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In polemica con Alessandro Baricco

Ho appena terminato la lettura dell'intervista ad Alessandro Baricco apparsa sul Venerdì del 16 maggio. La definizione che Baricco dà del leggere non mi sembra degna di un uomo di cultura e tanto meno di uno scrittore. Egli definisce la lettura un "intelligentissimo modo di perdere. Una specie di rinuncia a combattere sul campo... I lettori forti appartengono ad una umanità sofferente: ho sempre pensato che se la gente avesse una vita intensa e luminosa, non avrebbe il tempo di leggere. Non c'è niente nei libri che la vita non possa insegnare e, in generale, è sempre meglio imparare dalla vita. La maggior parte delle persone riceve poco e trova nei libri un sostitutivo."

Certo, Baricco distingue lo scrittore dal lettore comune. Gli scrittori, e lui appartiene chiaramente a questa schiera, hanno "un esubero di passioni ed un'attesa nella vita superiore agli altri". Inoltre lo scrittore è colui che "nomina le cose con il loro nome".

Devo dire che queste parole mi hanno lasciata assai perplessa. Io, che lavoro nella scuola, cerco di fare percepire ai miei alunni la bellezza e la necessità della lettura; quanto questa sia importante per imparare ad apprezzare la scrittura, "per vedere cose che noi, poveri umani, non potremmo vedere mai", per conoscere l'esistenza e le sue variegate dinamiche, dando una vista più profonda che il "faccio cose e vedo gente" rischia di appiattire. Cerco di vivere e far vivere la lettura come dimensione nella quale è possibile recuperare uno spazio di intensa solitudine, dove ritrovare se stessi, immaginare l'impossibile e difendersi dall'appiattimento che la frenesia dei tempi e la banalità possono determinare. Spesso leggo loro la pagina di Calvino, dalle Lezioni Americane, dove la Letteratura viene presentata come Terra Promessa che può salvare l'umanità dalla pestilenza del banale e dell'approssimativo. E allora, devo sentirmi dire da uno scrittore che quel leggere deve essere considerato una sorta di 'leggo in quanto non sono in grado di vivere'.

Io capisco che il signor Baricco sia stato abituato a monetizzare le sue conoscenze e le tecniche che ha acquisito; io capisco che nell'intervista dovesse fare pubblicità alla sua scuola, la scuola Holden, luogo che riesce a far parlare la voce che cova dentro ai suoi alunni. Io capisco questo, ma mi delude profondamente che uno degli scrittori oggi più affermati e di gran moda parli in questi termini, senza dare valore alle parole, proprio lui che, in quanto scrittore, si definisce nuovo Adamo.

Trovo inoltre intellettualmente scorretto che nella sua intervista crei un centone, utilizzando Pascoli e Leopardi - e forse molti altri che io non sono stata in grado di individuare - senza avere l'umiltà di dire che quei pensieri o parole (mi riferisco al poeta che "nomina le cose con il proprio nome" ed "ai classici nati per un pubblico ancora bambino") non sono delle sue trovate geniali, ma le aveva già in qualche modo orecchiate. Non so se la delusione che ho provato nel leggere quell'intervista nasca dall'eccessiva stima che riponevo in Baricco, dall'amore per la lettura, oppure dal fatto che non tollero più che ci si adegui sempre e comunque al vendere e all'apparire, e alla mentalità che necessariamente ne consegue. Questo ancora di più mi irrita da parte di chi dovrebbe rappresentare un nostro intellettuale. Mi viene proprio da dire, con una formula che inizio a detestare perché troppo inflazionata, che intellettuale è una parola un po' grossa.

Silvia Persiani

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