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A colloquio con David Edgar

a cura di Gianni Cicali
  David Edgar, a sinistra, con il regista americano Tony Taccone, allestitore della prima di ''Continental Divide''
Data di pubblicazione su web 01/06/2003  
Novi Sad (Serbia Montenegro), 30 maggio 2003

Come ha cominciato la sua attività teatrale?

Provengo da una famiglia di attori e impresari di teatro. Durante la II Guerra Mondiale mia madre faceva l'annunciatrice per la radio e, dopo il conflitto, mio padre ha lavorato per la tv inglese. Mio zio invece era un amministratore teatrale di Birmingham. Il mio problema non era 'che scrittore' sarei stato, ma che 'persona di teatro'. Venendo da una famiglia coinvolta con lo spettacolo l'unico problema era capire quale sarebbe stato il mio ruolo in quel mondo. Iniziai come attore, poi passai alla regia, poi andai avanti per eliminazione fino alla professione di commediografo. Non ero molto dotato né come attore, né come regista...

Negli anni '60 fu coinvolto nei grandi movimenti politici?

Partecipai attivamente alle grandi manifestazioni politiche degli anni Sessanta. Fu un periodo in cui, grazie ad alcuni cambiamenti nella legge che regolava l'attività teatrale britannica, vi fu una vera e propria esplosione di un modo di fare teatro fino ad allora sconosciuto. Vidi il Living Theatre e molto altro: tutte cose che non era stato possibile vedere sui palcoscenici inglesi. Mi sentii in un certo senso investito da una nuova energia teatrale. Tutto era pervaso da un grande entusiasmo in quegli anni. Lavorai per circa 4 anni (dal 1971 al 1974 ndr.) come commediografo e regista in un gruppo politico agit-prop (General Will) per cui scrissi due commedie.

Quando è giunto al 'successo'?

Fu nel 1975 con la mia commedia Destiny il mio primo grande successo di pubblico. Un lavoro sui movimenti fascisti inglesi come il Fronte Nazionale. Un argomento che mi interessava molto per l'assurdità che essi rappresentavano in un paese duramente colpito dalle bombe naziste. In quel periodo militavo nella organizzazioni antifasciste e antirazziste inglesi.

Quando scrive un nuovo testo pensa agli attori che lo rappresenteranno?

Per fare una esempio recente, per due commedie scritte e destinate a compagnie statunitensi ho 'pensato' agli attori. Si tratta di due pièces speculari: una è ambientata nel partito repubblicani, l'altra in quello dei democratici [Mothers Against e Daughters of the Revolution che insieme compongono Continental Divide ndr.] durante una campagna elettorale per governatore. Ho avuto una lunga esperienza e collaborazione diretta con gli attori della Royal Shakespeare Company per la drammatizzazione di Nicholas Nickleby di Dickens [David Edgar è l'unico autore, oltre Shakespeare, che è stato diretto da Trevor Nunn della Royal Shakespeare Company proprio in occasione della drammatizzazione del capolavoro di Charles Dickens, ndr.]. Gli attori sono importanti.

Quali personaggi predilige?

Amo i personaggi che di solito restano silenziosi, quelli che 'non parlano'. A volte li faccio 'parlare' dando loro una voce. Sono i personaggi che usualmente stanno sullo sfondo. Nelle due commedie 'americane' ci sono due ruoli di questo tipo: una stagista dei democratici e un'esperta di marketing politico per i repubblicani. Personaggi 'minori', di 'contorno' si potrebbe dire, cui ho assegnato alcune battute o momenti chiave. E' avvenuto lo stesso per The shape of the table (1989) [The shape of the table insieme a Pentecost e The Prisoner's Dilemma forma una trilogia ambientata nei paesi dell'Est europeo, ndr.] per la parte di una segretaria. Per me i personaggi hanno un ruolo nel 'dramma' e uno nella 'società' e dalla contraddizione tra questi due aspetti si sviluppa una energia drammaturgica. Amleto non è un grande principe per la 'società' danese della tragedia di Shakespeare, ma è un grande personaggio per il dramma.

Segue gli allestimenti delle sue opere?

A volte seguo i 'primi passi' o gli...ultimi. In Gran Bretagna, anni fa, c'è stata una vera e propria battaglia sindacale tra autori ed enti teatrali per ottenere che fosse riconosciuto all'autore il diritto 'ufficiale' di assistere e intervenire alle prove. Ma sta all'intelligenza dell'autore saper gestire al meglio questo diritto. Ci sono commediografi che intervengono troppo alle prove e in modo non opportuno o proficuo. L'autore deve sapere e capire come dare il proprio contributo all'allestimento dell'opera. Deve saper intervenire sul testo, cambiandolo se necessario, ma non deve oltrepassare il proprio 'ruolo'.

Non deve essere come il commediografo di Pallottole su Broadway [Bullets over Broadway di Woody Allen, USA, 1994], ma come il mafioso incolto che capisce tutto del dramma, tanto per intendersi?

Beh.... più o meno...

Ha dei 'modelli' drammaturgici di riferimento?

Sono 'cresciuto' leggendo Jean Anouilh. Mi ritengo a tutti gli effetti un commediografo politico, impegnato attivamente. Guardo certamente a Brecht, ma anche a G.B. Shaw. Ammiro Tom Stoppard e Sarah Kane e Mark Ravenhill. Tuttavia il punto di riferimento stabile è sempre stato Shakespeare.

Segue le traduzioni in altre lingue dei suoi lavori?

In generale no. E' capitato solo in pochi casi in cui è stato necessario lavorare insieme al traduttore come per le traduzioni in tedesco e svedese.

A quale delle sue opere è maggiormente legato?

Difficile rispondere... In questo momento mi sento particolarmente legato a Pentecost, adesso in scena a San Diego in California. Tentai, anni fa, di allestirla in Albania. Era il periodo del crollo delle società finanziare a 'piramide'. Ho un ricordo molto particolare di quel periodo. Conobbi due persone che per motivi diversi avevano passato, sotto il regime di Oxha, anni e anni in galera. Va detto che Tirana era l'unica capitale al mondo in cui non esisteva una libreria o una biblioteca. Ebbene, uno di questi due uomini che aveva molto sofferto e passato molta parte della vita in una cella fu capace di citare a memoria in modo perfetto passi dalle tragedie di Shakespeare. Ne fui molto impressionato. Pentecost in questo momento è l'opera cui mi sento più vicino anche per le mie esperienze nei paesi dell'ex blocco comunista. Finalmente Pentecost è andata in scena anche a Tirana quest'anno. La storia è sul ritrovamento (immaginario) in una chiesa di un paese dell'Est europeo non identificato di un affresco che anticipa Giotto. Vi ho messo anche un personaggio ispirato allo storico dell'arte che criticò il restauro della Sistina. Ma sulla storia 'artistica' si innesta poi quella di un eterogeneo gruppo di profughi e rifugiati di paesi e lingue diversi che prendono possesso della chiesa...

 
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Il manifesto di ''Pentecost''
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''Pentecost'' - S. Diego, California, maggio-giugno 2003
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Un momento dello spettacolo ''Pentecost'' in scena a S- Diego, California, maggio-giugno 2003
Un momento dello spettacolo ''Pentecost'' in scena a S- Diego, California, maggio-giugno 2003

 


 

 

 

 




 

 
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