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Il caimano e l'impotenza del cinema italiano

Cara Cristina,
mi ha fatto pensare nella tua recensione all'ultimo film di Moretti Il caimano, l’affermazione che il film racconta «l’impotenza e il fallimento del cinema italiano». Pienamente d’accordo.

Mi pare che il film rappresenti una denuncia della grave condizione in cui versa il cinema italiano, in cui, fuor di metafora, anche l’Autore, che ha una sua casa di produzione e di distribuzione, un cast di attori eccezionali, tutto un mondo del cinema dalla sua parte, rappresentato dai diversi registi, non riesce a realizzare il film che vuole. Il cinema italiano degli ultimi anni è un cinema malato di censura preventiva, che sembra aver smesso di rischiare e provare a incidere il presente, e di essere un bel "pugno nello stomaco". E Moretti mettendo in scena questa sconfitta, adottando la figura retorica della preterizione, non ne esce vincitore. Un film su Berlusconi non si può fare e Moretti infatti non lo fa e lo dice. Ma si potrebbe fare un film sul cinema italiano senza parlare in qualche modo di Berlusconi? Forse sarebbe il caso di sottolineare che lo smarrimento della cinematografia nazionale è fortemente dipendente dalla situazione televisiva, ma il discorso porterebbe lontano.

Il caimano resta un film sulla crisi del cinema italiano, sempre più stretto fra i paletti del film di genere, la soluzione sentimentale, la ricostruzione documentaria, i film di serie B o Z, che Moretti attraversa sicuro e senza indugi (sintomatico che "il nostro" pare salvare solo il cinema d’animazione giapponese ma d’autore).

Certo Moretti è molto bravo in questo gioco, ma alla fine mi sembra che il suo film non riesca a liberarsi del pantano che denuncia. Alcune scene rimangono pezzi di film che avrei voluto vedere e che rimangono sospesi e irrisolti. La scena con le lettere di ringraziamento che circondano Berlusconi mi è sembrata bellissima: poteva preparare a un Quarto potere tutto italiano; anche l’altra, quella appartenente al lato "intimista" del film con la caravella inseguita nei viali di Roma che ricorda l’apparizione della nave in Deserto rosso. Alla fine ho avuto la stessa sensazione di quando provo a (ri-)leggere Se una notte di inverno un viaggiatore: mi arrabbio sempre con l’autore che non ha finito il racconto che mi piaceva.

Fra gli attori Placido mi è sembrato eccezionale, come dici tu sospeso «fra orrore e folklore»: vero rappresentante dell’italietta di cui parla il produttore. Avrei preferito lui come interprete di Berlusconi, con quell’ipocrisia, capace di creare una vera maschera, rispetto all’interpretazione finale di Moretti.

Per il resto ne riparleremo con più calma fra qualche giorno, quando i giochi saranno chiusi e il contesto si richiuderà nel testo. Tuttavia quando ho visto il film, il mercoledì prima delle elezioni, in una multisala in periferia, mi aspettavo e speravo che gli spettatori reagissero di più (magari, sognavo, qualcuno grida o applaude o se ne va), invece niente, solo qualche tiepido borbottio…

Saluti

Riccardo

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