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La tigre e la neve di Roberto Benigni

Salve,
sono un dottorando di teatro, presso l'Università di Pisa, e mi sono occupato variamente di Benigni: ho analizzato, nella mia tesi di laurea, Cioni Mario di Gaspare fu Giulia e la mia tesi di dottorato (praticamente finita) è dedicata, più in generale, alla moderna comicità toscana.

Sottoscrivo in pieno ciò che Roberto Fedi ha sostenuto in merito alla comparsata di Benigni al Tg1: Roberto Benigni è ormai un intoccabile, ed effettivamente l'inaccettabile Ferrara aveva toccato un tasto dolente in occasione dell'ultimo intervento sanremese del toscano.

Vi invio una mia breve recensione de La tigre e la neve; è uno scritto di carattere divulgativo, non un'analisi filmica approfondita. Fatene quello che credete.

Cordiali saluti

Igor Vazzaz



Di film sentimentale si tratta: una storia imperniata sulla poesia d’amore, a cui il regista aggiunge, nei titoli di coda, una bibliografia a orientarsi nella crestomazia di citazioni contenute nell’opera. Sarà anche il post-moderno, la doppia lettura che piace tanto a Eco, ma il primo risultato è che, alla fine, non si corre in libreria ad acquistare alcun volume. L’esatto contrario di un film di vari anni fa, L’attimo fuggente. La poesia e la comicità, anche in quell’occasione, con uno smagliante Robin Williams, attor comico di gran valore in un ruolo drammatico. Pure L’attimo fuggente è un film costruito retoricamente, ma la narrazione non presenta intoppi e, alla fine, ci si arma di kleenex ché la scena del "Oh capitano, mio capitano" non lascia scampo.

Pochi sussulti, invece, per La tigre e la neve. Pochi: la narrazione è lacunosa, gli snodi della storia fuori scena, la sorpresa finale mal costruita. Pochi rispetto a quelli che sarebbe lecito attendersi, perché i toni sono enfatici sin dall’inizio, con spiegazioni sulla poesia e sull’amore motori del mondo. In questo, Benigni: l’attore fa meno ridere del solito, volutamente, cercando quel compromesso tra comico e patetico che fu di Chaplin. Per quanto alcune scene siano godibili, l’impressione generale è di un film mal assemblato, dove la leggerezza lirica di Benigni cozza di molto con gli accenni di realismo delle scene belliche. La vita è bella criticava, con il riso, l’inumanità del nazismo, la sua totale assenza di percezione dell’altro (si pensi al personaggio del medico tedesco): qui è Benigni, preso dal desiderio di curare l’amata, a non percepire l’altro, a non curarsi della tragedia che si consuma intorno.

Nicoletta Braschi: musa e ideale femminino del regista. La kermesse dei loro amori sembra aver esaurito le combinazioni narrative. Se si accetta il massacro a cui, tempo fa, è stato sottoposto Bertolucci per The dreamers, colpevole di dare forma a proprie ossessioni giovanili e di coinvolgere in queste gli incolpevoli spettatori, non si può negare che la tentazione, nel caso di Benigni, è quella di consigliare ai coniugi di parlarsi di più, scambiarsi bigliettini in casa, spedirsi sms, ma di evitare il cinema per dirsi "ti amo". La questione sta diventando un fatto privato. La recitazione dell’attrice (e produttrice), in più, è sempre la stessa, telefonata e distante, con la sola eccezione (senza ironia) di quando è in un letto priva di sensi, l’immagine più intensa dell’intera pellicola.

Non si ride e non si piange: La tigre e la neve non sembra avere la forma di film, non riesce mai ad essere credibile e presenta le anestetiche mancanze di Pinocchio, ben celate ne La vita è bella, dove la "macchina retorica" funzionava a meraviglia. Non è impossibile coniugare poesia e comicità, e Benigni c’è già riuscito con Il piccolo diavolo, fondendo elementi pinocchieschi e sketch esilaranti nel più alto risultato della collaborazione con Cerami. Sarebbe interessante, ma è improbabile, vedere Roberto diretto da altri, in un progetto di ampio respiro, come fu quello di Fellini: l’idea è che il Benigni attore sia assai preferibile al regista. In una scena, il protagonista spiega alle figlie il senso della poesia, che sta nel far emozionare gli altri attraverso la scelta delle parole giuste, dei tempi giusti, passando da una sensazione individuale ad una universale, in cui gli altri si riconoscano. Se chi ascolta non si emoziona, la colpa è del poeta. Vero. Sostituendo il cinema alla poesia, è dunque Benigni ad aver sbagliato.

Igor Vazzaz

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Il critico risponde


Ho letto la sua recensione a Benigni, che approvo in pieno. Anzi, è anche troppo benevola... Anch'io, scrivendone al direttore di Drammaturgia, dicevo che la Braschi recita meglio da morta (o presunta tale) che da viva... E quel povero Reno, costretto a dire un sacco di scemenze e poi alla fine anche a impiccarsi perché Benigni non sapeva più dove metterlo... Insomma, è uno strazio. Che gli spettatori hanno infatti considerato come tale: nonostante le comparsate alla Rai, è un flop. Ben gli sta.

A presto

Roberto Fedi

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