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Lo sguardo insicuro

di Marco Luceri
  La terra dell'abbondanza
Data di pubblicazione su web 11/09/2004  
Il ritorno del maestro. Il grande autore tedesco, che all'esplorazione dei paesaggi (fisici ed umani) americani, ha dedicato gran parte della sua opera, riparte da dove quell'America l'aveva lasciata, da Los Angeles Downtown. Questa sconfinata area urbana, racchiusa nel microcosmo schizofrenico di un fatiscente albergo, era stata già protagonista del precedente The Million Dollar Hotel (2000): perché tornarci, allora? Semplice, tra i due film c'è stato di mezzo l'11 settembre. E l'America non è, per molti versi, quella di una volta. L'ambiente del nuovo film rimane quello di una fetta di Paese dimenticato da tutti, reietti, falliti, senza tetto: è la "capitale americana" della fame, la terra degli homeless. E' lo sguardo di Wenders che è cambiato. Rispetto al film precedente, che isolava la disperazione del luogo, stemperandola nella duplice direzione del giallo e della love story, ne La terra dell'abbondanza torna alla struttura aperta (e per lui molto più congeniale) del road movie.

un'immagine dal film

Protagonisti di questa storia ai confini della desolazione sono Lana (Michelle Williams), ventenne vissuta per dieci anni in Africa e Medio Oriente, ritornata nel suo Paese per impegnarsi in una missione cattolica per aiutare i senza tetto; l'altro è suo zio Paul (John Diehl), veterano del Vietnam, che durante quella guerra era stato ferito e avvelenato dalla diossina dei defolianti. Siamo dunque di fronte ad una tipologia di personaggi tipica del cinema wendersiano: è la "coppia" sradicata al centro di film come Alice nelle città (1973) e Paris, Texas (1984). Anche Lana e Paul (ciascuno a modo suo) cercano indirettamente di liberarsi del proprio passato cercando invano nuovi orizzonti esistenziali. Tra i due è soprattutto il solitario e paranoico Paul a scontare il peso di ferite che sanguinano dolorose, riportate a galla dall'11 settembre; decide allora di intraprende una personalissima guerra contro il Terrore, ossessionato com'è da inverosimili complotti di cellule terroristiche islamiche, per lui nascoste in ogni angolo di strada. Si muove a bordo di un fatiscente furgone dotato di ogni sorta di macchinario per comunicare e spiare (con tanto di videocamera digitale sporgente dal tettuccio) e la suoneria del suo cellulare intona l'inno americano. La nipote Lana è invece un nuovo "angelo" wendersiano: prodiga con i più deboli, religiosissima (invoca spesso l'intervento divino), pare non comprendere neppure lontanamente sentimenti negativi come il sospetto e la cattiveria. Presentati in questa maniera, due personaggi così radicali potrebbero facilmente diventare delle macchiette, ma le abili maglie registiche di Wenders, riescono a trasportarli verso una dimensione umana e storica che pian piano fa cedere loro pezzi consistenti della loro interiorità.

un'immagine dal film

Nel far questo il regista tedesco si serve della struttura già collaudata dell'inchiesta: l'uccisione di un povero pakistano, di cui sono testimoni involontari, dà una svolta alla loro esistenza; decidono infatti di indagare, di cercare la verità, o quantomeno di trovarne una. E' qui che la coppia comincia ad aprirsi veramente al mondo, è qui che si concretizza un totale capovolgimento drammaturgico e visivo. La sequenza del viaggio nel deserto è costruita secondo lo stilema wendersiano dell'alternanza tra soggettive dei personaggi, campi lunghi ripresi dalla camera-car e panoramiche "impersonali" in movimento. Il deserto, si sa, è metaforicamente il luogo del nulla, del misterioso, dell'uscita dell'uomo dal labirinto cittadino verso l'oscurità della Natura. La costruzione formale di questa sequenza, abbinata al significato simbolico delle lande desertiche, danno una nuova configurazione alla vicenda dei personaggi.

Wenders ci introduce in un viaggio che è da una parte un percorso interiore, ma dall'altra è rivelatore di uno sguardo che raggela il paesaggio, scivolando sulle cose senza più riuscire a penetrarne l'essenza. La verità che i due scopriranno sarà profondamente lontana da quella che Paul immaginava di dover trovare. Infatti come per il fotografo di Alice nelle città, il mezzo tecnico di cui si era fino ad allora servito per catturare la realtà nel suo farsi istantaneo (la videocamera digitale) rivelerà tutta la sua impotenza di fronte al mistero del mondo. E' anche, naturalmente, la riflessione metacinematografica onnipresente in ogni film di Wenders, particolarmente marcata ne La terra dell'abbondanza, perché il regista tedesco ha girato il film proprio con una videocamera digitale molto simile a quella del suo personaggio.

Una tale dichiarazione di smarrimento, che si fa istanza poetica di tutto il film, diventa una sorta di sentimento comune che unisce l'autore ai suoi personaggi e questi a noi spettatori: la verità stessa che cerchiamo con tutta la nostra forza ci sfugge continuamente. Con questo pathos, lo sguardo finale di Lana e Paul su Ground Zero, su quel raccapricciante scenario del cratere sgombro dai cadaveri e ripulito dai detriti, non è che il nostro sguardo privo di una dimensione certa a cui poter ancorare le nostre sicurezze. E' questa oggi l'America: "The truth someday". La terra dell'insicurezza (come già è stata descritta in film come La 25°ora, Fahrenheit 9/11 e The Terminal). Proprio come canta Leonard Cohen sui titoli di coda nella sua Land of Plenty. La terra dell'abbondanza.

La terra dell'abbondanza
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