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Paura di aver perso Dio

Sono uno studente universitario, con la passione per la scrittura e il desiderio di diventare autore teatrale e sceneggiatore, dopo aver lavorato come giornalista. Mi permetto d’inviarvi una mia opinione che ha come spunto le recenti tragedie di cronaca mondiale. 

VICINI A UN LONTANO SUPREMO 

Un tempo infinito in cui le lacrime faticano a cessare; il susseguirsi d’incomprensibili quanto ingiustificabili atteggiamenti volti a terrorizzare e a giustiziare colpevoli innocenti; morte che chiama morte e violenza che dilaga negando ogni speranza e ogni valore all’essere umano. 

Un mondo che negli ultimi mesi sta subendo una devastazione cui soltanto i conflitti mondiali sembrano fare eco nella loro tragica memoria. Vorrei partire, per cercare di spiegare questo triste giudizio sull’attualità, facendo un po’ di ordine e chiarezza tra gli eventi che, apparentemente ben diversi tra loro e di peso molto differente, ripetutamente si offrono alla nostra attenzione con sempre maggior frequenza. 

Strumenti leciti e di principio non violenti come gli scioperi si propongono di bloccare il movimento, impedire la comunicazione, principali caratteristiche della società contemporanea che si vede costretta a continui fermi e rallentamenti. Si ferma la civiltà, si ferma il progresso: si blocca e si paralizza la società con mezzi leciti che si dimostrano più nocivi che sensati, meno giusti che sbagliati. Un tentativo che nel suo piccolo non fa altro che fermare il flusso continuo della società che perde così di vista l’importanza di un progresso non soltanto materiale ma profondamente alla ricerca di una pace e di una tranquillità che trova persino nei piccoli ostacoli civili un brusco intoppo alla propria evoluzione. 

Manifestazioni di massa, capaci di fermare il regolare svolgimento delle attività sociali con metodi violenti, meritano di essere inserite tra i peccati di egoismo e cattiveria che si diffondono sempre più oggi privi di valori, in tutto il mondo (e con questo intendo dare valore solo e soltanto ad azioni ispirate al comune senso del rispetto, della comprensione e dell’amore). La violenza di cui parlo non è soltanto fisica, ma spesso si tratta di intimidazione, minaccia, offesa, intolleranza, impedimento, divieto e accusa. Parlo di violenza nei confronti dell’anima, o di quella parte sensibile e razionale che prova un senso di disagio, paura e comunione quando accade qualcosa intorno al nostro corpo, laico o credente che sia. È una comunione che ci avvicina agli spagnoli come ai bambini serbi, ai palestinesi come ai newyorkesi. Alle vittime come ai carnefici. 

Ognuno di noi ha un proprio senso di giustizia e una capacità di giudizio più o meni ampi e criticabili, ma ognuno di noi credo stia rischiando di perdere ciò da cui questi sensi e queste capacità derivano: i valori. Le continue reprensibili violenze che stanno colpendo ogni popolo, ogni razza, ogni uomo sono chiaramente nemiche dei valori e dei principi che l’etica, la religione, la filosofia, la liturgia, la scienza, la politica, l’arte, la tecnica e la vita contemporaneamente c’insegnano a rispettare per la nostra evoluzione. 

Evoluzione verso un’umanità in stato di pace, convivenza e tolleranza, ma che risulta ulteriormente e gravemente preclusa da fatti ben più gravi di un simbolico blocco del movimento dovuto a uno sciopero o a una libera manifestazione: l’intervento armato. Non esistono crociate o fondamentalismi, stragi o terrorismi, manifestazioni o lotte che si possano considerare come vittorie se colorate dal sangue di un solo essere umano. I martiri sono cadaveri. Le vittime sono perdite. Ogni uomo morto è una sconfitta. Caino e Abele sono leggenda; un monito sulla pericolosità dell’essere umano. Gli atti di guerra e violenza vengono definiti missioni: ottengono addirittura giudizio come “interventi di successo”. Intervento in duplice senso che minaccia e punisce l’essere umano. Da un lato la guerra che, a distanza di un anno, non è affatto conclusa e si sta dimostrando una caccia alle streghe sempre più schiava di occulti o meno poteri individuali. Mettere alla guida di interi Paesi e di popoli delle forze militari significa accettare l’idea di una prepotenza istituzionalizzata che usa simbolicamente e concretamente la violenza per guidare una popolazione e il suo futuro attraverso i valori dell’odio e dell’intolleranza. Dall’altro l’intervento reazionario ma spesso immotivato di quelle forze violente ormai riconosciute come terroristiche che continuano a lottare in difesa di valori antitetici la loro stessa pratica. 

