly Ugly di Amanda Miller, alla Russell Maliphant Company, alla Rambert Dance Company, a coreografi come Jacopo Godani, Charles Linehan, Saburo Teshigawara. Del New World fanno invece parte i newyorkesi d'adozione Sarah Michelson e Shen Wei, l'afroamericano Alonzo King con il Lines Ballet, la cubana Isabel Bustos, en première in Italia, gli americani John Jasperse e Peter Boal con l'omonima compagnia di ballo, l'ensemble "Armitage Gone!Dance", il Ballet de Lorraine. Tutti questi artisti sono accomunati dall'uso esclusivo del linguaggio del corpo che, attraverso la grammatica della danza, esprime la poetica del movimento.''


Coreografia di Armitage per ''Ravons''


Nel cartellone degli spettacoli la presenza della danza italiana è limitata al solo Jacopo Godani. Come mai?
''Il festival è internazionale ed è una fantastica opportunità per gli spettatori italiani di vedere molte compagnie che arrivano da ogni parte del globo. D'altro canto, la scelta dell'internazionalità è nel pieno rispetto della tradizione della Biennale stessa, che presenta le più interessanti e innovative forme d'arte del mondo. E' un festival dove la politica o la moda non hanno posto, perché qui contano solo le idee libere da compromessi. Jacopo Godani, che considero uno dei giovani coreografi più interessanti del momento, è stato scelto per il suo talento, non per la sua nazionalità.
A proposito della situazione della danza italiana. Che idea si è fatta?
"Penso che una cospicua parte della coreutica italiana sia bloccata in un'impasse temporale, in quanto troppo legata a idee teatrali, concettuali o storico-letterarie. C'è stato un coraggioso tentativo di fare qualcosa di nuovo ma ha prevalso la paura di abbracciare l'idea del movimento puro, temendo che il virtuosismo fosse fuori moda. Senza contare che inventare passi e forme nuovi impone una tremenda mole di lavoro, una grande immaginazione ed è soprattutto molto difficile. Così molta nouvelle danse italiana ha finito per diventare concettuale o essere influenzata dal 'teatrodanza', due aspetti che non possono trovare spazio nella Biennale 2004. In Italia la tendenza è quella di credere che la danza pura non sia sufficiente. In realtà è proprio da qui che parte la tradizione più innovativa, ma se le istituzioni non sostengono il cambiamento le nuove forme artistiche non possono sopravvivere. Come in tutte le cose l'Italia è piena di contraddizioni. E' un paese in cui vige la cultura più antica e la più moderna, che ama la poesia e ha radici classiche, ma non fa tesoro di queste retaggi per sostenere lo sviluppo della danza.''


Rivestire il duplice ruolo di direttrice del festival e coreografa presente nella programmazione del Festival con Echoes from the street, firmato per la compagnia "Armitage Gone! Dance", e con Rave, interpretato dal Ballet de Lorraine, è una sua decisione?
''No. E' stata una precisa scelta della Biennale, che mi ha chiesto di presentare sia gli ospiti che mie coreografie.''


Pensa di riuscire a lasciare - come suo solito - 'un'impronta Armitage' anche a Venezia?
''Spero che l'eccitazione provocata da una grande quantità di ottima danza contemporanea ispiri gli organi competenti e gli enti lirici a fare di più per consentire alla coreutica del cosiddetto 'bel paese' di raggiungere i livelli del resto del mondo. I ballerini italiani sono splendidi e hanno un'ottima scuola, ma la carenza è nelle istituzioni che non aiutano l'arte tersicorea ad esser parte del nostro tempo.''


Secondo lei, dove sta andando Tersicore in questo inizio di terzo millennio?
''Penso che sia un momento di grande energia creativa e mi auguro che sia visibile alla Biennale. L'inveterato agone tra balletto e modern dance ha ormai fatto il suo tempo e l'impellente necessità di fare danza e arte in generale che affascini il pubblico giovane è evidente a tutti. Questa nuova esigenza creativa è seria, profonda e allarga gli orizzonti della danza rispettandone la sua storia, ma non bisogna confondere la new dance con la pop dance. Quest'ultima, come la pop music, non rappresenta la direzione migliore verso cui l'arte dovrebbe svilupparsi e il rischio è un approccio pericoloso, un'altra forma di banalità.''


 
biografia biografia

La Biennale di Venezia 2004

 

Karole Armitage
 

 

 

 

 

 

 


 


 

 


 



Karole Armitage




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 


 



 



 

Karole Armitage
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



 


 



 

 



 




 


 

Karole Armitage

 

 
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