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L'educazione alla finzione

di Marco Luceri
  un'immagine del film
Data di pubblicazione su web 15/10/2004  
Preceduto dal solito clamore mediatico che ormai accompagna ogni nuovo lavoro del maestro spagnolo, il nuovo film di Pedro Almodovar, La mala educación, sembra proseguire sulla strada già iniziata con Tutto su mia madre (1999) e con il successivo Parla con lei (2002). Si potrebbe forse parlare, a tal proposito, di una vera e propria trilogia incentrata sul tema della diversità sessuale, intesa come difficoltà di una piena affermazione di sé nei confronti della società, ed analizzata nelle sue implicazioni più tragiche e melodrammatiche. Certamente il tema dell'omosessualità, che pervade sin dagli esordi (La legge del desiderio, 1987) la filmografia di Almodovar, continua ad essere al centro della narrazione, ma la virata verso i toni drammatici e poetici (iniziata proprio con Tutto su mia madre) ha fatto sì che in questi tre ultimi film il regista spagnolo innestasse sui personaggi e la storia uno sviluppo tendente ad una complessa auto-spersonalizzazione, che spesso ha coinvolto temi e motivi propri di una dolorosa esperienza personale, artistica ed umana.

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E' quanto succede in toni ancora molto cupi ne La mala educaciòn, in cui viene narrata la storia di Ignacio (Francisco Boira), un travestito eroinomane che da bambino ha vissuto una tragica esperienza di "iniziazione sessuale" da parte del direttore del collegio religioso che frequentava, padre Manolo (Daniel Gimenez Cacho). Tutto il film ruota intorno ad un racconto scritto dallo stesso Ignacio, La visita, che narra la storia dell'iniziazione di cui si serve per ricattare l'incauto sacerdote; ma questo racconto viene usato anche dal giovane attore Juan (Gael Garcìa Bernal), fratello di Ignacio, per convincere Enrique (Fele Martinez), un famoso regista cinematografico gay (compagno di Ignacio al collegio, nonché suo primo amore), a trarne un film che abbia lui come protagonista, nei panni del fratello.

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Come appare chiaramente dalla fabula, il film sfrutta alcuni stilemi del genere noir, per articolare su tre piani una vicenda complessa di amore, follia, omosessualità, finzione spettacolare, scambi di persona e delitti. Tuttavia, l'aspetto più raccapricciante della storia, e cioè la crudele sessualità repressiva e sodomitica dei padri salesiani, non è in realtà il cuore del film, se non come incipit della narrazione, e sminuiremmo il forte impianto simbolico del film se pensassimo a La mala educación come un'ennesima tirata anticlericale di Almodovar. Certamente c'è un'analisi impietosa della cattiva educazione, appunto, impartita da chi usa il verbo del Vangelo per accontentare i suoi più proibiti e repressi istinti sessuali, ma questo motivo, pur importante, è soltanto una delle molteplici componenti del tema fondamentale di questo film: la finzione, in tutti i sensi possibili.

Tutti i personaggi, in questo film, fingono di essere qualcun altro o qualcos'altro; in effetti il tema del travestitismo non appartiene solo a Ignacio, ma innanzitutto al fratello Juan, che prima finge di essere Ignacio e poi, una volta ottenuta la parte nel film, indossa i panni del fratello sulla scena (secondo livello di finzione), in una storia appresa da un racconto (terzo livello di finzione). Ciò permette a Juan di occupare quasi sempre la scena del film e di esserne alla fine il vero protagonista, attraverso queste sue spiccate capacità camaleontiche che gli permettono di ingannare tutti e tutto.

Anche padre Manolo, è a suo modo un travestito; infatti all'inizio del film Almodovar lo presenta nell'atto di sfilarsi le vesti talari dopo aver celebrato l'eucarestia: egli si toglie il suo "costume di scena", per indossarne un altro, quello di direttore pederasta del collegio per bambini. Ma non finisce qui: veniamo a sapere che padre Manolo, dopo molti anni, ha abbandonato (meno male) la vita religiosa per diventare consulente di un'importante casa editrice madrilena. Inoltre, nel film di Enrique, egli è naturalmente "il cattivo", ma noi per buona parte del film crediamo sia realmente lui, e non un attore che interpreta la sua parte. Siamo dunque, anche per questo personaggio, di fronte a tre livelli di finzione. Anche Enrique, il regista che crede inizialmente che Juan sia realmente Ignacio, una volta scoperto l'inganno, continua a fingere di credergli, ed anzi gli assegna la parte nel film, dopo aver posto le sue "speciali" condizioni. In questo complesso valzer di ruoli, l'unico personaggio a restare meno "finto" degli altri è proprio Ignacio, le cui vere fattezze fisiche ci vengono però rivelate solo verso la fine del film.

A supportare quest'impianto drammaturgico c'è l'imponente lavoro fatto da Almodovar sulle scenografie e sugli ambienti: oltre alla dimensione metacinematografica del film nel film, i personaggi sembrano muoversi in uno spazio policentrico che altro non è se non un immenso palcoscenico. A tal proposito sono almeno tre le scene emblematiche di questo "travestitismo dello spazio": la scena di Ignacio (interpretato da Juan) che canta in un triste cabaret di periferia, quella in cui Juan studia la sua parte osservando un vecchio travestito di un caffè-chantant per gay, su un palcoscenico pieno di lustrini e quella in cui sempre Juan e l'ex padre Manolo sono di fronte ad enormi teste di cartapesta che sembrano sorridere del loro piano delittuoso. Tutto naturalmente condito da una maniacale policromaticità, tipica del gusto almodovariano per gli ambienti, che rafforza molto la dimensione teatrale di questi personaggi.

Alla fine del film, prima dello scorrere dei titoli di coda, Almodovar ci informa delle vicende che hanno vissuto i suoi personaggi oltre la durata del suo film e veniamo a scoprire che, tra gli altri, il regista Enrique "continua appassionatamente a fare film". Verrebbe certamente da pensare che il regista spagnolo continui a giocare con il travestitismo, aggiungendo ai tre descritti, un quarto piano di finzione, quello autobiografico. Come Enrique, infatti, lo stesso Almodovar è un regista dichiaratamente omosessuale che a otto anni si era trasferito con la famiglia nell'Estremadura, dove aveva studiato dai salesiani e dai francescani, prima di frequentare l'università. Ma, anche questa volta, e più che mai a proposito de La mala educación, preferiamo anche noi fingere di credere a quello che alcuni anni fa egli disse: "Tutte le mie pellicole hanno frammenti autobiografici, ma io sto dietro ai personaggi senza disturbare. Guardo ciò che succede senza mai raccontarmi in prima persona". Un'altra finzione, appunto.

La mala educación
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