L’11 marzo è stato il turno di Madrid; il 22 è stato il turno di Yassin. Il ruolo dei militari, dei terroristi, della violenza e della morte sta prendendo impressionantemente il ruolo guida nel nostro mondo, nelle nostre società. Che il mondo voglia un Supremo negativo, un futuro di morte e male, un destino di dolore e sofferenza non lo voglio e non lo posso credere. Ecco allora emergere un problema strettamente connesso con le nostre società: lo spazio. E dunque le distanze. Non la distanza eminentemente fisica, che ci fa sentire salvi se un missile colpisce una carrozzina a Gerusalemme o ci spaventa se nostro figlio è in lacrime dentro a uno stadio della capitale, ma la distanza che occupa lo spazio interculturale dalla verità; quello spazio in cui s’incontrano e si mescolano i principi, i valori, le abitudini, gli atteggiamenti più disparati dell’essere umano e delle sue tradizioni. Lo spazio che definisco interculturale, e che più in generale non si limita alle permeate culture bensì a ogni relazione interpersonale, è dilagante; e questo suo crescere continuo risulta più che mai destabilizzante, soprattutto in quanto espressione di ogni valore e del suo contrario. Dall’indefinito e indefinibile spazio interpersonale, in discussione, sorgono principi che sono una commistione di imparagonabili tradizioni che altro non fanno che smentire continuamente la validità e la giustizia di qualsiasi valore, mettendo a rischio persino la conservazione di quello che dovrebbe essere l’unico fondamento che dà la vita a ogni essere umano: l’amore. 

Peccando di un fiero e incontestabile idealismo nel sostenere che la forza dominante nella vita dell’uomo dovrebbe e deve essere l’amore, sono però convinto della necessità di ribadire questo dogma dell’essere umano ad alta voce di fronte alla perdita che io stesso non voglio subire; sorte e destino che, con tutte le persone che come me si trovano davanti e in mezzo alla situazione drammatica in cui è sempre più spesso e pericolosamente coinvolto il mondo, si deve invertire in nome di una verità Suprema. Anche partendo dal timore di aver perso di vista questo Supremo, che io oso chiamare, forse per convenzione e semplificazione, Dio. 

Ho paura di aver perso Dio; ho paura di averlo spaventato rinunciando alla Sua supremazia. E lui non si è opposto con violenza, con rabbia, per rivendicare ciò che sarebbe giusto. Se con questo voleva punirci e metterci davanti agli occhi tutto ciò che il nostro libero arbitrio è capace di creare e di distruggere, ha vinto. Che ora ci aiuti a ricostruire, oltre alle nostre case e al nostro coraggio, alla nostra sofferenza e alle nostre speranze, la nostra debole vita. Che Lui ci ha dato da gestire. Sono dunque da tenere o da ridurre le distanze di cui si è parlato prima? Con tutti i rischi annessi e connessi alla loro riduzione in nome di valori di uguaglianza che ogni religione predica da sempre ma che combatte allo stesso tempo in maniera violenta, credo siano da ridurre. Credo invece siano da incrementare e da ridefinire le distanze tra quel valore fondamentale che è universale come l’amore e tutte le sue implicazioni con la violenza che ne confondono la giusta purezza e ne affidano la vittoria alla sola speranza. 

Fede, valori, speranze: termini che nella grigia crisi di oggi si perdono nella memoria come timori da dimenticare e forze da combattere, da condannare. Sempre lotte e guerra nel nome di qualcosa che per sua stessa definizione è tutto l’opposto di quello che professa con i fatti. Dobbiamo usare l’amore per lottare: le armi vengono sempre fabbricate; il razzismo viene sempre predicato; la cattiveria viene sempre suscitata. L’amore non smette mai di gridare, ma bisogna ascoltarlo sempre perché la sua voce si muova dagli uomini verso gli uomini. Non si può lasciare in mano a dei guerrieri la ricerca della pace; non si può concedere alla violenza la conquista della continuità. Bisogna credere e professare, uniti, la dottrina Suprema dell’amore, le cui parole sono le uniche capaci di tradurre in gesti reali e sinceri la missione di salvezza che all’uomo è stata destinata per se stesso.

Credo che salvarsi e salvare sia possibile; credo che comprendere e perdonare sia possibile; credo che tutto sia possibile, ma il mio senso di giustizia credo stia vacillando. Il mio come quello dell’essere umano. Ho bisogno di Te, oggi più che mai.

Emanuele Cantoni (Monza)

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