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Dogville: un'interpretazione biblica

Dogville di Lars Von Trier è ancora nelle sale e se non lo avete visto vi consiglio di correre al cinema per non perdere uno dei film al quale non esiterei ad attribuire tutte e cinque le stelle che classificano il capolavoro. Chissà se Hollywood quest'anno vorrà mostrare al mondo intero di apprezzare il cinema di qualità. Molte delle premiazioni delle passate stagioni sono state davvero deludenti. Gli Oscar sono ormai una mera questione di business e temo che questo film verrà ampiamente sottovalutato.

Invece, credetemi, vivrete una vera e propria esperienza dell'anima. Nessuno come il regista danese è capace oggi giorno di provocare nello spettatore emozioni così forti. Se avete visto almeno uno dei suoi film, sapete di cosa parlo: Le onde del destino, Dancer in the Dark, Idioti sono opere che non si dimenticano tanto facilmente.

Certo, i primi dieci minuti di questo nuovo dramma sono davvero scoraggianti. Vi chiederete come potrete mai resistere per le due ore successive avvolti nell'atmosfera buia e claustrofobica di uno studio cinematografico che sembra un palcoscenico teatrale nel quale si svolge l'azione. E a noi italiani è andata bene: la distribuzione ha fatto tagliare al contrariatissimo regista 40 minuti di pellicola! Poi, le incredibili tonalità di Giorgio Albertazzi, che nell'ottima versione italiana è la voce del narratore fuori campo, e la recitazione degli attori (e relativi doppiatori) vi ipnotizzeranno come in una grandiosa tragedia greca in cui storie, azioni ed emozioni sono fatte vivere allo spettatore grazie al solo magico potere della parola. 

Braccata dai gangster, la dolce Grace trova rifugio nel borgo di Dogville sulle pendici delle Montagne rocciose dove trova la protezione dei tranquilli cittadini che vi abitano. In cambio partecipa alla vita della comunità offrendo la sua collaborazione a ciascuno di loro. Ma a poco a poco quelle brave persone cominciano ad esigere prestazioni sempre maggiori sottoponendola a una dura oppressione psicologica, economica e sessuale secondo la logica del profitto alla quale neanche i poveri si sottraggono. Fino a quando la bella fanciulla non deciderà di assumere il proprio ruolo sociale punendo orrendamente gli abitanti che l'hanno offesa.

Si potrebbero dare moltissime interpretazioni a questo film dall'impianto semplice e dalla scrittura chiara ma densissima di contenuti stratificati. Eppure, nessuno dei molti critici cinematografici nazionali ha saputo rilevare la vera chiave di lettura di quest'opera che è da ricercare nella Bibbia di cui la cultura dell'Europa del Nord e del mondo anglosassone è profondamente pervasa. 

A pensarci bene Dogville ricalca lo schema di molte delle storie narrate nel Vecchio Testamento e il film si rivela come una metafora sulla Grazia donata da Dio agli uomini che mostrano di non apprezzarla, e per questo vengono puniti severamente. E, guarda caso, la splendida protagonista Nicole Kidman interpreta Grace (quasi nessuno fa caso al suo nome che vuol dire Grazia) e James Caan, che nell'iconografia cinematografica americana incarna la figura del bandito per i molti film del genere interpretati, è il Padre, potente ma pacato capo gangster che non si mostra mai agli altri. Alla fine della tremenda vendetta, in cui tutti gli ingrati abitanti di Dogville periranno, rimarrà vivo soltanto l'unica anima innocente del villaggio, il cane, che si chiama Mosè per l'appunto, come colui che secondo le Scritture fu salvato da una strage.

Alberto Bartolomeo

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