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Primo amore di Matteo Garrone: le opinioni dei nostri lettori (1)

Vorrei condividere con i lettori di drammaturgia.it qualche riflessione su Primo amore. Devo dire che la mia impressione positiva avuta con L’imbalsamatore è stata confermata. Difficile dare un giudizio estetico di questo film: la prima cosa che mi viene da dire è che ci vuole un gran coraggio a raccontare una storia simile. E a raccontarla in quel modo, con quello stile, con quel tono. Ci sono registi che quando vogliono raccontare le dinamiche più cupe e dolorose di una storia d’amore si attorcigliano un po' su stessi, secondo me: penso alla innaturale ricercatezza di Luce dei mei occhi di Piccioni (alcuni dialoghi sono inascoltabili) o alle atmosfere insopportabilmente plumbee di Brucio nel Vento (io non facevo che agognare che finisse, che qualcuno morisse, che ci fosse un terremoto…).

Garrone con questo film, invece, riesce a delineare con grande naturalezza i contorni di una storia assolutamente allucinante. E lo fa, secondo me, grazie a un efficace lavoro di sottrazione: come nell’ossessione di Vittorio, il protagonista del film, tutto viene spogliato dai suoi orpelli e ridotto all’essenza. Ma adottare questo tipo di stile non è per niente facile, si rischia di diventare oscuri, incomprensibili, di non dialogare più con il pubblico. Invece in questo film ciò non accade. Mi hanno colpito molte scene che, senza esplicitare niente in modo particolare, riescono perfettamente a comunicare le dinamiche distorte che regolano il legame tra Sonia e Vittorio, la spontanea sottomissione dell’una all’ossessione dell’altro. Basti pensare all’ottima scena in piscina, preludio alla decisione di Sonia di perdere peso per conformarsi all’ideale di Vittorio. O alla scena in cui Sonia deve acquistare un abito su consiglio di Vittorio, e scoppia in un pianto disperato nel vedersi fasciata in un abito nero che mette in risalto la sua ormai agghiacciante magrezza.

Non ci sono drammatici confronti fino al momento in cui la tensione esplode dopo la grottesca scena al ristorante in cui il gioco al massacro dei due raggiunge il culmine e Sonia, per la prima volta, si ribella con disperazione alla sua prigionia. Il coraggio di Garrone risiede appunto nel decidere di raccontare questa storia così estrema senza caricarla di pathos, di sentimentalismi, di morbosità. Senza pretendere di voler analizzare cause e controcause. Abbiamo un uomo dominato da un’ossessione di purezza (motivo ricorrente è quello della polvere d’oro, di ciò che rimane dopo avere tolto "tutto ciò che sta intorno", l’essenza della preziosità dell’oro) e una donna pronta a diventare ciò che lui desidera, pronta a privarsi del proprio nutrimento, del proprio stesso corpo, per realizzare il suo ideale.

E' la potenza di questa dinamica a dominare il film, il modo in cui l’uno esiste sempre più solo in funzione dell’altro e viceversa, fino alle estreme conseguenze del finale. Strano, però, come quel finale non sia per niente liberatorio…

Mi piacerebbe conoscere qualche altra opinione dei lettori sul film.

Gaia Meucci

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